Mia sorella l’ha fatto di nuovo
«Mi parli di lei», sta dicendo un vecchio fulvo, con le mani poggiate sul bancone.
L’oste immette aria nel torace e la sbuffa dal naso con dei respiri lenti.
«Dato che qui non succede mai niente, come ha già detto, almeno posso sentire questa storia della tizia strana? Ho fatto parecchia strada per arrivare qui».
L’oste trascina dei fusti di birra, e sottolinea che non è colpa sua se il locale è vuoto. A metà mattina, in quel piccolo comune di montagna, le persone si riversano tutte tra i pascoli e le fattorie. Il suo è un rifugio per dopo il tramonto, quando buona parte del paese è illuminato solo dalla luna.
Il vecchio fa tintinnare la tazza di caffè nel piattino.
«Lo so», dice. «Ma sto cercando mia sorella».
L’oste si blocca a metà di uno dei suoi andirivieni, drizzando il collo e la schiena.
«Mi dispiace. Ma come ho detto, di giorno scendono tutti a valle. Però di sera tornano a bere. Ripassi, e potrà chiedere in giro».
«Non posso. Dormo da un’altra parte, e il viaggio è lungo».
Le sopracciglia dell’oste si aggrottano, increspando la fronte con qualche ruga. Gli occhi scorrono lungo la sagoma di quell’unico avventore. I capelli rossicci disordinati, la barba irsuta, un abbigliamento non pensato per resistere al freddo.
La pelle troppo abbronzata per la zona.
«Mi parli di lei, per favore», ripete il cliente.
L’oste riempie un vasetto di arachidi e stringe le spalle.
«È venuta da sola, durante una serata karaoke. È raro che spunti una faccia nuova oltre un certo orario, perché qui non abbiamo alberghi. Al massimo qualche comitiva di fotografi sale a farsi un aperitivo, e rimane il tempo di scattare qualche foto alla luna. È forse l’unico motivo per cui ci conoscono. Dal belvedere qui fuori, la cima del Monte Brini si incrocia con un versante dell’Apreo, e quando la luna ci sbuca in mezzo è uno spettacolo unico. Mezzo paese ci ha fatto la proposta di matrimonio, incluso me».
Il cliente sfodera un sorriso abbagliante, senza sbattere le palpebre.
«Una sera si avvicina questa signora con i capelli argentati e il passo timido, che arriva al bancone rimbalzata dagli scalmanati che cantano. Si mette lì, dove siede lei ora, e mi chiede un bicchiere di latte. Parlava talmente piano che nel trambusto, solo per piegarmi a sentirla, mi stavo spezzando la schiena».
«Ha detto come si chiamava?»
L’oste scuote il capo, e dice che la donna era strana anche per quello. Parlava poco e con voce flebile, come una bimba insicura – nonostante non fosse affatto una bambina. L’accento era indecifrabile, al punto che il locale si divideva tra chi la considerava austriaca e chi puntava sul ceppo slavo.
«Ha iniziato a venire, sempre alla stessa ora dopo il tramonto, e col tempo ha cominciato a chiacchierare. All’inizio interveniva all’improvviso, ripeteva il gusto di un gelato, correggeva i cacciatori sui nomi delle specie del bosco. Appena passava qualche fotografo, si lasciava incuriosire dagli obiettivi. Con loro era diversa, sembrava quasi che civettasse. Poi piano piano è come sbocciata».
Il vecchio sgranocchia un’arachide dopo l’altra ancorando lo sguardo alle labbra dell’oste, che racconta come la donna avesse smesso di sedersi su quello sgabello all’angolo, ma accanto agli altri vicino al camino. Parlava di sogni strani, cose mirabolanti, mostrando anche una certa conoscenza della storia del paese.
«Fatti che riguardavano i nostri antenati e il territorio. Eppure nessuno l’aveva mai vista. Diceva di abitare verso la cima, dal lato del passo Canale, un vecchio percorso usato per il contrabbando. Lì ci sono dei casolari, ma nessuno ci sale perché fa troppo freddo e non arriva l’elettricità. Ma non l’hanno incontrata neanche i cacciatori del rifugio vicino».
Il cliente impasta le labbra e dice: «E poi che ha fatto?»
L’oste ricomincia ad armeggiare con stracci e bicchieri, uscendo e rientrando dai raggi sospettosi del vecchio.
«Ha continuato a bersi un mezzo litro di latte ogni sera, a volte con qualche dolce. Era diventata la nostra mascotte. Sempre garbata, anche se comunque un po’ fredda. E soprattutto pallida, come se il sole non lo vedesse proprio mai. Una volta ho provato a chiederle se stesse bene di salute, se stesse affrontando qualche brutto demonio. Ma lei ha risposto solo che quando veniva qui, era perché si sentiva all’apice. Che il mio locale era un posto accogliente, e ormai si era stufata del freddo e del pallore della roccia e voleva vivere in mezzo a qualcosa di colorito. Da quel momento, ha iniziato a vestirsi di verde o di giallo paglierino. Chiedeva spesso del mare, se qualcuno ci fosse stato. Faceva domande assurde sui colori dell’acqua e sui fiori da campo. È lì che abbiamo iniziato a preoccuparci…»
L’oste distoglie lo sguardo, come se preferisse infilarlo in qualunque sportello pur di non continuare.
«Preoccuparvi di cosa?»
Il torace del vecchio cliente si allarga di nuovo per contenere i respiri. Le vene gli gonfiano la pelle ai lati del collo.
«Che assumesse delle droghe, forse. Chi lo sa. L’altitudine, il vivere da soli. A una certa età, è facile perdere la bussola».
«Che ha combinato nello specifico?» Il signore digrigna i denti, con le guance scure solcate dai contorni della mascella. «La prego. Potrebbe essere lei».
L’oste spalanca gli occhi e riprende subito a raccontare.
«Una sera le hanno offerto da bere, credo della grappa. Il ritornello del latte era diventato una barzelletta. Io glielo dicevo che non siamo più ragazzini e non bisogna per forza ubriacarsi per divertirsi. Ma in montagna la notte si gela. Non c’è molto da fare…»
Ogni divagazione rischia di far sbattere un pugno sul tavolo all’anziano fulvo, che però riesce a rientrare in un’orbita pacifica.
«Che le hanno fatto? Chi è stato?»
L’oste socchiude gli occhi per un momento. Porta le dita ai fianchi, nascondendo le dita tra il taschino del grembiule e la molla dei pantaloni.
«No guardi, forse non mi sono spiegato. È lei che è peggiorata».
L’oste dice che la signora pallida dai capelli grigi, la stessa avventrice dapprima impacciata e in disparte, dopo aver sciolto ogni inibizione nella grappa stava diventando inquietante.
«Mostrava di conoscere i nostri segreti, cose personali».
L’oste riporta le dita ai lati del naso e poi le lascia scivolare ai lati del mento.
«Ridendo, ha iniziato a svelare situazioni scomode. Scoperchiava paure e dubbi di tutti. Sembrava una chiromantica, o come si dice. Ha presente, no, quelle che leggono il fondo dei bicchieri. Menzionava di pianeti e cose da oroscopo. Insomma quella sera ci ha messo a disagio, e anche se non le ho più versato da bere, ormai era andata. E non è finita. Mia madre anziana, ma anche la moglie del mio vicino. La fornaia. Chi prima e chi dopo, le nostre donne hanno iniziato ad avere vuoti di memoria. Sembrava normale, perché qui siamo anzianotti per la maggiore. Ma poi hanno iniziato ad avere problemi i bambini. Quei pochi che nascono, frequentano tutti la stessa scuola provinciale, in una frazione giù a valle. Le maestre ci hanno avvisato all’improvviso. “Vedete che i vostri figli stanno sviluppando problemi di linguaggio”. Così ci hanno detto».
L’oste crolla sullo sgabello, e si appoggia con entrambe le mani al manico di una scopa.
«Era come se avessero disimparato a parlare. Parole che ripetevano in continuazione, come i gusti dei gelati o i nomi degli animali, erano retrocessi a semplici gnè».
Il vecchio cliente sospira, guardando verso il basso con lo sguardo più spento. Per un momento, la sua sagoma bronzea pare affievolirsi, ritraendosi in una gobba ombrosa.
«Cos’ha fatto poi, quella notte che ha bevuto?»
L’oste racimola due bicchierini e una bottiglia di liquore.
Per abitudine, lancia uno sguardo all’orologio appeso al muro.
«Dopo che ha imbarazzato un po’ tutti, si è addormentata vicino al camino. Glielo confesso, ho provato pena per lei. Le ho messo una coperta di lana sulle spalle e sono rimasto a sistemare finché non si è svegliata».
L’oste riempie i bicchierini e il vecchio cliente raddrizza la schiena, come se quel sorso di amaro coincidesse col punto più alto della sua giornata.
L’orologio segna mezzogiorno.
«Appena si è ripresa, fuori c’erano le prime luci dell’alba, anche se il sole era ancora nascosto dietro il Brini e faticava a spuntare. Le ho offerto un caffè, ma lei ha voluto di nuovo il latte e subito dopo ha vomitato. Non ho mai visto una roba del genere: un liquido lucido, sembrava acciaio fuso. Si è guardata intorno, stranita che la musica fosse spenta e non ci fossero avventori. Mi ha domandato dove fossero finiti tutti i fasti colorati delle serate a tema e delle bandiere durante le partite. Io le ho solo detto che era primo mattino, e tutti erano fuori a lavorare o ancora a letto. Ed è lì che per la prima volta, sbirciando fuori, mi sono accorto che veniva qui senza macchina. Mi è sembrato impossibile.
A quel punto, dopo un paio di biscotti, mi ha chiesto scusa per tutto. Ha detto che si è divertita moltissimo, ma che non sarebbe più tornata. Diceva che purtroppo vive queste fasi, non può farci niente, è la sua natura. Blaterava di momenti calanti e momenti di pienezza euforica che non riesce a controllare. Che passa dal brillare a sentirsi come eclissata dal mondo. E poi…»
L’oste raccoglie il fiato e la memoria, spaziando con lo sguardo. Ma il vecchio cliente si alza in piedi. Si irrigidisce, ergendosi come un blocco massiccio. Il suo sguardo incandescente irradia l’oste, un’occhiata così ben focalizzata da investirgli il grembiule e scaldargli la pelle al di sotto.
«Poi?!»
Il volto dell’oste si arrossa, e i palmi premono per istinto ai lati delle guance accaldate.
«Poi mi ha chiesto di non dimenticarla. Avrebbe fatto un’eccezione, diceva. Ma non so a cosa si riferisse».
Da quel momento, dice, la donna non si è più vista in paese. E di lì a poco, i bambini hanno recuperato le parole perdute. La memoria delle signore è ringiovanita. Le persone hanno ripreso a sognare di notte e ricordare al risveglio.
«Ma la stramberia più tragica è successa a un fotografo, neanche una settimana fa».
La luna piena non era più spuntata in quella posizione unica tra i monti. Se ne scorgeva una coda dietro il Brini, o una piccola porzione sul versante dell’Apreo. Ma che fosse per le nuvole o la scarsità di luce o chissà quale fenomeno, le foto non uscivano come prima. Finché una mattina non sono stati ritrovati un cavalletto e uno zaino, lì al belvedere, proprio sotto il cavalcavia.
«Le ricerche in elicottero sono durate un paio di giorni», dice l’oste, «ma nessun corpo è saltato fuori».
Non appena la storia è conclusa, l’uomo fulvo annuisce fra sé.
«È stata mia sorella. L’ha fatto di nuovo».
Sbuffa aria calda ed estrae un sigaro dal gilet arancione di microfibra, una giacca leggera, da barca a vela, che indossa sopra una camicia di lino dorata.
Sotto al colletto sbottonato, i ciuffi di peli bianchi risaltano sulla pelle abbronzata.
Se non fosse interessato a questioni più impellenti, l’oste gli domanderebbe volentieri come faccia a non avvertire il freddo.
«Dice che è stata lei?», la voce tremola.
«Bah, sono stanco», il cliente tossisce. «Saranno milioni di anni che la inseguo».
L’uomo fulvo avvicina un unghia del pollice al sigaro poggiato tra le labbra, risucchia le guance e aspira, senza l’aiuto di nessun accendino. La mazza di scopa che prima serviva come appoggio, adesso è impugnata dall’oste come arma.
«Ma lei chi è, mi scusi? Come si chiama?»
«Dei vecchi amici marinai mi chiamavano Elio, e mia sorella Selene. La ringrazio per le informazioni, ma adesso devo andare».
Il signor Elio solleva la mano libera piantando il palmo davanti all’oste, come un vigile.
«Mi dispiace, ma io non posso fare eccezioni. Vedrò di farmi perdonare con bellissimo raccolto di mele e di olive. Le auguro un pomeriggio splendido».
Una luce investe l’intero locale, stordendo l’oste e lasciandolo da solo.
Per tutta la giornata, si è sentito come stralunato.
A illustrare, Albert Aublet (1851–1938): Selene