Mezza luna nera
«Dimmi come ti chiami.»
Dalla palpebra abbassata di una finestra, sporge un artiglio bianco. Una mano dai polpastrelli ingenui accarezza il bordo del davanzale. C’è ancora il calore della sua, prima che perdesse la presa e scivolasse e facesse cadere la catasta di vasi di coccio su cui si era arrampicato.
Era una casa vuota, con una sola finestra vuota. Dentro, si diceva, affreschi e arazzi: la tutela delle belle arti doveva pur avere uno scopo e i padroni ammuffiti non cambiavano le imposte né le serrature. Avrebbero dovuto dormire il sonno dei morti. Non svegliarsi. Non ricambiare il saluto, non allungare un diniego fanciullesco con l’indice teso verso di lui. Era stato visto, schiacciato contro una siepe di bosso, da un occhio pallido incastrato in cima all’unghia.
«Non avere paura. Se avessi voluto urlare, avrei urlato. Mi avrebbero sentita, sarebbero accorsi tutti qui. Prima della polizia. Perché non vuoi dirmi come ti chiami?»
Uno spicchio di fronte supera la linea del davanzale. Lui la vede. Capelli neri. Forse è l’ombra. Forse è la vecchia, rattrappita di paura, ammattita e inginocchiata sotto alla finestra, che con la mano nascosta si sorregge a un fucile e si diverte a giocare con lui prima di sparargli un colpo.
La paura è una contrazione al midollo e trapassa gli organi fino alla vescica. Prende un sorso d’aria, cercando di reprimere l’impulso a pisciarsi addosso. Valuta quanto tempo impiegherebbe a saltare la cancellata di ferro o a voltare di corsa l’angolo della casa per cercare un’uscita sul retro, a confine con un’altra casa, col rischio di essere intercettato da un cane, da un sistema di allarme, da un altro fucile. No. Deve aspettare, prendere tempo. Pensare pensare pensare, mentre lei parla alla finestra.
Dall’unico occhio semiaperto sulla facciata. E quello sull’unghia sinistra fisso su di lui.
«Non te l’hanno spiegato che per questo genere di cose servono almeno due persone? Uno guarda, uno fa; piedi che non fanno rumore vegliati da piedi immobili.»
Ha una vocetta svelta e brumosa, da bambina assonnata che non rinuncia a dire la sua prima di coricarsi. Il braccio si tende verso il basso, carezzando l’aria vuota, dove poco prima c’era la sua testa, protesa nella speranza di introdursi nella casa.
«Te l’avrà detto qualcuno. Dei quadri. Del Capogrossi – lo sai a quanto si vende, un Capogrossi? Te l’avranno detto sottovoce, ti avranno convinto di sapere chi l’avrebbe comprato e pagato. E tu hai pensato di fare da solo, che tanto – qui ci stanno i vecchi. In Belgio sei mesi l’anno, si dice, troppo disabili per uscire, ammattiti dal tempo.»
La voce sorride. La sua mano bianca, coperta di minuscoli occhi, alcuni aperti, altri no, scivola verso di lui, con una tenerezza che lo umilia. Quanto è lontana? Dieci metri, forse due. Lui rimane immobile. Si sente pungere la schiena dai rami secchi del bosso, che lo punisce in silenzio. Ma il gesto lo insegue e sente gambe e braccia bloccate. Pensa a una magia. Ha voglia di piangere, ha voglia di pisciare.
Di avvicinarsi e guardare meglio.
«Non devi avere proprio niente da perdere, tu.»
Si acquieta. Lascia che il fruscio del bosso segua il corpo dell’uomo che si raddrizza e avanza verso la finestra. Quegli occhi sono veri, sono tatuaggi, lentiggini; si è sbagliato. La vergogna torna a palpitargli in petto al posto del cuore. Ma non si ferma, arriva sotto alla mano tesa della donna, bambina, vecchia signora.
L’arto che pende dal davanzale sembra una cosa morta. Il dubbio di aver immaginato, di aver parlato con un fantoccio o un cadavere lo risale dall’interno e lo ferma davanti alla catasta di cocci. Un tempo la casa doveva essere stata splendida. Vasi di fiori che sgorgavano ai lati del vialetto pettinato di ghiaia, un prato abbagliante di vita e tende che offuscavano i movimenti cauti di chi abitava tra muri placcati di quadri – affreschi, arazzi. Si diceva che la morte del padrone l’avesse condannata alla spartizione tra i sei figli e che alcuni, rosi dall’avidità, avessero preteso di venderla, andando in contrasto con gli altri, litigando finché la villa non era diventata un edificio cascante e muschiato tra i tanti. I nomi erano scomparsi dal campanello. Qualcuno ancora ci abitava. Forse uno di quei sei eredi ormai anziani, forse un qualche parente; un custode senza gloria.
A lui era sembrato facile.
Qualcuno gli aveva detto delle opere d’arte. Qualcuno che era stato ospite anni prima, con uno zio amico dei proprietari, e che quando erano risaliti in auto l’aveva sentito borbottare di tutto quel ben d’iddio lasciato ad ammuffire dietro alle imposte sempre chiuse, elencando i pregi architettonici, la qualità del marmo dei pavimenti, la provenienza dei piatti in ceramica e delle lampade da tavolo. E quel tizio, balbuziente e troppo grasso, compensato da una nobile professione di idraulico, che aveva ricordato la scena nonostante un decennio tra acidi e canne, ogni tanto ci pensava, che per pagare le tasse senza intaccare il patrimonio sarebbe bastato saltare dentro e in sette minuti accaparrare il possibile e scappare. L’avevano fatto al Louvre: che problema poteva esserci con una villa disabitata? Se l’idraulico aveva mai avuto intenzione di farsi ladro, lui l’aveva battuto sul tempo. Due giorni dopo, da solo, era lì.
Ai piedi della finestra, da cui era caduto un attimo prima di riuscire a scavalcarla.
Al cospetto di un fantasma.
«Non sono un fantasma.»
Gli chiarisce lei, in una risatina. L’indice teso oscilla da destra a sinistra. Risponderle è inutile: il linguaggio della sua mente è permeabile all’orecchio della creatura prima ancora che si faccia pensiero. Le sue sciocche domande – cosa, come, perché a me – cadono nel silenzio.
«Avanti, vieni».
Gli risponde, dopo un po’. La mano e il braccio strisciano via dalla finestra. Le imposte vengono richiuse e ogni rumore scompare, per qualche minuto di assenza tra la luce ingiallita di un lampione e l’onda nera della notte disabitata che lo fa estraneo. Ancora la vergogna nel cuore. Che sobbalza, quando il rumore di piccoli passi vivi punteggia le viscere della casa e anticipa quello della porta d’ingresso che spalanca un’anta. Dietro c’è la donna, bambina, vecchia. Indossa, come previsto, abiti bianchi e spiegazzati. E ha i capelli neri e la pelle cosparsa di puntolini. Impossibile chiarire l’età. Lo zigomo è liscio e alto, come le nobili e le donne che cercano di farsi nobili.
«Piacere, sono Dora. Entra pure.»
Non è un fantasma. Il pigiama che indossa è di seta e impregnato di profumo al gelsomino. Attraversa un ingresso di specchi e tappeti e polvere, di quadri dalla cornice d’ebano, scalza mentre lui tentenna alle soglie di una possibile trappola. Non scatta quando attraversa l’ingresso né quando segue Dora sulla destra, in un salottino illuminato da una luce alogena. Gli fa cenno di accomodarsi su un divano, sfondato e coperto in velluto a coste marrone scuro, mentre lei occupa una poltroncina in pelle e acciaio. I pezzi di arredo sono tutti spaiati, ma la disarmonia non intacca la singola impressione di ricercatezza.
«Non posso lasciarti prendere niente.»
Chiarisce lei, seguendo il rimbalzo dei suoi occhi alle pareti. Niente arazzi. Solo un decoro perimetrale e foto in bianco e nero di campi, carretti, case.
«Neanche quelle. Sono mie.»
Lui abbassa gli occhi.
«Vuoi una tazza di tè?»
Dora, che non è un fantasma e non ha età e non è chiaro se sulla sua pelle ci siano pupille spente, briciole di cenere o nei, siede con le ginocchia accostate, i piedi calzati in babbucce di lana e tiene le spalle ben dritte. Sembra naturale accettare e conversare con lei quanto scappare urlando. Ma nel mezzo si insinua la curiosità e l’uomo finisce a occupare lo spazio nel mezzo, con la testa che oscilla nel diniego e l’assoluto imbarazzo di essere ospite nella casa che stava per derubare.
Scarta ogni forma di violenza su di lei: non è sicuro sia sola né che sia umana. Scarta la docilità: sanno entrambi cosa voleva ed era pronto a fare. Scarta anche l’iniziativa: la stasi gli aggroviglia la lingua. L’unica a parlare, ancora e dall’inizio, è Dora. Che sospira.
«Non ricevo molte visite. E sì, lo so, è la frase con cui inizia qualsiasi psicopatico che apre la porta a ragazzini sprovveduti come te – posto che, con rispetto parlando, non mi sembri un ragazzino. Potevo cacciarti, ma mi interessava di più parlare. Purtroppo non sembri voler ricambiare il favore. Un peccato. Ma sono contenta che tu abbia almeno capito che non ha molto senso cercare di aggredirmi.»
Lenta, una mano si allunga verso un vassoio e prende una caramella. La carta crepita tra i polpastrelli e scopre una pastiglia ovoidale che posa sulla lingua come una medicina. La succhia un po’, dando il tempo all’uomo di orripilarsi per essere stato scoperto nudo nei suoi pensieri, ancora una volta.
«Non preoccuparti. Me l’aspettavo. Una persona che programma un furto da solo deve valutare anche le opzioni sciocche. O non avrebbe tentato un furto da solo» sogghigna, soddisfatta della sua battuta. «Del resto, sei mio ospite, prenditela comoda perché non tornerai mai più.»
Lo guarda, rigirandosi in bocca la caramella. Il sorriso è affabile, appena segnato dall’incursione delle rughe, ma potrebbe essere l’effetto della luce alogena che fatica a segnare i contorni del suo volto. Prova a sforzarsi di non pensare. Non pensare non pensare non pensare. Lei ride, allunga una mano per dargli un buffetto sul ginocchio e l’occhio si riapre sull’unghia sinistra.
Si ritrae, terrorizzato. Salta in piedi. Finestre chiuse, porta chiusa. Non a chiave – non si è accorto di nessuna chiave. Potrebbe ancora farcela, batterla in velocità. Pensa. L’ha pensato. Lei è già davanti alla porta che gli impedisce l’unica via di fuga. Il suo corpo scosso dai battiti di ciglia di migliaia di minuscoli occhi, che si sgranano alle urla dell’uomo.
«Non c’è bisogno di fare così. Vuoi sapere che cosa sono? Sono come te. Non so da quanto sono come te, immagino cinquanta o sessant’anni, e lo sarò ancora per molto. Mi ha baciata la luna, un giorno che era mezza nera.»
L’uomo la guarda, illuso di decifrare la sua follia. Trova un sorriso composto ed esercitato in decenni di conversazioni da salotto, incoerente con la fragilità da adolescente del suo corpo.
Ne cerca lo sguardo, tra naso e fronte, e nella stanza si fa buio. Entra un vento estivo, alla sua sinistra si aggrovigliano lenzuola e l’inquietudine di una bambina che non dorme e fa un dispetto alla madre che canticchia. La finestra la chiudiamo, la sente dire, che fuori la luna è cattiva e quando si oscura maledice. Il vento si ferma. Sospiri assonnati, la madre scompare oltre la porta. L’uomo è al centro della stanza. I passi della bambina calpestano le sue scarpe. Socchiude la finestra, come in una favola, e nella stanza torna il vento, nero come il cielo vuoto. La piccola poggia le mani sotto il mento, inclina la testa e bisbiglia. Voglio leggere nel pensiero e nel futuro, voglio maledire come te. Voglio essere te. Una preghiera che continua per ore e l’uomo vorrebbe uscire, ma la visione è uno spazio chiuso. Quando comincia a piangere, un capogiro lo riporta nel salotto, alla luce stantia del lampadario.
Sulla pelle di Dora, tutti gli occhi si socchiudono.
Disorientato, per non rischiare di cadere sulle sue stesse ginocchia apre una mano e la poggia a una delle pareti. Cozza contro una cornice. Le fotografie ritraggono tutti i poderi fuori città, la famiglia in piedi davanti alla villa. Dora, appena riconoscibile, sempre in disparte, con un cappotto e un fazzoletto legato sotto al mento.
«Ho fatto la fortuna di mio padre, finché ha vissuto. L’ho aiutato a fare gli investimenti giusti e molta di questa roba l’ha ottenuta grazie a me. I miei fratelli la volevano, come la vuoi tu questa notte e altri, molte notti prima di te. Sono rimasta sola. Ho diffuso voci, per divertimento.»
Il pensiero che passa attraverso la fronte dell’uomo rabbuia quella di Dora.
«Non è divertente come mi aspettavo, no.»
C’è qualcosa di anomalo nella rabbia rancorosa della creatura, una pulsazione di impotenza nel suo vecchio pigiama bianco da sposa lunare. L’uomo le afferra una mano e cerca di torcerle il braccio dietro la schiena. Lo fa prima di pensare e lei si dibatte, sfugge, ma non riesce a impedirgli di tornare in corridoio. Una sensazione salina gli formicola lungo il braccio, come se il contatto con Dora gli avesse succhiato via sangue e acqua. Ma lei sembra subirlo ancora di più, aggrappata all’avambraccio offeso con l’arto sano, a guaire e piangere da ogni occhio aperto sul corpo. L’uomo fugge e riesce a raggiungere l’ingresso.. Ancora troppo vicino per non sentire il grido che lacera il suo cervello. Dora non tenta di inseguirlo e trascina l’anta del portone d’ingresso per aprirla. I cardini sono rigidi, deve sforzarsi, ma più si sforza più la scarica di adrenalina si secca nel muscolo e si ritrova impotente, con le braccia pesanti lungo i fianchi. Ansima. Riprova. Non riesce più a raggiungere la maniglia, è troppo in alto e le punte delle sue dita sono trasparenti. I polsi si crepano e le braccia tintinnano a terra in frammenti di vetro azzurrognolo. Anche le gambe, la testa e il busto, si infrangono in un mucchietto di granuli di vetro.
Qualche minuto dopo, Dora arranca fuori dal salotto e crolla in ginocchio. Raccoglie l’uomo, ridotto a un vasetto in vetro, buono per raccogliere altre caramelle, con un piccolo tappo, e un silenzioso pomello a forma di fiamma. Sfigurata da lacrime che scendono dalla fronte al collo, sul petto e lungo le gambe, in un canto di solitudine.
Illustrazione realizzata con MidJourney