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Senza Benza

Autore
Giulio Iovine
Ciclo #22 - Spaghetti fuel
22 maggio 2025

Sexual shame is in itself a kind of death.

A. Bechdel, Fun Home

La prima macchina che m’è toccata, presa la patente, fu un oggetto di lusso: l’Audi A3 di mia mamma, immatricolata 1997. Un regalo di certi suoi zii ricchi che lei, per ragioni ideologiche, finché visse non guidò mai. Io, al contrario, ci ho fatto mezzo Norditalia in dieci anni, in un tempo in cui di gas ed elettrico non si sentiva parlare e la benzina la davamo anche ai bambini per pucciarci i biscotti. Tanto blu scuro da sembrare nera, quando usciva dall’autolavaggio pareva il dorso di una balena che emerge dal pelo dell’acqua, abbronzata dal sole della Namibia. Toccavi appena il pedale, e ti eri lasciato dietro cinquanta chilometri senza farci caso. Certe mattine serene, nel tardo autunno umidissimo bresciano (umidissimo!), in due corsie deserte, guardavo il numeretto duecento sul tachimetro e mi veniva pure da abbassare il finestrino.

Bestie del genere invecchiano male. E lo fanno di nascosto, mettendoti davanti al fatto compiuto quando è troppo tardi. Candele vecchie e sempre più usurate, iniettori sporchi e filtri del carburante intasati sono dettagli che io non avevo i mezzi per notare e che sono, evidentemente, sfuggiti alla revisione biennale fino alla catastrofe, una sera di fine agosto di qualche anno fa, quando finalmente realizzo che la mia macchina consuma molta, ma molta più benzina del solito; e però sono a quarantasei chilometri dal prossimo autogrill, e improvvisamente in riserva. 

Lì per lì penso: figurati se non faccio in tempo. Che saranno mai quarantasei chilometri. Certo, meglio non andare troppo veloci, sennò finisco prima la benza. — Una precauzione ragionevolissima, la cui ovvia conseguenza è che si va e si va e si va e i chilometri tra me e la pompa di senza piombo sono comunque espressi in due cifre. La lancetta sul rosso, dal canto suo, scivola sempre di più verso l’estremità destra, per cui  io, volando nella notte ai centocinquanta all’ora, convinto di perdere  il motore da un momento all’altro, accosto  sulla corsia di emergenza con le quattro frecce e molta voglia di morire male.

Spengo il motore, tiro il freno a mano, esco e mi appoggio alla portiera. Non sono ancora le estati assassine di adesso, fa caldo ma tira pure, non so da dove, un venticello fresco. Aiuterebbe uno smartphone, ma all’epoca ancora non ce l’ho, è solo il 2011. Sullo sfondo degli swosh e swish delle automobili in carreggiata, mi pare di sentire un rombo in lontananza, basso e rugoso come uno sbadiglio. Dall’altra parte del guard-rail si apre una cavedagna a stoppie biondo cenere, con qualche albero sopravvissuto qui e lì e un capannone industriale sull’orizzonte. Che non è proprio uno spettacolo ipnotico; e però non riesco a formulare un pensiero coerente sulla mia situazione fino alla lenta discesa della notte.

Pensa, Renato, pensa. Se riaccendi il motore, rischi che ti si spenga da un momento all’altro. Puoi provare ad andare sulla corsia di emergenza, dando una sgasata e poi restando in folle finché ti dura il momento angolare, sperando di cavartela prima che la benza finisca. Se finisce, se non altro sarai un po’ più vicino all’autogrill. Puoi chiamare un carro attrezzi, ma ci lasci seicento euro come minimo, vista anche l’ora, e a te spendere è sempre garbato poco, vai in giro da dieci anni con la macchina di tua madre, cristo santo. — E lì mi ricordo che pochi minuti fa, proprio prima di un ponte, ho visto in corsia di emergenza un camion dell’Anas. Vuoi che non mi prestino un litro o due della loro benza? Massì, dai, solidarietà. Chiudo la macchina e m’incammino nella notte di agosto, tenendomi vicino al guard-rail. Primo problema: la distanza tra me e non dico il camion, ma il ponte che lo precede, si copriva in pochi minuti a centocinquanta all’ora; ma a piedi… incredibile come per arrivare a questo stramaledetto ponte, che pure vedo con le sue lucine nella tenebra, ci vogliano sei generazioni. L’asfalto intanto, nel buio notturno, libera il calore solare accumulato, e io ormai cammino su un termosifone. A metà strada, sudato e unto, sento che morirò di vecchiaia e al camion arriverà mio nipote. Arrivato al ponte tendo le braccia verso il camion, che per fortuna è ancora lì dove l’avevo visto, come se questo gesto diminuisse il chilometro che devo ancora percorrere.

Se capisco bene quello che vedo, gli operai sono impegnati nel ripristino del manto stradale tra corsia di destra e corsia di emergenza. Hanno lasciato i triangoli, le lucine intermittenti sulla fiancata del camion, e tre di loro, in giubbotto catarifrangente, stanno stendendo cemento fresco sull’asfalto sbreccato. Il retro del camion è aperto; quando mi affaccio col nasone sull’orlo della portiera di destra, vedo che in tutto sono cinque, e i due che non sono chinati sull’asfalto stanno controllando non so cosa su una mappa blu.

Mi faccio notare con un colpo di tosse. Mi guardano perplessi. Spiego loro la situazione. Uno di loro, con un forte accento dell’est, mi fa notare che loro vanno a diesel e la mia Audi sicuramente a senza piombo; quindi, anche se potessero riempirmi di gasolio una bottiglia di Pepsi — e non possono — sarebbe comunque inutile. Preso dallo sconforto, mi siedo sul pianale del camion, gli occhi dilatati nell’orrore. Improvvisamente l’altro operaio, quello che sinora è stato zitto, mi porge una sigaretta e mi fa:

– Semmai chiedi a loro due.

– Chi?

– I due là dentro, e mi indica l’interno del pianale del camion. È pieno di attrezzi, una pompa idraulica, scatoloni di materiale pesante, segnali stradali, un generatore elettrico. D’istinto mi avvicino e faccio per salire, ma sento un paio di dita pinzarmi l’orecchio. È l’operaio, che aggiunge:

Prima lasciali finire. Guardone.

L’interno del vano di carico non è illuminato se non di sbieco. Vedo molto poco in questa semioscurità, e attrezzi e scatole a parte, qualcosa non torna. Da dietro uno scatolone sullo sfondo spuntano dei piedi.

Uno, due, tre… quattro piedi. Due persone. La posizione lì per lì non la capisco; due sono col tallone verso il basso, le dita dilatate, sospesi in aria; gli altri due, con la pianta verso l’alto, anzi quasi appoggiandosi sul collo del piede, fanno uno strano movimento a stantuffo. Faccio appena in tempo a pensare: ma che sono, due persone una sopra l’altra? — poi ecco i grugniti, gli ansimi e gli squittii e, per completare la figuraccia, sento un gran calore alle guance. Sono arrossito.

Immobile, fisso i quattro piedi. Gli operai si scambiano due o tre frasi in una lingua che non so e quello che mi ha dato la sigaretta commenta:

– La fumi?

Deglutisco e rispondo no grazie; lui la riacchiappa e se l’accende. Con le urla finali, salto giù dal pianale e faccio per andarmene, ma l’operaio che fuma mi blocca con una mano sul petto:

– Dove vai? Chiedi a loro, no?

E rieccomi seduto, con un leggero tremito alle mani, al torace, ai denti. Nel giro di pochi secondi, in piedi accanto a me, arriva lui. Avrà qualche anno meno di me, ma nemmeno tanti; tonico senza essere muscoloso, glabro a parte qualche sequenza dorata sulle cosce e sotto l’ombelico, e una barba bionda che segue con attenzione il profilo del viso, come se venisse regolata spesso. Anche i capelli sono biondi, l’alluce sinistro appena appena un po’ valgo, e un arnese lucido di sudore, lungo e indifferente, quasi un rubinetto di carne appena spento che punta verso il basso. Quando si siede accanto a me, appoggiando il gomito su un ginocchio e lasciando penzolare l’altra gamba, mi verrebbe da dirgli, guarda che sei nudo. E invece sto zitto, perché l’amico ha in mano una bustina di plastica con dentro dell’erba e dei filtrini, e li offre a tutti, me compreso. Faccio no con la testa. Gli altri operai lo mandano affettuosamente a fanculo. Uno accetta e comincia a rollarsi la canna. Non fa in tempo ad accendersela che dall’altro lato del pianale compare lei, altrettanto nuda e salutata da una ola. Lei, l’alluce valgo, proprio non ce l’ha. Non so come si possa essere magri e floridi allo stesso tempo come questa ragazza; forse quando avevamo diciannove anni – di più non gliene do – era più semplice. Se lui è bianco e biondo, lei è olivastra e nera, non dico zingara ma forse greca o bulgara. È il suo odore a stordirmi per primo, un sentore di miele e carne fresca; poi le cosce lunghissime anche se di suo non è molto alta, la pancia luccicante di sudore, i seni tondi come grosse arance, i capezzoli che ti guardano dritto negli occhi. Mi accorgo che ha un filo di trucco sugli occhi – henné, forse – glieli rende un po’ egiziani. Si passa le mani tra i capelli neri per sciogliersi i nodi:

– Sto un disastro, con questa testa. Devo tagliarmeli.

Poi mi guarda.

– Ciao. E tu chi sei?

– Questo c’ha bisogno, interviene l’operaio che sta fumando la canna. Intanto i tre curvi sull’asfalto si stanno rialzando — in quel punto lì hanno finito, è tempo di spostarsi.

– Che c’hai?, chiede il biondo scendendo dal pianale e guardandomi con un sorriso benevolo.

Quando rispondo, mi accorgo che ho la voce velata di catarro. Tossico e riprendo, spiegando la mia situazione. Intanto lei si è alzata ed è andata a prendere i loro vestiti. La sento parlare con gli operai nella lingua strana di prima, che forse è romeno.

– Noi qui si va. Venite con noi?, chiede a un certo punto l’operaio con la canna ai due.

– Hai detto che ancora un po’ di benza ce l’hai?, mi chiede il biondo.

– Credo. Sto in riserva.

– Noi dobbiamo andare a Parma. Io e la mia ragazza. E a pochi chilometri da qui c’è l’uscita con il casello, e attaccato un distributore self. Secondo me ce la fai.

– Non lo sapevo, balbetto commosso. 

– Ci dai uno strappo, a me e lei? Loro escono a Piacenza. Così se resti a piedi, spingiamo in due.

– Non fate cose strane, grida uno degli operai, e tutti ridono come caverne.

– Coglioni, risponde lei ridendo, e scompigliandomi i capelli. – Ce lo spaventate.

Poi butta addosso i vestiti a lui:

– Vestiti che sei nudo. Credi che è buona educazione, sventolare il pipo in faccia alla gente?

– A te piace, commenta lui indossando i pantaloni — due braghini corti coi buchi — e poi la maglietta, una canottiera stinta.

– Ma è diverso, è mio, a me lo devi sventolare.

È un accento dell’est anche quello di lei, ma meno forte. Chiude in due scarpe logore quei piedi affusolati, il collo del piede arcuato come un ponte sospeso, e comprimendo i seni in una canottiera verde militare che i capezzoli rischiano di perforare da quanto è lisa.

– Allora, ci accompagni?

– Sì.

– Grande! Grazie.

– Grazie mille, aggiunge lei, e mi molla un bacio sulla guancia. Salto giù dal pianale e mi accorgo di avere le vertigini. Intanto lei dice qualcosa in romeno, ad alta voce; lui prova a imitarla, tutti gli operai si schiantano dal ridere, gli danno finti pugni sulle spalle, lo chiamano cazzone, prossima volta vai a scopare sotto un ponte. Poi lui la prende per mano.

– Dove hai la macchina?

Faccio loro cenno di seguirmi, e camminiamo nella notte. Butto un occhio dietro di me ogni tanto: sono ancora mano nella mano.

– Io comunque sono Filippo, dice lui ad un certo punto.

– Io Amalia, gli fa eco lei.

– Renato, rispondo io.

– Che fai nella vita, Renato?

– L’agente di commercio.

– Eh?

– Il rappresentante. Vado in giro a vendere prodotti di aziende.

– Che prodotti?

Trotterellando, mi sono venuti a stare ai due fianchi. La mia macchina, nelle luci intermittenti delle altre automobili, si comincia già a vedere.

– Attrezzature mediche.

– Oh, tipo lo scanner che vende Will Smith? L’ho visto in un film.

– Qualcosa del genere.

– Figa ‘sta macchina. Hai visto, Amalia? Ha un’Audi!

Apro la portiera. Filippo mi frena:

– Fa’ una cosa. Adesso sali, accelera per qualche secondo e poi inchioda. Tutto in corsia.

– Perché?

– Così capiamo quanta benza hai.

Amalia corre a cento metri di distanza, i seni che sballonzolano, i capelli che sembrano voler raggiungere un capo e l’altro dell’orizzonte. Io accendo il motore, prego che non si spenga, faccio quello che mi ha detto Filippo e inchiodo proprio accanto ad Amalia, che ha l’orecchio teso verso di me.

– Allora?, chiede Filippo raggiungendoci.

– Ho sentito il ciaff nel serbatoio, risponde Amelia facendo il pollice alto. – Ce ne ha ancora per qualche chilometro.

– Ci arriviamo a Parma, allora.

– Come no.

E salgono, lei davanti lui dietro. Io deglutisco, riaccendo il motore. C’è qualcosa nel loro odore che mi fa sentire la testa troppo leggera. Odore di luoghi nascosti, di calori liquidi, di sudori dorati. Torno sulla corsia di destra, arrivo alla quinta, mi fermo sui cinquanta all’ora per tenere i giri bassi.

– Questa fa i cinquanta in quinta. Che cazzo di bestia, hai visto Amalia?

– Dai, scemo. Parla d’altro. Sempre le macchine.

Lui le mette scherzosamente una mano nella maglietta, pinzandole il seno, e lei gliela schiaffeggia con un finto urlo. 

– Ma come hai fatto a finire la benza, Renato?

– Sono tirchio. Non faccio mai il pieno.

– Lo sapevo che eri tirchio!, esclama Amalia. – Lo sapevo. C’hai delle vibrazioni… E magari sei anche sagittario?

– Oddio, non lo so. Ma voi ragazzi –

– Aha?

– Come mai… dico, nel camion…

– Noi andiamo in giro così, commenta Filippo facendo spallucce. – Dove capita. Amalia è rumena e quando incontra dei rumeni la trattano sempre coi guanti. Poi questi erano simpatici.

– Ma stavate andando da qualche parte?

– Di preciso, pensavamo a Rho. C’ho un amico là. Il Comune gli ha dato un pezzo di terra, è in pensione, mi chiede da anni se ci voglio lavorare ma io sono sempre via.

– Noi non sappiamo mai bene dove stiamo andando, aggiunge Amalia, con una carezza sulla guancia di Filippo. – Ci piace così, finché ci si vuol bene, si sta insieme… 

– E poi a me piacerebbe piantare roba.

– Sì, le canne.

– Ma no, scema. Pomodori, patate. Ti divertiresti anche tu.

– Ah vuoi che venga con te?

– No?

– Se vengo con te tu non lavori un cazzo. L’unica cosa che pianterai nel campo è il pipo dentro di me.

– Nelle pause ci può pure stare.

Segue un limone, proprio mentre le mani mi sudano e ho un pezzo di legno nelle mutande, e per grazia della Madonna siamo in vista dell’uscita per Parma. Dev’essere mezzanotte o roba del genere, e per strada non c’è quasi nessuno. Al casello pago il biglietto, poi Filippo mi fa andare subito a destra, e dopo un vialetto di cui non sapevo l’esistenza, ecco un distributore deserto.

– Qui fai tutto. Contento?

– Grazie.

– E di che?

Adesso tirano fuori un coltello, mi sgozzano e rubano la macchina, penso mentre mi fermo accanto alla pompa. È ovvio. Non è mica una fiaba. Probabilmente lui ha la sifilide e lei la candida. Incredibile che abbiano ancora tutti i denti. Dai, non è possibile che trovino sempre un’anima pia che gli offra un tetto per scopare e un pezzo di pane se hanno fame. — Mentre penso queste cose e sto infilando la pompa nel serbatoio, i due dentro chiacchierano senza fare caso a me. Sento il clic del serbatoio pieno, stacco la pompa, dico addio a una settantina di euro e rientro in macchina.

– Amico, noi andiamo. Da qui si arriva a Parma in mattinata.

– E come ci andate?

– A piedi. O in autostop.

Resto immobile al volante.

– Renato?

Accendo il motore, mi porto fuori dalla stazione, svolto l’angolo e mi fermo vicino a una fermata di autobus.

– Renato, ma che fai, ci porti a Parma?

– Sei supercarino!

Metto il freno a mano e spengo la macchina: – Questo posto lo conosco. Qui passa il notturno che porta in centro. 

– Ma non abbiamo i soldi del biglietto. O ce li dai tu?

– No no, il bus lo prendo io.

– Eh?

Inspiro, espiro.

– Io adesso prendo la mia valigetta, esco di qui, aspetto il bus e arrivo alla stazione. Poi da lì mi arrangio per tornare a casa. Voi vi prendete la macchina e andate dove volete. Anche a Rho, se proprio dovete.

I due mi guardano perplessi.

– Amico, sei scemo? È la tua macchina.

– Eh. Se vuoi darci due euro per il biglietto sei molto gentile, ma

– È una macchina che ha vent’anni, rispondo con una smorfia – e comincia a non essere più questo granché. Per voi va benissimo, potete portarla dove volete, avete il pieno. Quando vi finisce la benza, mollate la macchina dove vi pare, io intanto avrò denunciato il furto, magari me la trovano e me la riportano. O potete venderla, se ci riuscite.

I due sono sempre più agitati:

– Ma sei pazzo

– Renato

Do loro sulla voce:

– Vi prendete la macchina e fate un pezzo di viaggio col culo seduto. Anziché andare a piedi per la cavedagna. Tra l’altro il retro è comodo, si dorme bene, si scopa pure bene.

O almeno credo. Io non ricordo di averlo mai fatto. Diciamo che lo suppongo. Comunque li guardo con tanta forza che gli muoiono le obiezioni. Rimangono zitti per qualche minuto.

– Tu sei un pazzo da pazzeria, commenta Filippo.

– Comunque te la teniamo bene, mi assicura Amalia.

– Fatene quello che volete, replico io. – Voglio che stiate comodi.

– Pazzo in culo, esclama Filippo, e mi dà una pacca sulla spalla. Prendo anche un bacio con lo schiocco da Amalia.

– Ma che possiamo fare per ringraziarti?

Ah, qui ho le idee molto chiare. Ci trasferiamo sul sedile posteriore e facciamo sesso. Per ore e ore e ore. Come mai l’ho fatto prima. Con i vostri corpi perfetti e la mia giovinezza che se ne va, le mie angosce mai curate, la mia libido mai veramente sfogata. – Li guardo e il mio corpo inizia a urlare che vuole essere toccato, accarezzato, baciato, ho bisogno di una lingua in bocca, una mano nelle mutande, baciare un piede, mordere un seno, un culo. L’odore mi sta uccidendo, è il loro odore, non gli odori singoli, proprio questo loro profumo che se sto qui altri cinque secondi o mi metto a piangere, o commetto l’azione più miserabile della mia esistenza – me ne approfitto e pretendo sesso. O allungo le mani senza che me lo abbiano chiesto. Per carità, dubito che reggerei il contrattacco di Filippo – ma l’umiliazione qui non sarebbe fallire; basterebbe averci provato.

E c’è un limite anche a quanto uno può umiliarsi. Per cui mi limito a scompigliargli i capelli per qualche secondo, a tutti e due contemporaneamente, e a uscire dalla macchina con la mia valigetta, dopo aver augurato loro buon viaggio.

– Se ci dai un indirizzo ti scriviamo, esclama Filippo.

– Sta nel cruscotto.

– Bene. Diciamo ai miei amici zingari di rubarti in casa, dice Amelia ridendo, con una strizzatina d’occhio.

– Buona fortuna, ragazzi.

– Ciao amico!

– Ciao!

Amalia balza al posto del guidatore e Filippo occupa quello di lei; accendono il motore, ed eccoli che sfrecciano verso l’autostrada. Ancora per qualche minuto riesco a vedere i due occhi rossi dei fari posteriori che forano la tenebra come due arterie mozzate. Mi appoggio alla pensilina del notturno, che chissà quando arriverà — se arriverà. Magari faccio prima ad andare a piedi? Parma è piccola. Prima però devo finire di piangere. E ci vorrà un po’. Sto singhiozzando troppo forte in questo momento, la valigetta che dondola dalla mia mano sinistra, perché la cosa finisca in breve.