Sulle spalle delle gigantesse #8 – Elizabeth Inchbald, A Simple Story (1791)
8.1. Quando il padre di Fanny Burney (già apparsa in questa rubrica) seppe che la figlia, che aveva già all’attivo un romanzo di successo (Evelina), si voleva buttare sulla drammaturgia, non ritenne di contraddire l’amore e la stima che le aveva sin lì dimostrato, o l’apertura mentale di cui era capace, mettendosi di traverso e impedendole di mettere in scena i suoi lavori [1]. La figlia di un gentiluomo, e per giunta un intellettuale, può benissimo scrivere romanzi (o, per dirla con le parole del Dr Burney, ‘in the Novel way, there is no danger’); ma che lasci perdere il teatro. D’altronde anche Edmund Bertram, in Mansfield Park, non ha obiezioni ad assistere a uno spettacolo teatrale recitato da professionisti; ma l’idea di sua sorella, la figlia di un baronetto, e altri giovani della stessa estrazione sociale, prestata alla recitazione da dilettante, gli fa orrore [2]. E come a lui, a Fanny. Gli inglesi hanno un problema col teatro? Sì e no. La loro cultura ha dato alla scrittura drammaturgica una delle sue tradizioni più antiche e persistenti. Il problema qui è cosa il teatro rappresenta per una civiltà intensamente conservatrice, il cui ordine sociale viene più spesso che no fatto rimontare alla notte dei tempi e da lì, direttamente a Dio tramite le scritture da lui ispirate. Rappresenta la possibilità, sia pure nel regno della fantasia, di cambiare sesso, classe sociale, carattere, aspirazioni e intenzioni; rischia di darti l’illusione di poter essere chi non sei, di poterti spostare dalla casella dove Dio ti ha messo. Se ricordate la troupe di cantanti e attori francesi nel Marchese del Grillo – quella dove lavora Olympia – ricorderete anche come li definisce il campagnolo cui Onofrio chiede informazioni quando li sta cercando nei dintorni di Roma: ‘na banda de matti e de mignotte’. Il teatro, per definizione, dissolve l’ordine del mondo.
8.2. Elizabeth Inchbald (1753–1821) non dovette incontrare molta opposizione quando lasciò casa sua in Suffolk a diciott’anni, per fare l’attrice a Londra. Ci riuscì, e rimase in carriera per molti anni, pare con successi tiepidi anche se numerosi; dovette, certo, scendere a patti col mondo sposando il collega Inchbald per evitare che registi e produttori si prendessero le libertà da cui lei, giovane e senza protezione, non poteva difendersi da sola. Funzionò meglio, pare, come drammaturga (ventitré lavori, non tutti pubblicati) che come scrittrice, che è la veste che qui c’interessa. All’attivo ha solo due romanzi, il primo dei quali è talmente pepato che racconta nientemeno che la storia d’amore tra un prete cattolico e la sua pupilla, figlia di un suo defunto amico. Vedi a far fare alle donne le attrici, cosa ti tirano fuori?
8.3. La trama, distribuita non egualmente in tre volumi, dedica i primi due alla storia d’amore dei nostri, culminata nel matrimonio; e il terzo, quasi un’appendice – vedremo, non del tutto funzionante –, a un episodio della vita della figlia della protagonista, e alla sua riconciliazione con il padre. Due contro uno, è chiaro che l’interesse dell’autrice poggia tutto sulle vicende più piccanti, cioè l’amore di un prete per una ragazza di nemmeno vent’anni. Simmetria da melodramma: a due protagonisti – il sacerdote cattolico Mr Dorriforth e la giovanissima Miss Milner, sua pupilla come da disposizione testamentaria del padre – corrispondono due comprimari, il gesuita Sandford per lui, la generosa Miss Woodley per lei, che fanno da controcanto semplificato ai caratteri dei nostri: Sandford è la voce della virtù cristiana e della ragione che Dorriforth fa ogni tanto fatica a seguire – nel bene e nel male –, laddove Miss Woodley è il personaggio univocamente affettuoso e leale che Miss Milner, tormentata dalla propria costituzionale incostanza, non riesce a essere fino in fondo. Due caratteri misti, diciamo così, assistiti da due caratteri non diluiti. Assiste a – e interferisce con – le azioni e i sentimenti di questo quartetto la solita folla di comparse tipiche del romanzo e del dramma del diciottesimo secolo – colonnelli arrapati, giovani amorosi, nobildonne pettegole ed ereditiere amorfe; un coro, se lo guardiamo – anacronisticamente – col filtro della tragedia greca.
Che Inchbald sia anzitutto una drammaturga, oltre da quanto detto sopra, ce lo dice anche il gusto per il dialogo – nel romanzo ce ne sono moltissimi – e il fatto che quasi tutti i personaggi, indipendentemente da dove stanno moralmente e di quanto cervello dispongono, hanno spesso la battuta pronta. Il pubblico non si deve distrarre. All’inizio del romanzo scatta l’azione drammatica, quella che dà il calcio d’inizio alla storia: un amico di Dorriforth in punto di morte gli affida la tutela della sua unica figlia, che il nostro prete non ha mai visto né conosciuto. Non promette bene il suo orrore (‘manly sorrow’, dice Inchbald) quando scopre dalla maligna Lady Evans che Miss Milner – di cui mai sapremo il nome proprio – ha il gusto della vita allegra:
‘Dear Mr Dorriforth, do not ask me anything about Miss Milner—when I saw her she was very young: though indeed that is but three months ago, and she can’t be much older now’.
‘She is eighteen’, answered Dorriforth, colouring with regret at the doubts which this lady had increased, but not inspired.
‘And she is very beautiful, that I can assure you’, said Lady Evans.
‘Which I call no qualification’, said Dorriforth, rising from his chair in evident uneasiness.
‘But where there is nothing else, let me tell you, beauty is something’.
‘Much worse than nothing, in my opinion’, returned Dorriforth.
‘But now, Mr. Dorriforth, do not from what I have said, frighten yourself, and imagine your ward worse than she really is—all I know of her, is merely, that she’s young, idle, indiscreet, and giddy, with half a dozen lovers in her suite; some coxcombs, others men of gallantry, some single, and others married’.
Dorriforth started. ‘For the first time of my life’, cried he with a manly sorrow, ‘I wish I had never known her father’ (I 2).
Botta e risposta, come si vede, molto epigrammatico: e sentite come Miss Woodley, evidentemente poco propensa al pettegolezzo, mette a posto Lady Evans:
‘Dear me’, returned Lady Evans, ‘I am sure I never meant to hint at anything evil—and for what I have said, I will give you up my authors if you please; for they were not observations of my own; all I do is to mention them again’.
The good-natured Miss Woodley, who sat working at the window, an humble, but an attentive listener to this discourse, ventured here to say exactly six words: Then don’t mention them any more’.
La godereccia e frivola Miss Milner, immediatamente amicona con Miss Woodley che le vuol bene come una sorella, è una bella gatta da pelare per il povero Dorriforth, specie se ogni cinque minuti quella cornacchia dell’amico Sandford gli sibila nelle orecchie che la ragazza è indecente e andrebbe trattata con più severità. Anche lui se la cava bene col botta e risposta:
He then once more assured her Lord Frederick’s life was safe, and was quitting the room: but when
he recollected in what humiliation he had left her, turning towards her as he opened the door, he added,
‘And be assured, madam, that my esteem for you shall be the same as ever’ [cioè, alta].
Sandford, as he followed him, bowed, and repeated the same words, — ‘And, madam, be assured that my esteem for you, shall be the same as ever’ [cioè, bassissima: ma solo Miss Milner può capire quel corsivo] (I 14).
Ma tra il prete cattolico e la ventenne cavallina si sta a poco a poco sciogliendo il ghiaccio: presi da un’inconfessabile attrazione l’uno per l’altra, lui suo malgrado si rivela meno rigido, e lei meno superficiale, raggiungendo – per amore – un ideale centro dagli opposti estremismi con cui erano partiti a inizio romanzo. La scena che segue dice molto della crescente difficoltà che hanno entrambi a tener fede al proprio carattere e alle proprie pretese contro i desideri dell’altro, nonché il panico morale di Dorriforth per una fanciulla ai suoi occhi fuori controllo:
Balls, plays, incessant company, at length roused her guardian from that mildness with which he had been accustomed to treat her. Night after night his sleep had been disturbed by fears for her when abroad; morning after morning it had been broken by the clamour of her return. He therefore gravely said to her one forenoon as he met her accidentally upon the staircase,
‘I hope, Miss Milner, you pass this evening at home?’
Unprepared for the sudden question, she blushed and replied, ‘Yes.’—Though she knew she was engaged to a brilliant assembly, for which her milliner had been consulted a whole week. […]
‘I command you to stay at home this evening’. And he walked immediately out of the apartment by another door. […]
The tea had scarce been made, when a servant came with Miss Milner’s compliments, and she ‘did not mean to have any tea’. The pamphlet shook in Dorriforth’s hand while this message was delivered—he believed her to be dressing for her evening’s entertainment, and now studied in what manner he should prevent, or resent her disobedience to his commands. He coughed—drank his tea—endeavoured to talk, but found it difficult—sometimes read—and in this manner near two hours were passed away, when Miss Milner came into the room.—Not dressed for a ball, but as she had risen from dinner. Dorriforth read on, and seemed afraid of looking up, lest he should see what he could not have pardoned. She drew a chair and sat at the table by the side of her delighted friend.
After a few minutes’ pause, and some little embarrassment on the part of Mrs. Horton, at the disappointment she had to encounter from this unexpected dutiful conduct, she asked Miss Milner, ‘if she would now have any tea?’ She replied, ‘No, I thank you, Ma’am,’ in a voice so languid, compared with her usual one, that Dorriforth lifted up his eyes from the book; and seeing her in the same dress that she had worn all the day, turned them hastily away from her again—not with a look of triumph, but of confusion.
Whatever he might have suffered if he had seen her decorated, and prepared to bid defiance to his commands, yet even upon that trial, he would not have endured half the painful sensations he now for a moment felt—he felt himself to blame.
He feared that he had treated her with too much severity—he admired her condescension, accused himself for having exacted it—he longed to ask her pardon—he did not know how. […]
On this he rose from his chair, and going to her, said, ‘Once more shew your submission by obeying me a second time to-day. Keep your appointment, and be assured that I shall issue my commands with more circumspection for the future, as I find how strictly they are complied with’.
Miss Milner, the gay, the vain, the dissipated, the haughty Miss Milner, sunk underneath this kindness, and wept with a gentleness and patience, which did not give more surprise than it gave joy to Dorriforth (I, 7).
A questo punto bisogna mettere Dorriforth in condizione di sposarsi. Gli muore mezza famiglia, lui eredita il titolo di Lord Elmwood, e siccome la famiglia deve andare avanti, il Papa lo dispensa dai suoi voti. Occorre una fidanzata: viene razionalmente selezionata Miss Fenton, che la gelosissima Miss Milner ha occasione di smontare con il consueto sfoggio di wit rispondendo a una frase di Sandford:
‘…I look upon them to be formed for each other; their dispositions, their pursuits, their inclinations the same;—their passions for each other just the same; pure, white as snow’.
‘And I dare say, not warmer’, replied Miss Milner’ (II 21).
È evidente a tutti che Dorriforth e Milner sono innamorati; ed è altrettanto evidente che la nostra, bruciata da questo amore, non è più la ragazzina irrequieta e flirtosa che era a inizio romanzo, e moglie e madre ci diventerebbe pure volentieri, se all’altare ci fosse lui. Ma lui è rigido come un palo e lei, donna del diciottesimo secolo, impossibilitata a parlare chiaro se non all’amica femmina. Ci vorranno l’intuito e il buon senso di Mr Sandford a convincere il nostro che se proprio deve sposarsi, meglio prendersi quella che si ama – e che ci ama – e pertanto, ecco le prime due parti del romanzo concludersi con un matrimonio. Per noi romantici, si poteva pure finire così.
8.4. Curiosamente, ecco che Inchbald ci appioppa una terza parte, cui sembra voler associare un messaggio ben preciso. La minore importanza dei dialoghi in questa sezione ci fa sospettare che la prima versione di quest’opera fosse una piéce teatrale che comprendeva (e si concludeva con) i volumi I e II; trasformandola poi in romanzo, l’autrice potrebbe aver sentito il bisogno di un terzo atto, si fa per dire, che però sarebbe nato direttamente in prosa. La trama è tanto semplice quanto deludente. Dopo anni di matrimonio felice, Lord Elmwood deve assentarsi per curare le sue proprietà; convinta non si sa come che lui la tradisca, Lady Elmwood si lascia prendere dalle sue vecchie abitudini di coquette e stavolta consuma un vero e proprio adulterio con un debosciato del par suo. Il pentimento è fulmineo, ma ahimé non sufficiente. Lord Elmwood uccide in duello il rivale ed esilia in una casetta a chilometri di distanza la moglie fedifraga nonché la figlioletta Matilda, con l’esplicito ordine che mai più gli ricompaiano davanti. Questa vendetta dell’implacabile ex prete sopravvive alla morte per malattia del suo oggetto, perché anche dopo la dipartita di Sua Signoria il nostro non vuole nemmeno sentir parlare della sua unica figlia. Sandford e Miss Woodley ci si mettono d’impegno per farlo rinsavire, ma non ce la fanno. Ci vorrà il rapimento di Matilda da parte di un altro aristocratico libertino, che vorrebbe violentarla, per indurre Lord Elmwood a correre in soccorso della figlia, salvarla dall’orco e riconciliarsi con lei, facendole sposare l’uomo di cui è veramente innamorata – incidentalmente, un nipote alla lontana di Lord Elmwood nonché suo erede. Tutto è bene quel che finisce bene nel migliore dei mondi possibili; e allora perché ci sentiamo fregati malamente sulla mercanzia?
Intendiamoci, coi comprimari Inchbald continua a cavarsela bene per gli standard del suo tempo. Miss Woodley, nubile e di mezza età, sarebbe diventata una caricatura astiosa e malevola nelle mani di qualunque altro scrittore o scrittrice; la nostra la mantiene affettuosa e amorevole come quando era giovane, leale alla figlia come lo era alla madre, e vero simbolo dell’amicizia che sopravvive anche alla morte. Dal canto suo Sandford, che ha già doppiato brillantemente nelle due parti precedenti lo stereotipo del moralista, mostra qui per l’ennesima volta di camminare lungo la via diritta rispetto alle storture del passionale Dorriforth/Lord Elmwood: astioso con Miss Milner quando era vanesia e giocherellona, nel momento in cui la vede peccatrice pentita l’assiste amorevolmente, come Cristo gli comanda, dimostrandole quella solidarietà e quel perdono che il marito, preso dai suoi nervi di aristocratico, è stato incapace di darle.
Quello che ci disturba è che per sanare la breccia causata da Miss Milner/Lady Elmwood nel costume del suo tempo – Inchbald sembra dirci – bisogna che ci si metta d’impegno la figlia, comportandosi come società vuole e quindi all’opposto di sua madre. Se quest’ultima ci ha mostrato più volte che, sia pure in preda alle sue fatuità e ai suoi capricci, era determinata a fare di testa sua, e non aveva bisogno che la salvasse nessuno, la povera Matilda deve per contrasto evitare qualunque agency. Oggetto più o meno passivo dell’amore di due uomini, sconta i peccati della mamma subendo senza un gemito l’odio immeritato del padre, si fa debitamente rapire da un seduttore – anziché, come Lady Elmwood, andarci di sua volontà – e solo quando il padre viene messo di fronte alla vulnerabilità e all’impotenza di questa sua creatura, ne accetta finalmente la presenza nella sua vita. Come a dire: ora che so che non sei una testa matta come la mia defunta moglie, posso anche volerti bene. Sennò ognuno a casa sua.
8.5. Ma quindi, Elizabeth Inchbald ci voleva dire che lei, con le regole del suo mondo, ci stava corpo e anima? Non ci stava, ma poteva dichiararlo solo esprimendo l’opposto, con l’idea che i suoi lettori avrebbero capito notte se diceva sole? (Beatrice Battaglia, venerabile anglista bolognese, era convinta che Jane Austen funzionasse più o meno così.) Non le interessava prendere parte, bensì voleva fare due lire con un romanzo pepato all’inizio e convenzionale alla fine, insomma un prodotto vendibile? Ci sono decenni di orientamenti critici diversi per queste domande, e noi, umilmente, non abbiamo soluzioni da dare. Se l’esempio di Charlotte Smith ci orienta per la terza opzione, ci riesce però difficile ignorare questa Miss Milner riottosa e vivace, impossibile da tener buona e tuttavia costretta a fare i conti con un sentimento autentico quale l’amore per il suo tutore legale, per giunta un prete cattolico. Soprattutto perché la punizione cui va incontro quando, moglie e madre, scantona un’ultima volta dalla retta via, alla nostra sensibilità moderna riesce fastidiosa anche al netto della storicizzazione che qui dobbiamo pur sempre applicare. E insomma: possiamo, tenendo in considerazione l’intento pragmatico (‘mercenario’ è brutto da dire e qui, crediamo, inappropriato) di Elizabeth Inchbald, legittimamente sospettare che la sua esperienza di attrice e di donna ai limiti del buoncostume sia entrata nella sua scrittura, aprendo qui e lì crepe polemiche e garbate ironie che sono, in fondo, il motivo per cui ancora la leggiamo.
[ad illustrare: Thomas Lawrence, Portrait of Elizabeth Inchbald, c. 1796]
[1] Un riassunto della triste vicenda (con bibliografia e fonti) nell’introduzione di Margaret Ann Doody a Fanny Burney, Cecilia, Oxford 1988, pp. xii–xiii.
[2] Come dice lui stesso nel cap. 13 di Mansfield Park, ribattendo all’obiezione di sua sorella Julia che gli fa notare come lui apprezzi moltissimo il teatro (‘nobody loves a play better than you do, or can have gone much farther to see one’): ‘True, to see real acting, good hardened real acting; but I would hardly walk from this room to the next to look at the raw efforts of those who have not been bred to the trade: a set of gentlemen and ladies, who have all the disadvantages of education and decorum to struggle through’. Il problema non è il teatro in sé, ma la sua natura di vera e propria professione e le libertà che porta con sé – due cose che i gentlemen and ladies della classe sociale di Edmund non sono nati per affrontare.