Perdite notturne
‘Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto
dove l’acqua di Tevero s’insala,
benignamente fu’ da lui ricolto.
A quella foce ha elli or dritta l’ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala’.
Pg. II 100–5
Ho acceso il mutuo per quell’appartamento in periferia – prima stavamo in affitto – perché volevo che Tommaso avesse qualcosa di suo quando fosse cresciuto. Il condominio era di forma rettangolare e opponeva al mondo una facciata giallo tuorlo d’uovo, rifatta di fresco, con tetti e tegole rosso argilla – una fortezza, che chiudeva al suo interno un cortile dove non potevi entrare, se non dagli appartamenti al piano terra. A questa nota, diciamo, essenziale devo aggiungere un paio di dettagli che non sono riuscito a elaborare senza un bel po’ di lavoro su me stesso. Il primo è che si trattava non tanto di dare a Tommaso qualcosa di suo, ma di dargli qualcosa e basta. Della nostra famiglia rimanevamo io e lui, e io ho avuto per anni la netta sensazione che senza sua madre lui non avesse davvero più niente al mondo. C’ero io – ma io chi sono? Niente, come il Perozzi secondo la sua vedova. Il secondo dettaglio interessante è che quell’appartamento l’ho scelto a fronte di diversi altri che costavano meno e non erano certo situati peggio, perché c’era il cortile interno e non il giardino. Per carità, io sono cresciuto sempre in case col giardino, ma un giardino sta tra la casa e la strada, insomma fa da diaframma, da divisorio; non blocca la vista. Non importa quanto alti siano gli aceri o quanto folte le siepi di edera, il mondo è sempre là fuori col suo occhio senza tempo. Ti spia mentre giochi, mentre fumi una sigaretta appoggiato a un tronco, aspetta solo che tu esca; e se esci, sono cazzi tuoi. Ma nella nostra nuova casa nessuno – almeno da fuori – si sarebbe accorto della nostra esistenza. Il cortile era a nostro uso esclusivo. Ci avrebbero visto i vicini, ma i vicini sono parte del gioco. Il mondo restava fuori. Non avrebbe spiato Tommaso mentre si aggirava tra le betulle. E io l’avrei sempre tenuto d’occhio dalla nostra finestra al terzo piano.
Ma le buone idee non sei quasi mai l’unico ad averle. Anzi, perlopiù arrivi tardi.
A Tommaso la casa nuova non dispiaceva. Le prime notti ci dormì tranquillo. Gli avevo appeso alla porta il cartellone coi giorni della settimana, ciascuno col suo colore e un animale che spuntava dietro il nome del giorno, perché senza quello non si svegliava bene. Passammo ore a capire la disposizione dei pupazzi sul suo lettino – era diffidente, meticoloso; anche a fidarsi di quello che gli mettevo nel piatto ci metteva sempre un po’. Pagava il prezzo, lui più di me, della nostra famiglia amputata. Pure, gli restava abbastanza cuore per guardarmi in faccia mentre disponevamo i pelouche, e offrirmi il suo leoncino azzurro:
«Questo lo prendi tu».
«Grazie, topino».
«Mi chiamo Tommaso».
«Scusa».
Tutto sua madre.
Occuparmi di lui mi distraeva. Quando iniziò a bagnare il letto, non ne feci un dramma. In fondo, chi dormiva più? Entrava in camera mia tenendo per mano il suo orsetto e mi trovava quasi sempre con la luce accesa a leggere Baricco, la cosa più vicina al suicidio che conoscevo. «Papà», diceva mortificato. Mi alzavo e in quattro e quattr’otto le lenzuola erano pulite, lui sciacquato sotto la doccia, asciugato, in pigiama e di nuovo a letto. Perché dormire, almeno lui, dormiva. Attribuivo ai suoi incubi – incubi che dovevano avere in parte provocato l’enuresi – certe frasi che mi diceva nel dormiveglia, mentre gli rimboccavo le coperte nel cuore della notte:
«Ho dato Bibi [il suo coniglio di pezza] alla signora senza testa, ma non lo ha voluto».
«La signora senza bocca, non capivo se rideva».
«Il bimbo morto non voleva girarsi».
«La bimba lenta è ancora alla finestra, la mandi via?»
Diventerà un grande regista di film horror, pensavo tornando a letto. Se non che una notte, tornando verso camera mia dopo avergli rimboccato le coperte, mi sono trovato avvolto in una tenebra più fitta del solito, quasi di lana grezza; e accanto a me, un sacco d’ossa che un tempo era stata una ragazza, improvvisamente fosforescente, mi ha detto:
«Mai andata a vedere un film horror. Mi facevano paura».
E com’è vero che mio figlio è nato il dodici aprile, prematuro di un mese, niente incubatrice, due chili e due, ho visto il sacco d’ossa con qualche ciocca di capelli che le rimaneva dirigersi verso camera mia, poi scivolare attraverso le persiane chiuse della finestra e fluire verso l’alto. Senza pensarci le ho aperte di scatto.
Il cortile interno, che doveva essere immerso nel buio, era occupato da un vortice bianco, che se lo fissavi troppo diventava trasparente come gelatina; sbiancava di luce le betulle, gli aceri, i cedri e le palme come fossero coperti dalla neve di una settimana. Il sacco d’ossa, fluttuando nell’aria fredda della notte, sparì nel vortice, dove distinguevo – a fatica – facce, mani, piedi. Ho chiuso la finestra, pensando che la schizofrenia – e altre malattie mentali – si manifestano di solito in una fascia d’età inferiore alla mia.
Curioso, però, che fossimo schizofrenici in due – nel senso che Tommi li vedeva pure lui, questi morti di poche parole. Che fossero morti, pareva ovvio – dopo che sparivano nel vortice, non li rivedevamo mai più. E il tetto del vortice si confondeva con le nuvole. Le mattine io e Tommaso, quando non sapevamo di che parlare, cominciammo a dirci chi avevamo visto. Gli mettevo i biscotti davanti, gli riempivo di latte la tazza – ci voleva un po’ perché si decidesse a parlare o muoversi, appena sveglio – e provavo a chiedergli:
«Visto niente, ieri notte? Io quello col cranio spaccato».
Si accendeva:
«Anch’io. Che schifo, tutto il sangue».
Capitavano i casi disperati, in cui Tommi rimaneva catatonico davanti alla tazza di latte, poi non appena mi voltavo per aprire la dispensa, eccolo sgattaiolare via da tavola e rifugiarsi a letto. Non voleva uscire, diceva. Andavo a sedermi accanto a lui.
«Tommi, fai tardi a scuola».
«Mi chiamo Tommaso».
«Alzati».
«No».
«Ieri notte sei riuscito a vedere la vecchia grassa?»
«È rimasta seduta per terra per ore. Non voleva andar via».
Prima o poi andavano tutti via – uscivano dalla finestra, sparivano nel vortice, che si vedeva di notte ma c’era pure di giorno – solo, quasi invisibile, e molto silenzioso. Non trovavamo quasi mai gli stessi morti in casa per più di tre sere di séguito. Lavoravo molto da casa e mi capitava di scendere in cortile per masticare un pezzo di cuoio – cercavo di smettere di fumare – e, in mezzo al boschetto di cedri, alzavo le mani palpando l’aria. Eccolo là, il vortice – mi correva sulle dita, facce, mani e piedi di luce apparivano per un secondo nel vuoto sotto il cielo.
Un mattino, poco prima che tornassi in casa per mettere in forno la quiche e andare a prendere Tommi a scuola, incrociai un vicino con la pipa in bocca, fumante, mentre controllava un cespuglio di rosmarino che aveva piantato.
«Me ne dà un rametto?»
«Ma può prenderne quanto ne vuole», rispose lui.
«Lei è un galantuomo».
«Lasci perdere. Piuttosto, mi permetta: lei è Bianchetti?»
«Lo sono».
«L’amministrazione condominiale qui fa pietà. Ci è venuto in mente, a me e a Battiferro del quarto (io sono Melluso, sto al sesto) che forse nessuno le ha detto che il cortile è un punto di passaggio».
«Nessuno mi ha detto un accidente».
«Eccallà. Allora, lei ha presente il secondo del Purgatorio?»
«Io poesia solo Jim Carroll».
«Ok, porti pazienza cinque minuti che le spiego. Dante dice che prima di arrivare in Purgatorio, i morti in grazia di Dio si radunano tutti in uno specifico punto sulla Terra, che secondo lui è la foce del Tevere».
«Apperò».
«E lì aspettano il celestial nocchiero che viene col barcone e schizza via verso il santo monte».
«Oooh».
«Solo che il sommo si è sbagliato coi calcoli, o forse ha voluto usare la fantasia una volta di troppo – insomma, il punto di raccolta è qui, in questo cortile».
Guardai il vortice, che si fondeva col cielo sempre più bianco e con il sole di mezzogiorno.
«E questi sono tutti morti. Quelli nel vortice».
«Esatto. È un fatto molto antico. Il vortice c’era pure prima del condominio. Forse prima ancora della città».
«E sono tutte anime salve che vanno a purgarsi».
«Questo non lo so perché con noi non parlano. Al massimo reagiscono a qualcosa che diciamo, ma è come se pensassero sempre a tutt’altro. Non mi chieda dove vanno a finire perché non lo so. Vanno dall’altra parte. Di più non siamo mai riusciti a capire».
«E non siamo schizofrenici. Io e lei, dico».
«No, a meno che non sia schizofrenica tutta la gente che vede quello che vediamo ora».
«Senta, io ho un figlio piccolo, e siamo in una situazione complicata. Non —»
«Stia tranquillo. Sono inoffensivi».
«La notte facciamo fatica a dormire».
«Per via dei morti o perché siete un po’ tesi voi due?»
Ci incontrammo altre volte. Melluso aveva tanta pazienza. Quella primavera piantò pomodori, e non gli crescevano come voleva, per cui era sempre nell’orto a scancherare. Lo raggiungevo e gli attaccavo il pippone. Ogni volta il fatto narrato era diverso. — Ero stato sotto la doccia con due morti, uno senza un braccio che agitava il moncherino chiedendomi il sapone, e un altro che faceva l’elicottero con un buco di pistola in fronte. — Una ragazza giovane, che sosteneva di avere un fratellino ed era molto pallida e con le labbra nere, insisteva nel voler raccontare una fiaba a Tommaso per addormentarlo (Tommaso era in lacrime). — Una coppia di adolescenti con dei pezzi di vetro in faccia e le mandibole frantumate cercò di aprire il mio frigorifero – ma non riuscirono; erano incorporei; chiusi allora le porte della cucina, non dico per trattenerli, ma per far loro capire che con noi non c’entravano – e allora tutta, tutta la stramaledetta notte a sentirli urlare vecchioooo oh ma ci sta della birra in questa casaaaa zioooo svegliaaaa. Cosa tanto più imbarazzante in quanto la birra non avrebbero potuto berla.
«Lei è una calamita per i mortacci», mi disse un giorno Melluso, porgendomi una foglia di pomodoro, lanuginosa e profumata. «Non sentivo da anni di contatti così frequenti».
«Ma perché a me».
«Eh, chissà. Può darsi anche la sua situazione. Lei qui è l’unico padre single».
«Come fa a sapere che sono un padre single?»
«Mamme non ne ho viste, finora, a casa sua».
«Ma magari sono vedovo, o divorziato».
«Quello che è. Il pupo lo sta crescendo lei, no?»
«Aha».
«Ecco. I morti sono un po’ come i bambini, sa. Sono attratti da tutto ciò che è colorato, in movimento, divertente o che promette coccole. Si vede che lei emana le vibrazioni giuste».
«Dio».
«Ma no, ma no. È una bella cosa. Per suo figlio, almeno».
Mio figlio non aveva sua madre e tutti i miei sforzi per amarlo non lo avrebbero salvato dal crollo psicotico che lo attendeva al varco dei quattordici, o forse dei venti, o al più dei trentacinque anni. Questa idea fissa non riuscivo a togliermela. Per Tommaso avevo mobilitato le mie energie migliori, ed era comunque fottuto. Presi l’abitudine di dormire con lui nel lettino – gli leggevo fiabe urlando, perché non si facesse distrarre dai morti che non lo facevano dormire, e poi finivamo per addormentarci in due, a cucchiaio. Io mi alzavo la mattina dopo con la schiena rotta, ma lui perlomeno si faceva tutto un sonno, senza svegliarsi.
Una sera entrai in camera sua con lo spazzolino in bocca ed era raggomitolato sotto le coperte. Anche così capivo che stava tremando.
Sollevai le coperte.
«Tommaso, esci. Dai, che si dorme».
«Posso dormire anche qui», rispose lui con voce da topino.
«No, ci soffochi. E poi ti devo leggere una storia».
«Allora manda via la mamma».
«La che?»
Sua madre era, in effetti, nella stanza. Non l’avevo vista subito perché stava in un angolo, in piedi a fissare il muro. Per un attimo mi chiesi perché Tommaso non le fosse corso incontro o non l’avessi sentito gridare il suo nome. Poi mia moglie si voltò e capii quello che aveva capito anche Tommi, ormai addestrato a riconoscere certi segnali. Il colore cianotico della faccia rifletteva la lucina del bagno come Urano il Sole in certe vecchie foto, che mostrano un pallore a metà tra il verdolino e l’azzurro. Le labbra invece erano proprio blu.
«Tommaso», dissi con un filo di voce, «esci dal letto e vieni a salutare la mamma».
«Non la voglio», disse lui. «Non le voglio più bene».
«Lascialo stare», disse allora mia moglie. «I bambini sono capricciosi. Piuttosto, fammi un Cosmopolitan».
Dio cristo, pensai. Miliardi di euro dallo psichiatra. Il manicomio criminale. Il TSO. Finirà rinchiuso un centro diurno con un dito in culo. Corsi in bagno, buttai lo spazzolino al suo posto, mi sciacquai la bocca, vomitai rapidamente nel cesso. Mia moglie mi seguì sulla soglia. Mentre mi sciacquavo la faccia e (di nuovo) la bocca, ripeté la richiesta di un Cosmopolitan.
«E come pensi di poterlo bere?»
«Hai ragione», ammise lei. «Però che voglia di un cocktail».
«Perché l’hai fatto?»
Ci spostammo in cucina. Non accesi la luce.
«Cosa?»
«Ammazzarti. Sei morta di asfissia. Cos’hai usato, l’elio?»
«L’azoto. Completamente indolore».
«Tu sei completamente cretina. Perché l’hai fatto?»
«Che noia che sei, Martino – l’ho fatto perché mi andava di farlo. Un po’ estremo, lo riconosco, ma non vedo cosa c’entri tu».
«Non far finta di non capire. Di tutte le cazzate che potevi fare, e ne hai fatte tantissime, questa è fuori da ogni grazia di dio. Tu hai un figlio, porco cristo. Passi che bevevi, sono cose che succedono, potevamo parlarne. Passi pure che un bel giorno te ne sei andata senza lasciare neanche due righe, va bene, il trauma, ma comunque resti sempre nei paraggi per dare spiegazioni un domani – per essere la madre di tuo figlio. Ma che cazzo di senso ha morire di asfissia? Cosa dirai ora a Tommaso?»
Nel ricevere questo mio sfogo, mia moglie aveva strabuzzato gli occhi e allargato le braccia, come una che davvero non sa più cosa fare. «Sono qui, no?», rispose alla fine. «Se vuoi ci parlo io, con Tommi».
«Sei morta, stronza. Tuo figlio è perduto per sempre. Tu me lo hai spedito al manicomio e ancora non ho capito che cazzo ti è preso».
«Martino, ma se continui a non capire, il problema non è piuttosto il tuo?»
«No», gridai lanciando un bicchiere contro la parete – si spaccò in una danza di cristalli. «Non ci provare, Sandra, non ti azzardare nemmeno. Non posso – non posso prendermi io tutta la colpa. Siamo stati insieme dieci anni prima che nascesse Tommi. C’era confidenza. Io ti dicevo le cose, tu le dicevi a me, io ti guardavo, stavo attento a te, quando hai cominciato a comportarti, bè, in modo strano, non provarci nemmeno a dire che non me ne sono accorto».
«Te ne sei accorto, certo».
«Oh».«Hai provato a parlarmi. Questo è sicuro».
«Eh!»
«Però non hai capito».
«Ma vaffanculo».
«Non hai capito e me ne sono andata».
«Ti sei pure ammazzata».
«Quello non è affar tuo, Martino. Non gira tutto intorno a te».
«Fanculo».
«Perché piangi?»
Ero in ginocchio e avevo la faccia fradicia. Negare l’evidenza non avrebbe giovato.
«Perché sei mia moglie e avevamo una vita e poi ti è successo qualcosa e io non ho capito e ora sei morta e quindi non capirò mai, fine del gioco. Fine delle possibilità».
«Bè, sono qui ora. Posso spiegarti tutto».
«Sei venuta qui per questo?»
«No, bè, sono venuta perché qui ci veniamo tutti, ma poi vi ho visti, e…»
«Puoi veramente farlo? Spiegarmi tutto, intendo».
«Non credo».
«Ma poi, vorresti farlo?»
«Non credo».
Cominciai a lanciare i piatti contro il muro.
«Ok, adesso vado nel vortice».
Smisi di lanciare i piatti e mi asciugai la faccia con la manica del pigiama. Tommaso era comparso nel corridoio, stringendo Bibi. Bibi era molto popolare in quei mesi. Sandra s’incamminò verso la finestra più vicina. Tommaso le passò attraverso e venne verso di me. D’impulso lo presi in braccio:
«Stai attento, ci sono vetri e cocci dappertutto».
«Papà, smetti di urlare e vieni a dormire».
Poi mi si raggomitolò addosso. Lo riportai in camera sua, lo poggiai sul letto: non voleva lasciarmi. Sua madre ci guardava dalla finestra aperta – la notte era fresca, sapeva di giacinti – i primi a fiorire in quel marzo.
«Non vuoi dire qualcosa alla mamma, prima che se ne vada?», chiesi.
«No».
«Tommi, la mamma se n’è andata. Cioè, è qui, ma fra poco se ne va. Forse lei vuole dirti qualcosa…?»
Sandra arricciò il naso, si fece avanti di qualche passo, interdetta. Poi:
«Mi dispiace, Tommi. Non ti ho detto nulla, ma forse avrei dovuto. Tu non sei tuo padre. Magari avresti capito».
«Mi chiamo Tommaso», rispose lui con la faccia premuta sul mio collo.
«Senti? Ti somiglia», dissi io. Mi sistemai meglio sul letto, magari per dormirci; quando riportai lo sguardo sulla finestra, mia moglie era già quasi scomparsa. Feci in tempo a vedere la sua sagoma verdognola affondare nel seno del vortice, là, al centro del cortile.
A illustrare: Gustave Doré