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šwa

Autore
Giulio Iovine
Ciclo #25 - Spaghetti Pisoletti
Narrativa generale
15 gennaio 2026

Andando a frugare in case abbandonate abbiamo trovato, negli anni, le più fatte robe; ma nessuna strana come šwa. Ricordo perfettamente il giorno e pure il luogo, anche perché poi siamo andati ad abitare lì – fate voi, un appartamento di ottanta metri quadri al sesto piano con cortile annesso, e pure vicino al Savena. Posti del genere sono spesso troppo belli per essere veri e infatti eravamo entrati coi mitra, urlando, sai mai qualcuno si spaventa ed esce (se c’è qualcuno). Alla fine non c’era nessuno. Cioè, no, c’era šwa – ma ancora oggi non saprei definire šwa qualcuno. Io ero appena entrata nella camera da letto principale, con Valerio dietro perché  non si stacca mai da me quando c’è agitazione nell’aria; Lia doveva essere in cucina; Grazia ci teneva la porta aperta in caso di ritirata strategica (a otto anni non volevamo ancora darle una pistola vera); e Betto aveva fatto irruzione prima nella cameretta dei figli, poi in bagno. Da lì lo sentimmo improvvisamente urlare porco mondo!, ma non era un porcone di spavento: pareva un bimbo che ha appena scartato il pacchetto del suo regalo di Natale, e trova proprio il trenino che voleva. Raggiunto Betto, fu il nostro turno di tirare il porcone.

Il bagno, tutto nero da cima a fondo coi sanitari bianchi, aveva sia il box doccia che la vasca. Nella vasca non c’era niente. Nel box doccia c’era šwa. Attorno al box lampeggiavano le lucine intermittenti di un meccanismo che tuttora Betto, il nostro ingegnere, dice di non aver mai del tutto; e l’intero box, sigillato, era pieno di un liquido trasparente, che sobbolliva e gorgogliava come in una jacuzzi. In mezzo alla foresta di bolle e bollicine, illuminata dal faretto a incasso sopra il box, galleggiava šwa, alta forse un metro e ottanta, chiaramente femmina, nuda e con gli occhi chiusi, i lineamenti del volto persi nella rilassatezza del sonno. I capelli, sospesi nell’acqua e di un biondo sporco, con sfumature azzurre e verdi come la pelle di una Madonna bizantina, le arrivavano ai polpacci, dando l’impressione che fossimo in fondo al mare, e lei una sirena che dormiva avvolta nelle foglie filiformi di un’alga gigantesca.

Primo pensiero: qualcuno ha messo in formaldeide un cadavere, spacchiamo il vetro e cuciniamola (Lia, la solita esagerata). O interroghiamola: chi sei? Ce ne sono altri come te (Betto, più gentile)? Ma se è morta (insiste Lia). In realtà, con tutto che Betto non riuscì mai a interagire con la tecnologia che la teneva in custodia, né a replicare il suo meccanismo di produzione di energia – šwa non era collegata alla rete elettrica di San Lazzaro, che comunque non esisteva più da anni – si disse convinto, e gli demmo ragione, che šwa era viva; solo, immersa nel sonno, da chissà quando e per chissà quanto. Siccome non se ne cavava nulla, ma fastidio non ne dava, finimmo per accettare la sua presenza; smettemmo anche di chiederci da dove venisse e chi fosse, perché in quegli anni anche le domande, a modo loro, erano un lusso. Le diedi nome šwa, che in linguistica è una vocale breve di timbro indistinto, e prendemmo possesso dell’appartamento quello stesso giorno.

Certo al sesto piano non era il massimo, anche perché figurati se l’ascensore funzionava. Ma era l’unico appartamento del condominio dove avevano fatto rifare gli infissi, per cui se accendevi il fuoco in una stanza (ci organizzammo con un caminetto di fortuna in salotto), la casa effettivamente si scaldava. Quell’estate non si andò oltre i quindici gradi di giorno, e l’inverno che seguì furono dolori. Ma il cortile era a nostra disposizione – non c’era anima viva per chilometri – e il terreno grasso; dai e dai, riuscimmo a raccogliere cicoria, spinaci, carote e cavolo nero, anche le fave che fino a meno cinque gradi resistono; per la carne, mettemmo trappole sulla riva del Savena che digradava appena fuori dal condominio e dove crescevano ancora abbastanza alberi da far sentire i cervi più sicuri quando scendevano a bere. I cervi sembravano gli unici figli di puttana a star bene, in quegli anni. Poteva andare peggio, mi ammoniva Betto che ne capiva di clima; gli asteroidi avrebbero potuto sollevare molta più polvere nell’aria, e bloccare la radiazione solare. Invece di sole ne vedevamo, lo scalogno cresceva. Era l’asse terrestre più inclinato, il vero problema, oltre a non so che disastro coi moti convettivi, e ce lo hanno spiegato eh, anche mentre succedeva – ma ragazzi io ho una laurea in fonetica sperimentale, prima dell’impatto andavo in giro col microfono a chiedere alle vecchie di parlare nel dialetto del paesino, ditemi voi se nella mia vita dovevo fare la leader postapocalittica.

Insistevo che ci lavassimo. Una volta al giorno. Tanto l’acqua non è che mancasse, e la scaldavamo sul caminetto. Insistevo in particolare per Grazia, la figlia di Lia. I fricchettoni fanno figli tanto quanto i maigoduti come me, ma almeno io non puzzo come Lia che non crede nell’acqua e sapone, e nemmeno nell’istruzione – difatti Grazia, quando l’abbiamo conosciuta, era una semianalfabeta. Sono riuscito a imporre a sua madre di farle riprendere almeno lettura e scrittura perché, ho argomentato, se non sa leggere si annoierà tantissimo nei momenti morti che l’aspettano, senza tv né playstation né smartphone, ma con un sacco di libri di carta. Può ammazzare il tempo sparando ai cervi quando sarà cresciuta, argomentava sua madre, come se le cartucce per fucile fossero infinite. Salivamo in casa, sei piani di scale dopo ore nei campi, nella terra fradicia e maleodorante, in mezzo alla neve, con i tranci di cervo sulle spalle imbrattati di sangue e sudore – poi ditemi scema se non volevo che ci mettessimo sotto le coperte così. Ma abbiamo sempre dormito che era una favola, tutti sotto lo stesso piumone in tre letti ammassati insieme, un po’ perché esausti, un po’ perché
«Minnie!», grida Betto una notte, scattando in piedi giù dal letto.
«Che c’è?» ho risposto io urlando. «Gente in casa?»
Silenzio. Fuori, curiosamente, non piove.
«Niente, scusa Minnie. Ho avuto un incubo».
«Oh».
«Entravo in bagno, e la doccia era vuota. Niente ficona in ammollo. Solo acqua ferma. Un silenzio orrendo».
Torniamo a dormire, mentre penso: ma perché ficona in ammollo? Betto, per la miseria. Però ha centrato il punto: senza il perpetuo sblub sblub blorg blurb di questo sarcofago verticale, ci sentiremmo persi. È il rumore bianco con cui fai dormire i bimbi. Io lo sfrutto spesso. Mi rifugio nel bagno, quando in casa non c’è nessuno e ho un turno libero; mi rannicchio accanto alla parete del box doccia, ci appoggio l’orecchio, mi riempio il cranio di quell’eterno sobbollire, della vibrazione del vetro sulla mandibola. Chiudo gli occhi e la luce del faretto a incasso diventa viola sulla parete interna delle mie palpebre. A volte dormo anche io –  dormiamo insieme, io e šwa. Altre volte le parlo:
«šwa, finirà mai tutto questo?»
Nessuna risposta.
«šwa, ma ce la faremo almeno noi, a campare? Grazia diventerà vecchia?»
Nessuna risposta.
«šwa, ma io sono una leader, o ci stiamo prendendo tutti per il culo?»
«Ma che fai, Minnie? Parli con la sorcona a bagnomaria?»
Questa, manco a dirlo, è Lia; e passi se ha bisogno del bagno; quello che non mi piace è che porti per mano mio fratello Valerio, completamente nudo.
«…Lia?»
«Lo lavo. È da stamattina che dice: sporco. Ha le unghie nere. L’ho fatto spogliare, sto scaldando l’acqua sul fuoco».
«Lia, con tutto il rispetto, mio fratello lo lavo io, non un’estranea».
«E che ti fa? Ti risparmio una fatica».
«No, tu ne approfitti che lui non capisce un menga per mettergli le mani addosso, ecco cos’è. Bada Lia che m’incazzo».
«Ma è un bel ragazzone. Poi mica soffre, vedi? Se gli metto la mano sul p—»
«Lia, no. Ti arriva un cazzotto. Mio fratello è autistico, leggi il labiale: una forma gravissima di autismo. Praticamente non è qui. Le molestie agli incapaci, anche no. Fammi il favore di mollarlo e non ti azzardare mai più a spogliarlo o toccarlo».
Lia per fortuna sta capita e non cerca più di violentare Valerio. Io non so queste fricchettone che problema hanno. Per farsi perdonare, mi porta i secchi di acqua bollente e chiude la porta del bagno. Allora lavo il mio fratellino gigantesco, un metro e novantotto, completamente glabro, lo sguardo perso sul soffitto, ogni tanto fa twirp chirp tweet come i passerotti e le tortore che sente a primavera nel cortile.
«Rio, sai che la civiltà umana è finita?»
«Chirp tweet».
«Essì. E io che pensavo che un giorno ti avrei messo in un centro diurno, c’era quello carino a Casalecchio. Invece no, sei il mio accollo per la vita».
«Ruuuuu pcaw pcaaw».
Questo lo ha sentito da un paio di galline che abbiamo catturato. Intanto, šwa continua a dormire e galleggiare, voltandosi e rivoltandosi come un feto nel suo utero, con processi incredibilmente lenti e altrettanto inarrestabili. Ho provato a cronometrarli con il moto lunare – nessuna corrispondenza. Con i fiori, notturni e diurni – niente. Che logica segue il meccanismo che tiene šwa in vita? E che scopo ha questo suo sonno?
«Andiamo male» mi fa Betto un giorno, sedendosi accanto a me, dall’altro lato del box doccia; e chiude gli occhi, appoggiando al vetro la nuca. Ha ancora in mano il binocolo.
«Quanti sono?»
«Una ventina, vengono da est. Sembrano molto male in arnese».
«Sanno che li hai spiati dal balcone?»
«Non credo. Non hanno niente a parte due mitra e coltellame vario. Mi paiono vagabondi, seguono la strada e vedono che succede».
«Però se si fermano in zona e capiscono che qui—»
«Eh».
«Adesso dove sono?»
«Accampati sulla riva dell’Idice. Hanno pernottato là e per ora stanno cacciando e cucinando. Non so quando e se riprenderanno la marcia, ma se continuano a seguire la Via Emilia, possono arrivare qui in poco meno di un’ora».
«Continua a monitorare. Appena si rimettono in strada, tutti dentro, porte e finestre chiuse, niente fuoco né fumo».
«Se si accorgono dell’orto in cortile?»
«Pazienza. Che saccheggino. L’importante è che poi sloggino».
Abbiamo il culo che in capo a un’ora sta nevicando. La banda si tiene sulla Via Emilia, portandosi dietro un carretto con bagagli e fasci di carne da cuocere; passa accanto al nostro condominio che è proprio sulla strada, e aspetta la fine della nevicata sotto il portico. Il cortile è interno e non si accorgono dell’orto. Tutti presi a difendersi dalle intemperie, non pensano a guardare in alto e non si rendono conto che al sesto piano ci siamo noi. Rimaniamo due giorni barricati in casa, aspettando che la neve smetta di cadere e questa gente se ne vada. All’alba del terzo giorno spunta il sole, scioglie un po’ del nevischio e del ghiaccio, e i nostri – che hanno intanto mangiato cruda tutta la carne di mucca che avevano sul carretto – attraversano il ponte sul Savena verso Bologna. Li perdiamo di vista due ore dopo.
«La fregna in formaldeide ci ha portato fortuna», commenta Grazia, otto anni e mezzo, uscendo sul balcone.
«Grazia».
«Che c’è? Ha detto mamma che posso dirlo».
«Quando ancora l’avevo in pancia», ha commentato Lia uscendo anche lei con una sigaretta accesa «un’estate ero in vacanza al mare, e una bimba romana più piccola di lei ora andava in giro a dire che sua sorella aveva le sise de fori. Che lenze, i bimbi».
Che lenze. Intanto però siamo a maggio e la primavera non sta arrivando, e con la neve come lo rifacciamo, l’orto? Va bene, c’è la carne degli animali selvatici, ma io come lo curo lo scorbuto e altre malattie di quando non mangi abbastanza frutta e verdura? Lia faceva l’infermiera, ma nemmeno lei può far comparire i farmaci dall’aria. 

Sto per l’appunto frugando tra le rovine di una farmacia in quel della Ponticella, sperando di trovarci almeno del Brufen dimenticato dai predoni, quando sento caldo col cappotto addosso. Non va bene, mi dico: l’edificio è sicuramente in fiamme o sta per esplodere. Ma nessuno dei due eventi è verificabile. No, è che quando esco dalla farmacia non solo c’è il sole più alto del solito, ma la temperatura è balzata in su di dieci gradi. Corro al condominio, sudando per chilometri: mi viene incontro Betto che ho appena svoltato per Via Canova:
«Tu non hai idea che cazzo è successo, Minnie. Si è alzata ed è uscita».
«Chi?»
«šwa. L’abbiamo vista io e Lia, eravamo entrati in casa per buttare il cervo nella vasca da bagno, sai no, per scuoiarlo, e in quel momento il box ha cominciato a vibrare, l’acqua è stata riassorbita dallo scarico, il vetro si è aperto e la ficona è uscita».
«Oh cristo. E?»
Siamo al portico; entriamo di furia nel cortile del condominio.
«È scesa per le scale, con gli occhi chiusi Minnie, ti giuro, stava dormendo – abbiamo urlato, provato a trattenerla, niente – è uscita in cortile, la neve si è fusa al suo passaggio, lei pulsava come un cuore che batte, e poi—»
E poi – lo vedo coi miei occhi – in qualche modo ha scavato una buca nel bel mezzo dell’orto, ci si è sdraiata, e le zolle smosse l’hanno ricoperta completamente, lasciando fuori solo  l’ovale del volto, le palme delle mani e parte dei capelli, come nel quadro di Ofelia annegata. Le guardo gli occhi – chiusi, tranquilli come al solito; e tutto intorno il terreno fradicio di neve sciolta, il sole che ci batte sopra, il suo percorso irregolare come se il pianeta stesse cambiando orbita ed orientamento; e questo pulsare, questo lento vibrato, viene da lei, dal suo letto di terra che a poco a poco si ricopre di fiori e rampicanti, un trono di verde, vermiglio e biondo.
«Io davvero non so che pensare, Minnie».
«Io nemmeno, Betto. Però—»
«Sì?»
Inspiro, espiro.
«Senti, come al solito non ci abbiamo capito un cazzo, ma vedila così: domani si semina».
«Cazzo, hai ragione. Ma non sarà pericoloso?»
Guardo il volto di šwa, sommerso dalla terra grassa e fertile.
«No, Betto. Lei non ci vuole alcun male».
Ho prove di quanto dico? No. Solo una sensazione. Non vuol dir nulla, ovviamente, il fatto che gli anni a venire ce la caviamo molto meglio, che il clima torna stabile, che si coltiva e si caccia meglio, che incontriamo altre bande ma riusciamo a dividerci terre e utensili da buoni amici, che piano piano si rimette su una parvenza di comunità. Tutto questo può benissimo essere un effetto collaterale della migrazione di šwa. Che šwa sia stata messa dov’è da entità che prevedevano la collisione con gli asteroidi e la catastrofe climatica, e si sono messi d’impegno per porvi rimedio, è quello che tutti vorremmo credere, ma io non penso più (se mai ho pensato) che nell’universo sia tutto fatto per noi. E comunque la sua missione, se ne ha una, non è finita per niente: šwa non si è mai svegliata, dorme ancora il suo sonno misterioso, in attesa – forse – di un risveglio definitivo, che noi nemmeno c’immaginiamo.

Uno spiritoso ha lasciato accanto al corpo semisepolto una scritta rossa su foglio bianco: ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn, ‘nella sua dimora a R’lyeh il morto Cthulhu attende sognando’. Sono contenta che si trovi ancora qualcosa di Lovecraft in giro, ma la frase non le rende giustizia. Lei non è uno Cthulhu. Primo, non è morta ma dorme. Secondo, non è un mostro. Che poi sogni… mah. Sta tutto in quegli occhi sempre chiusi, il suo mistero. Se attraverso quegli occhi si potesse leggerle dentro – ma non li ha aperti nemmeno uscendo dal suo sarcofago. E così continua tuttora, nascosta prima nell’acqua e poi nel terreno, lontana dai nostri sguardi e dalle nostre congetture.

A illustrare, “Ofelia”, di John Everett Millais.