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Un’altra primavera

Autore
Carmela Chiara Imbrogiano
Fuori ciclo
Narrativa generale
29 settembre 2022

Logan Starling non è il nuovo Charlie Parker, non dovrebbe essere Dio in questa città, non se si parla di musica. Lo so, non è lui la divinità, ma i suoi soldi. Fatto sta che, da quando me lo sono messo contro, non sono più riuscito a trovare un locale decente disposto a offrirmi un ingaggio. Mentirei se dicessi che Logan è un musicista mediocre, ma non è il migliore in circolazione come si potrebbe pensare guardando la programmazione nei club. È prima di tutto uno pieno di soldi che ha avuto possibilità che altri musicisti non arrivano nemmeno a sognarsi. Il successo è facile per lui, perché prima di essere un musicista è uno Starling, e quel cognome di certo pesa più del suo sassofono.
Ho suonato insieme a Logan per quasi un anno e Dio solo sa che fastidio è appartenere a un quartetto che porta il suo nome, ma avevo anche dei vantaggi: guadagnare bene, comparire in qualcuna delle sue incisioni e continuare a vedere Tania. Lei era l’unica cosa che gli invidiavo. Eravamo stati insieme per cinque anni quando abitavamo a Kansas City. All’epoca ero uno dei musicisti più promettenti della nuova generazione, avevo diversi agganci tra i produttori e in tanti volevano suonare con me, ma dopo la morte di mio padre cominciai a bere e a mandare tutto a puttane. Sempre in quel periodo ebbi una storia con la barista del locale che mi aveva ingaggiato per tutta la stagione; qualche settimana dopo Tania scoprì tutto e sparì dalla mia vita. Adesso eccola qui, anche lei a New York. La donna di uno degli uomini più popolari della città.
Quando conobbi Logan lo odiai all’istante. A presentarci fu Tancredi, un pianista italiano detto “Tank”, per via del suo modo furioso di picchiare sui tasti. Logan aveva già sentito parlare di me e stava cercando un “trombettista con le palle”, ma non sapeva niente del mio passato con Tania, che quella sera finse di non conoscermi ed io ricambiai la cortesia. Più tardi Tank mi domandò se si trattava della mia Tania. Glielo confermai e lo pregai di non farselo scappare con nessuno. Tank era un amico, potevo fidarmi.
La settimana dopo entrai nel Logan Starling Quartet e da quel momento cercai ogni occasione possibile per parlare con Tania. I nostri primi incontri furono perlopiù discussioni che si concludevano con le mie scuse, ma dopo un po’ la nostra storia ricominciò, in segreto. Ci scrivevamo molto e ci vedevamo nel mio minuscolo appartamento sulla 77^, dove tutto ciò che potevo offrirle era vino scadente, pizza da asporto e un giradischi. Per darmi sue notizie quando non c’ero faceva scivolare delle lettere sotto la porta. I momenti più emozionanti per me erano quelli in cui Tania veniva a cantare con noi. La prima volta cantò “There’ll Be Another Spring” e mi tornarono subito in mente i periodi in cui suonavamo insieme da ragazzi. Stavamo avendo un’altra primavera. Ogni volta che si avvicinava al microfono rivivevo le ore passate nel mio appartamento, dove cantava per me soltanto: “Beautiful Love, will my dreams come true?”.
Quando non ero in giro col quartetto, passavo le mie serate nella casa che Tank condivideva con due amici a Bedford Avenue: uno era Bill, musicista mancato di Chicago che faceva solo baldoria. Era un pessimo batterista e faticava a trovare un ingaggio, inoltre era spesso stordito dall’alcool e straparlava. L’altro inquilino era Jean, un chitarrista manouche che però faceva molti più soldi giocando a Poker. In quelle notti suonavamo di tutto, fumavamo di tutto e, qualche volta, parlavamo dei nostri progetti, compresa la mia idea di trasferirmi in Europa.
Gli incontri con Tania non erano regolari; l’idea che passasse più tempo con quell’idiota che con me mi faceva stare da cani. Una notte, dopo diversi giorni di silenzio da parte sua, mi ubriacai e i ragazzi dovettero trascinarmi fino al mio appartamento. Vidi subito un biglietto di Tania per terra, sospirai e pronunciai il suo nome. Tank raccolse il biglietto, finse di leggerlo e disse di non galoppare con la fantasia, perché ero solo in ritardo con l’affitto. E mentre gli altri ridevano, me lo infilò in tasca.
Decisi di mollare il gruppo di Logan dopo un concerto ad Harlem. Ero stufo di lui che pretendeva di decidere perfino come dovessi vestirmi. Lo mandai a quel Paese davanti a tutta quella gente e questo lo fece infuriare. Si arrabbiò anche di più quando gli urlai in faccia di contare qualcosa solo grazie al cognome di suo padre, vero pezzo grosso di questa fogna di città. Minacciò di farmela pagare, disse che la mia carriera era finita e che nessuno a New York avrebbe più ascoltato la mia musica da due soldi.
Io non sono uscito da un costoso conservatorio, la musica sono andato a cercarmela tra gli emarginati dalla società. I musicisti da cui ho imparato hanno passato tutta la vita a fare le jam session per le strade. Erano bluesmen senza un soldo, senza un nome e senza omaggi dalla critica. È merito loro se riesco ad improvvisare per ore e mi “serve solo il fiato per creare una magia sempre diversa”. Lo diceva sempre il mio vecchio; e lui di jazz ne sapeva, eccome se ne sapeva! Lavorava nei locali, dove aveva chiacchierato con Andy Kirk, servito da bere a Lester Young e corteggiato Lady Day. A sette anni sapevo distinguere il sound di Miles da quello di Kenny Dorham e di Fats Navarro, ormai c’ero dentro fino al collo. «Il jazz si studia dai dischi, non dai libri», mi diceva. Un anno dopo mi regalò la prima tromba.

New York mi mancherà, ma ho bisogno di lasciarmi alle spalle questa vita di stenti. Qualche sera fa un cliente che aveva finito i soldi ha detto a Sammy, il proprietario, che il Monkey Bar è un locale di merda. Non aveva torto, a nessuno frega niente della musica in questo buco. Ma Sammy è stanco dei buoni a nulla pronti a fare a botte, ed è convinto che il jazz faccia un buon effetto alla gente, a dispetto della reputazione. È stato l’unico a garantirmi tre serate a settimana e avevo bisogno di tenermelo stretto per racimolare i soldi e partire. Forse un giorno ritornerò, quando sarò così famoso da non dovermi preoccupare che Logan Starling mi metta i bastoni fra le ruote.
La parte più bella di questa storia è che lei verrà con me. Tania è una delle migliori cantanti che abbia mai accompagnato, e adesso che sta con Logan potrebbe avere tutte le possibilità che desidera a New York. Ma la nostra storia non era finita e abbiamo in progetto di lavorare a un disco. Dille addio amico, The thrill is gone, fattene una ragione! Scommetto che alla Julliard non ti hanno fatto nessun corso sulle variazioni armoniche dei sentimenti. Nel suo ultimo biglietto sotto la mia porta dice che ieri sera sono stato grande e che mi aspetterà all’aeroporto, giovedì mattina alle 8:00.
Ho suonato al Monkey per l’ultima volta. L’ho sentito prima ancora che uscisse dai miei polmoni, il suono della libertà. Era perfetto. Già mi vedevo nei locali di tutta Europa: “Ladies and gentleman, ecco a voi Chris Bane! Ha le iniziali di Chet Baker, è un predestinato. Buon ascolto!”. Anche Tania era perfetta. Mi sorrideva da lontano, poi ho visto Logan entrare dalla porta e ho pensato “Goditi lo spettacolo, stronzo!”. A fine concerto ho perso Tania e Logan tra la folla, non sono più riuscito a trovarli.
Sono le quattro del mattino, tra poche ore il nostro aereo partirà. Indosso un paio di stivali rossi come quelli che aveva il mio vecchio; lui ne avrebbe riso. Cosa direbbe se mi vedesse ora? Quando sono uscito dal locale non ho avuto neanche il tempo di capire chi ci fosse insieme a Logan, ho riconosciuto solo quel traditore di Bill, prima di ricevere una raffica di pugni e crollare a terra. Poi sono arrivati i calci in faccia che mi hanno rotto il naso. Ho entrambi gli occhi gonfi, riesco solo a intravedere il sangue che luccica sull’asfalto. Ho provato a spostarmi dove qualcuno potesse vedermi, ma ho la schiena spezzata. Chiedo aiuto con tutto il fiato che ho, ma non arriva nessuno. Ho il gusto metallico del sangue in bocca, passo la lingua tra i denti e sento che non ne sono rimasti molti.
Anche a Chet li avevano spaccati e aveva dovuto reimparare a suonare la tromba. Quanto tempo gli era servito? Non riesco a ricordare. Forse sarebbe stato meglio perdere la memoria, che i denti. C’era un chitarrista che aveva perso la memoria e poi aveva dovuto imparare a suonare daccapo. In poco tempo era di nuovo sé stesso. Il trauma cerebrale non aveva compromesso il suo talento. Voi non avete idea di cosa sono capace di fare con una tromba, posso giurarvi che scoppiereste a piangere, di gioia o di malinconia.
Sono sempre accasciato in questo vicolo e non sento alcun rumore, nemmeno in lontananza. Già mentre mi pestavano le loro voci erano ovattate. Dentro la testa però riesco a sentire Tania cantare “Autumn Leaves”; cosa darei per ascoltarla ancora una volta.
Non voglio girarci intorno: sto morendo. Mi restano pochi minuti, il tempo per un ultimo brano. Allora è il momento di salire sul palco: chiudo gli occhi, lei mi presenta al pubblico, abbraccio la tromba, la porto alle labbra e suono…

Quando le foglie d’autunno iniziano a cadere, muoio anch’io.


A illustrare il racconto una fotografia di Chet Baker.