Ti faccio sapere
Parte il servizio sul caldo estivo e sul tv appaiono città riarse dall’afa, turisti con ombrelli, anziani al parco e fontanelle.
Vuoi un altro po’ di pasta? chiede mia madre. Se ne sta in piedi, ingobbita con la padella in mano, già pronta a versare una quantità spropositata di ragù.
Ma sì, dai. Ti è venuta proprio bene.
Un po’ di sugo schizza. Vedo i suoi occhi lampeggiare verso la macchia che si raggruma sulla tovaglia e poi fermarsi su mio padre. Sembra non essersi accorto di nulla.
Guardiamo in silenzio il servizio, come se non fossero le stesse informazioni di ieri, e dell’altro ieri, e di un anno fa. Quel bambino tedesco sarà ormai un adulto che ha a sua volta dei figli biondi come lui.
Mio padre si alza, taglia due fette di pane, chiede se ne vogliamo. Entrambi scuotiamo la testa, presi dai consigli che fuoriescono dallo schermo. Quando torna a sedersi, mi guarda un istante, mi allunga una fetta di pane – la afferro, ci faccio la scarpetta – e poi mi dice La sai l’ultima su tuo zio Cristiano?
Ho la bocca piena, quindi scuoto solo la testa. Mia madre, dietro di lui, alza gli occhi al cielo.
Sta passando un periodaccio.
Ingoio. Perché?
Simo’, non ricominciare. La voce di mia madre è un sussurro appena.
È mio fratello.
Lo so, ma l’hai già raccontato.
A te. Non a lui.
Li fisso guardarsi male. Poi mia madre si rivolge altrove. Mio padre torna a me, non prima di aver impostato il tv sul muto. L’hanno licenziato.
Ma che dici?
Eh.
Ma lavorava lì da vent’anni.
Quasi trenta.
Porca troia. Ma che è successo?
Stacca un pezzo di mollica, ci gioca con le mani, poi lo butta in bocca e lo ingoia senza masticare. Ci beve su. Il suo sguardo vaga sulla tavola, dove i piatti sporchi e i fazzoletti pieni di bucce di fico disegnano un campo di battaglia. Dice che gli facevano mobbing.
Che stronzi.
Sì, ma secondo me non la racconta giusta. Ieri al telefono si è contraddetto un sacco di volte. Prima dice che l’avevano licenziato, poi che si è fatto cacciare come un coglione. A un certo punto ha detto di voler fare causa all’azienda. Ha pure sentito un avvocato, ma mica lo so se è vero.
Mi viene in mente quel mio collega che tre anni fa è scomparso da un giorno all’altro. Ne parlavano sottovoce, a gruppetti, nei corridoi. Paolo se n’è andato, l’hanno preso in Ferrovie. No, l’hanno licenziato, rubava di nascosto. Vai a sapere la verità qual è.
In tv parlano dei mondiali. Uno che non conosco, che indossa una maglia che non conosco, sta correndo sul campo dopo aver segnato. Gli altri gli vanno addosso, esultano. Non ho idea di chi siano. Zero proprio. L’ultima volta che ho seguito i mondiali era il 2016. O il 2018? Metto la mano in tasca, poi mi ricordo che il telefono è attaccato alla corrente.
Sto per chiedere a mio padre quando si sono svolti i mondiali, se nel 2016 o nel 2018 – ma in effetti posso fare due conti: 2026, 2022, 2018, ecco; ora però dovrei ricordarmi cosa ha fatto l’Italia in quell’anno. È stata eliminata tipo in semifinale, ma da chi? O forse non si è qualificata proprio.
—e poi il mutuo da pagare, dice lui, e prende a fissarmi, in attesa di una risposta da parte mia.
Guardo mio padre. Il mio, intendi?
Lui fa una smorfia. Hai problemi con il mutuo?
No. Perché?
Al lavoro tutto bene, sì? Questa però è mia madre, che ha messo su la moka per il caffè.
Sì, tutto ok. È un periodo intenso, stanno entrando clienti importanti e mi sono anche fatto autogol – questa metafora la prendo dal servizio che stava scorrendo poco fa, sicuro – offrendomi di formare alcuni colleghi junior sull’uso del gestionale.
Entrambi annuiscono. Poi mio padre dice A settembre esce il concorso del Mef.
Sì, me l’hai scritto su WhatsApp.
Partecipi?
Non credo. Forse. È che non avrei proprio tempo di studiare. Esco sempre tardi da lavoro, e nel fine settimana andiamo a fare la spesa. Quando mi ci metto?
Ma guarda che è facile. Non serve neanche la laurea.
Ho capito, ma comunque dovrei studiare. E poi ho visto la Ral, è meno di quanto prendo adesso.
La Ral sarebbe…?
Lo stipendio.
Ah, ho capito. Però lì stai nel pubblico.
Ancora co’ ’sto pubblico. Questo non lo dico, altrimenti parte una discussione che non finisce più. Lui e il suo mondo da prima repubblica.
Metti che domani l’azienda chiude? Metti che ti licenziano.
Non mi licenziano, dico. E se chiude, ne trovo un’altra.
Sì, voglio vedere a quarant’anni chi ti prende.
Fatti i cazzi tuoi, vorrei dirgli. Ingoio il caffè bollente che mamma mi ha appena messo davanti. Comunque, ci penso. Anzi, intanto mi iscrivo, poi vediamo.
Questa risposta sembra placare il suo bisogno preventivo di salvarmi dalla disoccupazione. Sorseggia il suo, di caffè, porta lo sguardo al tv. Ora c’è la pubblicità di un detersivo, a seguire una serie con dei protagonisti turchi. Mia madre fa un commento, dice che è una bella serie, poi nomina un paio di attori storpiandone la pronuncia. Guardo lo smartwatch. Le notifiche si accumulano. Ne scorro un po’: il gruppo di giochi per domani sera, Marzia che mi dice se è tutto ok e mi ricorda di comprare le uova, la chat di lavoro piena di auguri per non so chi. Dopo leggo tutto e rispondo. Mia madre mi chiede se devo andare.
Non ancora.
Che ne so, continui a guardare l’ora.
Sono le notifiche del telefono.
Pure sull’orologio ce l’hai?
Le spiego che è uno smartwatch, poi le spiego cos’è uno smartwatch. Tempo tre minuti e finiamo a cercare su Amazon, sul suo telefono vecchio di quattro anni pieno di schede aperte e con la custodia a portafoglio ingiallita, un modello che misuri la pressione. Gliene indico due o tre ma non sembra convinta. Le dico che dopo gliene mando un paio e se li guarda bene, anche se già so che mi farà duemila domande su ogni specifica e alla fine sceglierà in base all’estetica. Il suo compleanno è fra due mesi, magari glielo regalo, così mi tolgo pure il pensiero.
Poi lei alza lo sguardo verso mio padre. Sembra tentennare. Ma a Cristiano l’hai detto?
Mio padre, ancora rapito dalla soap turca, si volta. Cosa?
Del concorso.
Sì, certo. Gliel’ho mandato sia a lui che a te, dice guardando me.
Lo farà? chiedo.
Vallo a sapere. Mi ha risposto grazie e basta. A volte è frustrante parlare con lui.
Guarda che tu fai uguale, eh.
In che senso?
Che rispondi col pollicione. Vengo domani a pranzo: pollicione. Mi hanno promosso: pollicione. Aspettiamo un bambino: pollicione.
Marzia è incinta? chiede mia madre.
No. È per dire. Ma sicuro risponderebbe col pollicione anche lì.
Mio padre annuisce. È che mi scoccio a usare il telefono. Preferisco chiamare, quando serve.
Lo so, dico. Per qualche secondo c’è solo il verso incessante delle cicale a riempire la stanza, poi dal telefono in carica arriva il trillo di Duolinguo.
Ti stanno chiamando, dice mia madre.
No, è solo un’app rumorosa.
Comunque, dice mio padre, quel lavoro in effetti gli farebbe comodo. Che sennò lo sa Dio come se li paga i vent’anni di mutuo che gli restano.
Ah, ti riferivi al suo, di mutuo.
Sì. Te le ha mandate le foto di casa?
Sì, dico. È carina. Non mi piace il quartiere, quello no.
Gliel’ho detto di cercare da queste parti, così stavamo anche più vicini. Con uno stipendio solo non è che poteva fare chissà che. Almeno è un passetto avanti. Che a cinquant’anni passati vivesse ancora con due studenti non si poteva sentire.
Ma voi ci siete stati?
Io sì, dice mamma. La settimana scorsa. C’erano ancora alcuni mobili da montare ma per il resto è tutto ok. Ci sono anche delle vicine carine.
Hanno vent’anni, Caroli’. Mica può fare il girolimoni a cinquant’anni.
Oddio, se loro sono d’accordo…
Sì, vabbè. A parte chi se lo prende—
Papà, stavo scherzando. Ci manca solo che zio si becca una denuncia per molestie.
Ecco, così ha finito di campare.
Ma tu non sei andato, quindi?
Avevo dei giri da fare. Poi, penso che se fossi passato anche io ci saremmo presi a male parole.
Addirittura?
Io gli voglio bene, è mio fratello, ma con tutto quello che mi ha fatto tribolare in questi anni a volte vorrei solo prenderlo a pizze in faccia.
Mia madre scorre Facebook e nel frattempo reprime un’impronta di fastidio dalla faccia.
Comunque mi ha scritto qualche giorno fa, dico. Dopo che mi ha mandato le foto. Dice che posso passare a trovarlo quando voglio.
Gli hai risposto? chiede papà.
Non ancora.
Ne sarebbe contento, dice mamma.
È che ho sempre mille cose da fare. Però magari ne approfitto che Marzia sta dai suoi e ci passo domani.
Quando torna?
Lunedì.
Allora sì, passa domani.
Volete venire anche voi?
Mio padre sta per dire qualcosa – non so cosa ma dall’espressione direi un sì, o un certo – ma lo anticipo: Cavolo, domani ho un compleanno.
Lo vedo spegnersi. Quando è?
Eh, non lo so. Forse la sera.
In caso possiamo andare nel pomeriggio, dopo pranzo. Così magari lo convinci tu a fare il concorso. A te ti dà retta. Io gliel’ho detto così tante volte che ormai non mi ascolta più.
Io te lo dico sempre che sei pesante, dice mia madre.
So’ pesante, sì, sbuffa mio padre. Vorrei vedere se fosse tuo fratello. A quella frase lei scuote la testa e se ne va in bagno. Poi torna a me. Quindi mi fai sapere per domani?
Ok, pa’. Anche se, oltre al compleanno, mi sa che devo pure fare la spesa.
Certo.
Restiamo in silenzio entrambi. In tv c’è la pubblicità di un’auto.
Vabbè, io vado che sennò si fa tardi. Ma ti faccio sapere per domani, promesso.
Lungo le scale scrollo il telefono. Dico a Marzia che compro le uova e anche il salmone, che alla Lidl è in offerta. Ai ragazzi confermo per la serata giochi. Luca propone da lui, come al solito, io rilancio in quel ludopub a San Giovanni. Qualcuno risponde col pollicione, Valerio lancia una gif con zio Paperone che bestemmia perché domani ha una cena con la ragazza e un’altra coppia.
Faccio gli auguri ad Antonella dell’ufficio. Metto anche le tre emoji con i festoni che appiccico sempre quando c’è un compleanno. Lunedì pizzette, scrive lei, poi ringrazia tutti di nuovo.
In macchina, accendo l’aria condizionata e faccio le mie lezioni di Duolinguo. Hajimemashite. Inu. Tsuma. Konnichiwa. Basukettobōru. Parte la pubblicità con l’orso.
Osservo il balcone dei miei, i due cactus che sono rimasti nella fioriera.
Fa troppo caldo per andare a fare la spesa oggi.
Domani. Spesa, palestra, e la sera vedo gli altri.
Metto in moto e torno verso casa.
Immagine elaborata tramite strumenti di AI