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Natale da Gatsby

Autore
Nicola Ianuale
Ciclo #22 - Mulholland Dracula
Narrativa generale
16 ottobre 2025

Cast (in ordine di apparizione):
Massimo Boldi nel ruolo di Tom
Nancy Brilli nel ruolo di Daisy
Sabrina Ferilli nel ruolo di Jordan
Massimo Ghini nel ruolo di Nick
Christian De Sica nel ruolo di Gatsby

E con:
Anna Maria Barbera nel ruolo di Myrtle
Enzo Salvi nel ruolo di Wolfshiem

Tom accostò le labbra al whisky, e il tintinnio del ghiaccio nel bicchiere si frappose fra lui e il silenzio. Sollevò il toupet e asciugò la fronte madida con un fazzoletto di stoffa. Si girò. Daisy e Jordan soffrivano appollaiate sui braccioli delle poltroncine. Nick, in piedi alla finestra, fissava New York dall’alto dell’hotel Plaza. Gatsby meditava seduto a gambe accavallate. La sua chioma biondo platino era perfettamente in ordine; non una goccia di sudore lambiva la sua pelle quasi arancione, frutto di innumerevoli lampade solari,  in pieno stile Donald Trump.
«Signor Gatsby – disse Tom – ho sentito che lei ha studiato alla Sapienza».
«Non esattamente» rispose Gatsby.
«Ma io ho sentito dire che ci è stato».
«Oh, sì, ci sono stato» annuì. «Nel 1919, per cinque mesi: un’opportunità offerta ad alcuni ufficiali che avevano combattuto in guerra. C’erano certi troioni. Pensi che me chiamavano er mandrillone de Frascati. Per questo non posso dire che alla Sapienza ci ho studiato».
«Se non le dispiace, signor Gatsby, vorrei farle un’altra domanda. Sta cercando di scatenare una lite in casa mia?».
«Tom, caro, che ti salta in testa?» intervenne Daisy con la sua dialettica da ciociara arricchita. «Abbi un po’ di selfcontròll».
Tom la ignorò. «Signor Gatsby, lei ha una storia con mia moglie. Lo so perché l’ho fatta seguire da un professionista». Posò il whisky sul tavolo e prese una busta gialla; conteneva delle fotografie. «Vorrei mostrarle qualcosa».
Gatsby scattò in piedi per bloccarlo. «Signor Buchanan, non vorrà rompere il sacro vincolo della fiducia coniugale?».
«Ora vedrete! Se la ciula. Se la ciula!» urlò Tom in un crescendo euforico. Si svincolò da Gatsby ed esibì gli scatti.
«Orco can» sussultò Nick. Daisy ebbe un mancamento. Jordan esclamò: «Freshca!».
«Signor Buchanan – disse Gatsby concitato – non giungiamo a conclusioni affrettate. È che il teleobiettivo, nelle foto, schiaccia. Quella che a prima vista può sembrare una volgare pecorina, in realtà è solo un effetto ottico. Un soggetto in primo piano e uno a centocinquanta metri – prese le fotografie e le studiò – possono sembrare uno dentro l’altra, ma non è così». Sorrise nel realizzare la verità. «Ma questa non è Daisy! Ci sono io e… La messa a prona – picchiettò sull’immagine – la messa a prona è Jordan. Perfetto, non sono io che scopo con sua moglie». Fece una pausa. «Ma che è ’sto silenzio?».

Fissavano tutti Nick: era incredulo, con la bocca dischiusa e gli occhi spalancati. Quando tornò in sé, scattò in avanti a denti stretti: «Jay, oh! Mica mi vuoi far credere che tu e Jordan… Eh?!».
Gatsby cadde in ginocchio, le mani giunte in preghiera. «Nick – piagnucolò – perdonami. È stato un missinanderstenghin. Pensavo de stamme a ingroppa’ Daisy».
«Cosa?» trasalì Tom.
«Ma sì, alla festa da me» spiegò Gatsby. «Cercavo Daisy, ho trovato Jordan, non ce stavo a capì ’n cazzo, l’ho scambiata per Daisy e… zacche! L’ho castigata con una prestazione, ahimè, maiuscola, duratura» concluse mortificato, eppure dissimulando una smorfia di compiacimento.
«E tu non dici niente?» domandò Nick, chiamando in causa Jordan.
«Guarda che ero shbronza angh’io» precisò lei.
Gatsby si rialzò e prese coraggio. «Nick, sono stato vittima di un terribbile quiquoqua. Non è successo quasi niente».
«Ma come niente? E la prestazione maiuscola, duratura?».
«Cazzate! È stato un attimo, un batter d’ala di farfalla». Alzò l’indice tremante e con voce sottile disse: «Giusto una… ’na puntina. Non se n’è nemmeno accorta. Dijelo pure te, Jordan».
«In effetti…» concordò lei, stretta fra le spalle.
«Come hai potuto farlo?» disse Nick. «A me, che ti ho accolto in casa come un fratello, quando eri disperato, depresso – du palle! – perché volevi organizzare un tè con Daisy?».
Tom batté il pugno sul tavolo; il tonfo sedò la disputa. 
«Signor Gatsby – fissò il rivale con distacco – anche se le fotografie ritraggono Jordan, lei ha confermato i miei sospetti».
Gatsby prese fiato e drizzò la schiena. «Ebbene, sì, lo confesso. Daisy non la ama. Daisy ama me!».
Tom aspettò invano una smentita dalla moglie, poi fece segno a Gatsby di avvicinarsi. Confabularono spalla a spalla.

«Signor Gatsby, avrei una curiosità. Assodato che si ciula mia moglie…».
«Assodatissimo».
«Vorrei sapere se con lei…».
«Sì?».
«Se con lei ulula».
«Ululare? Certo!» esclamò Gatsby, e tornò a rivolgersi agli altri. «Sembra de sta’ a un concerto nei boschi».
Tom indietreggiò. La mano sul cuore, il viso contratto in una smorfia. «Ah, che dolore! Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta. Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta».
«E non le ho detto della posizione a ragno» aggiunse Gatsby.
«La posizione a ragno no! Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta. Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta ».
«La posizione a ragno sì, e pure ’a carriola! Siamo uomini, lei mi capisce?».
«Jay!» lo richiamò Daisy. La fronte aggrottata ne tradiva il disappunto.
«Aó, e famola finita. Tanto lo sanno tutti che c’ha n’inciucio. Lui se scopa ‘sta tipa? E tu lo lasci. Famo Portocervo – alzò indice e mignolo a mo’ di corna – e Portorotondo» mimò il gesto di un fondoschiena.
«Lei è un pirla!» ribatté Tom. «Cosa c’è stato? Voglio sapere tutto».
«Eh, no! Questi non so’ cazzi suoi».
Tom si sentì offeso da quel sorrisetto istrionico. Trattenne un eccesso di rabbia e allargò il nodo della cravatta. «Signor Gatsby, le propongo un accordo. Se mi rivela i dettagli fra lei e Daisy, io le mostro la mia…» e mimò a gesti una penetrazione.
Gatsby annuì ammiccando e Tom se lo prese sotto spalla. Cercò una fotografia nel portafogli. Stretti fra loro, studiarono la posa sexy di Myrtle: un braccio sul fianco e l’altro alzato, la schiena leggermente curva a risaltare il fondoschiena, calze a rete con autoreggenti e una piuma in testa. Tom spalancò eccitato gli occhi e agitò la lingua come una lucertola.
Gatsby non riuscì a contenersi: «Ma chi è ’sta buzzicozza?».
«Buzzicozza?» ripeté Nick.
«Buzzicona cozza».
«Hai fatto una crasi?».
«’Na crasi?». Gatsby annusò l’aria perplesso. «Me po esse scappata, non me ne so’ accorto».
«Signor Gatsby!» lo richiamò Tom. «Non si permetta di…».
Daisy schiarì la voce e li fissò con un gran cipiglio sul volto. «Fate schifo, porci!».
«Delicatissima» sussurrò Gatsby.
Tom si innervosì e il toupet gli scivolò di lato. «Allora, cosa c’è stato?» disse.
Gatsby mise le mani in tasca e passeggiò disinvolto per la stanza. Si fermò a studiare le pareti lignee decorate con intarsi in oro. Fischiettò. Versò un whisky e lo bevve tutto d’un fiato. Poi la buttò lì: «Daisy l’ha sposata perché ero troppo povero, ma ha sempre amato me – e, con le mani a formare un megafono, precisò – da anni!».
«Cipollina – sobbalzò Tom – ti vedi con lui da così tanto?».
«Purtroppo no». Gatsby sfiorò Daisy con lo sguardo. «Io e lei non ci vedevamo da cinque anni. Montgomery, estate 1918».
«Ah Jay, non me ce fa pensa’» disse lei a occhi sognanti.
Gatsby la invitò a guardare avanti, dove la sua incontenibile immaginazione aveva allestito uno schermo visibile solo a loro. Invocò un ricordo e lo proiettò.
«Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata – agitò le dita con ritmo, come una danza nel vuoto – in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al jukebox Pazza idea di Patty Pravo». Quindi cantò: «Pazza idea… di far l’amore con te».
Daisy si abbandonò con trasporto: «Eri tenerissimo». 
«Sì». Lasciò a quell’attimo il giusto respiro. «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?».
Daisy sussultò indignata; Tom scoppiò a ridere.
«Tutto qua? Ribadisco: lei è un pirla! Non posso dire niente su quello che è successo cinque anni fa, ma la mia cipollina mi amava quando ci siamo sposati. E mi ama ancora. In più amo Daisy anch’io». 
«Ah, ma lei è de coccio» si lamentò Gatsby. «Senti Daisy, digli che non l’hai mai amato e chi s’è visto s’è visto».
«Come potrei amarlo? È impossibile!» sbottò lei. Scattò in piedi e andò vicino alla finestra. Aveva il respiro affannato, tremava per la tensione.
«Mai, cipollina?» disse Tom supplice, avanzando lentamente. «Neanche alle Hawaii?». A ogni passo il volto contratto di Daisy perdeva forza e vigore. «Neanche il giorno che ti ho portato in braccio fuori dalla clinica del botox?».
«Il botox?» ripeté Gatsby.
«Sì, e anche il filler alle labbra, alle mani, alle braccia, ai polpacci».
«Ai polpacci?».
«Per non parlare dello sbiancamento anale».
«’Na cafonata».
«Tom, ti prego, basta» capitolò Daisy. «Jay, tu vuoi troppo». Pianse e tirò su col naso. «È vero, l’ho amato una volta; ma amavo anche te».
«Anche questa è una balla! Fra me e Daisy ci sono cose…».
«Se, se, certo – Gatsby agitò la mano – le ululate. Senta, devo parlare con Daisy da solo. L’ha messa in agitazione. Si rende conto? Guardi che, se vado in bianco, me se sballa tutto l’orologio biologico».
«Anche da sola non direi che non l’ho mai amato» chiarì Daisy a braccia conserte.
«Cipollina, d’ora in poi mi prenderò miglior cura di te».
Gatsby alzò gli occhi al cielo. «Aridaje. Daisy la lascia».
«Per un terrùn?» sghignazzò Tom. «So chi è lei, signor Gatsby. Insieme a Wolfshiem ha comprato un mucchio di drugstore».
«Nick, e mo che so shti draggheshtorre?» mormorò Jordan. Nick le fece cenno di lasciar perdere.
«E non è tutto. Gli affari dei drugstore sono spiccioli a confronto del traffico di obbligazioni che lei e Wolfshiem avete creato».
«Ma nun potete parla’ potabile? Non me ce shtate a fa capì più gnende» si lamentò Jordan.
«L’altro giorno ho telefonato al suo amichetto per fargli qualche domanda. Sa che mi ha risposto? Che – imitò il romanesco di Wolfshiem – je faccio orore. Allora gli ho detto: orore? E lui: sì, orore».
Gatsby rise di gusto. «Delicatissimo il caro Meyer».
«Questa è la gentaglia che frequenta! E lei si crede rispettabile, signor Gatsby?».
«L’unica cosa che lei ha di rispettabile, vecchio mio, sono i soldi, tutto qui. Ma io ne ho tanti quanti lei, perciò siamo uguali».
«Oh, no, no, no. Siamo diversi» si meravigliò Tom. Era calmo e deciso, altezzoso nella sua superbia. «Io e loro siamo tutti diversi da lei. Noi siamo nati… diversi. È nel sangue, e niente di ciò che lei fa, o dice, o si mette in testa, cambierà questa realtà. Te capi’?».

Sorrise beffardo e lo pizzicò sulla guancia, poi si allontanò. L’umiliazione di quel gesto ferì Gatsby nel profondo. Raggiunse Tom di soppiatto e lo invitò ad alzare il gomito all’altezza della spalla – «Un po’ più in basso. No, no, vecchio mio, un po’ più sopra. Ora mantenga…» – e con un colpo glielo spinse verso l’alto.
«Ma va a mori’ ammazzato a te, a quella cornuta de tu moglie e a quei quattro maritozzi che te porti appresso, a testa de cazzo!» si sfogò mentre Tom cadeva a terra dopo una mezza giravolta. «Quanno ce vò, ce vò» spalancò le braccia Gatsby.
I volti giudicanti di Nick, Daisy e Jordan ridimensionarono il suo entusiasmo. Tom si alzò e raccolse il toupet volato via.
«Ma che ce sète cascati?» disse Gatsby, ora farsesco. «Era una burla». Daisy portò la mano alle labbra e soffocò un verso incredulo. «Daisy, tesoro, ho solo perso il…». 
«Ti prego, Tom, non ce la faccio più!» lo interruppe lei.
Il marito la guardò soddisfatto. «Perché non vi avviate con la macchina del signor Gatsby? Toh, ciapa. Non ti seccherà; avrà capito che questo piccolo flirt è finito».
Daisy afferrò al volo le chiavi e si precipitò fuori.
Gatsby le corse dietro disperato. «Desculpame, mio amor… e statte bona co’ ’a capriolèt, mortacci tua».
Il silenzio della stanza, orfano delle tensioni di quel pomeriggio, diede modo a Tom di assaporare il suo trionfo. Gongolando accese un sigaro, fece qualche tiro e lo appoggiò nel posacenere. «Vi va un goccio?». Sul tavolo c’era una bottiglia di bourbon ancora intatta.
Jordan armeggiava con le manopole di una radio. Defilato, Nick giaceva assorto alla finestra.
Si girò e sussurrò: «Mi è venuto in mente che oggi è il mio compleanno».
In sottofondo, il ronzio di una stazione mal sintonizzata; nell’aria, l’odore del tabacco. Si guardarono perplessi, poi Tom fece una capriola all’indietro e urlò: «Skibidi boppy!».

In radio passò una canzone: i versi strani di un certo Scatman John.

A illustrare, immagine realizzata con ChatGpt.