Welthaupstadt Germania
«Non ti sei offeso, vero, che hanno invitato anche Reiner?»
«Perché? È tuo fratello».
«Sì, ma ho notato che quando ci portiamo Reiner dietro sei sempre un po’ nervoso».
«Stasera sicuramente non c’entra Reiner».
“Bensì quei due culi con le orecchie che ci aspettano a cena” pensò.
«In generale, però, non credo gli faccia bene uscire con noi».
«…Alois?»
«A quarant’anni non esci se non ti portano fuori sorella e cognato? E dai. E poi facendo così, la gente lo vede. Con la pratica in c–»
Qui dovette correggersi a metà frase:
«…con l’accertamento in corso… non so, mi pare un po’ chiamarsi in casa i guai. No?»
Birgit inspirò col naso e tornò a controllarsi come le stavano i capelli. Trucco no, una barbarie chimica delle sue nonne, ma almeno la parrucchiera sì, e che siamo, fanatici? — Intanto Alois andava alla porta, faceva accomodare Reiner, gli offriva una birra.
«Prima di cena?» chiedeva Reiner con un filo di voce.
«Ma sì, ma sì» insisteva il cognato.
«Dove abitano i vostri amici?» chiese Reiner entrando in camera da letto, proprio mentre Birgit si alzava dalla toeletta.
«Tegel» rispose lei, uscendo dalla porta e facendogli cenno di seguirlo. «Proprio sul confine con Spandau. Adesso che è dentro Germania, paghiamo di meno col tram».
«Niente macchina?» domandò Alois indossando il cappotto.
«Nee. Inquinatore» lo sgridò Birgit. «Tanto fra sei mesi te la fanno vendere, adesso ci sono quelle elettriche».
Ma per arrivare a Tegel bisognava prendere il tram dove abitavano i Bömmelburg, cioè a Woltersdorf, venti chilometri a est della Spree e letteralmente dalla parte opposta di Germania. I due sobborghi non erano nemmeno tecnicamente parte di Germania fino all’anno precedente, quando li aveva integrati per tali un decreto del Gauleiter – a seguito di lunghi e faticosi bisticci col Reichsforstamt, che non riteneva opportuno inserire nel circondario della capitale una foresta storica come quella di Tegel, dove ancora fioriva Hermann, la quercia più antica di tutto il Brandeburgo. Sai mai che i cittadini gliela rovinassero? Ma qui c’era del disfattismo pericoloso, perché con un pizzico di disciplina era chiaro che i berlinesi, la foresta, gliel’avrebbero lasciata stare. Come ogni cosa a Germania, era roba loro, e da tenere cara.
Il tram viaggiava sulla rotaia esterna, quella sopraelevata, sempre piena di turisti perché permetteva un volo d’uccello sulla città da est a ovest, incluso lo spettacolo che non ti potevi perdere e che anche a due campagnoli nostalgici come Alois e Birgit, nati e cresciuti nella cara vecchia Marca, dava qualche fremito. Tra la fermata ‘Gotland’ – proprio sulla Spree – e quella successiva in Tiergartenstraße, il tram piegava a nordest; poi rallentava e finiva parallelo alla Neue Reichskanzlei, all’Arco di Trionfo, poi lungo i due chilometri di marmo della Aufmarschstraße Heydrich fino alla Große Halle di Speer, che con la sua cupola copriva perfino il verde del Tiergarten subito a ovest. Bisognava fare una carriera molto diversa da quella di Alois per finire in un appartamento in quella zona, ma l’invidia è una brutta bestia e meno se ne parla, meglio è. Reiner guardava fuori dal finestrino con gli occhi a mezz’asta e il labbro inferiore sporto in avanti, come una specie di cane indementito.
Lungo la foresta di Tegel correva la Dönitzstraße, dieci chilometri di viale da nord a sud; all’incrocio con Allee der Böhmen und Mähren, numero 75b, il condominio dei Neumann. Non tutto loro, per carità. I Neumann stavano al settimo piano, un centoventi metri quadri rifatto da poco e con una parete in salotto lasciata bianca apposta per il cinema in casa. I tre scesero dal tram proprio mentre Alois chiedeva: «Non ci troveremo tra i piedi anche i bambini, vero?»
«Tesoro, per forza. Hanno sei e otto anni, dove vuoi che vadano?»
«In camera loro con una tata, mentre gli adulti discutono».
«Holger e Gudrun hanno un debole per quei marmocchi. Con quel che sanno fare».
«Mica sono gli unici».
«Noi sicuramente non abbiamo il diritto di criticare» puntualizzò Birgit col sopracciglio destro all’insù.
E qui Alois ebbe agio di pentirsi della sua linguaccia. Lo salvò un polline di pioppo che finì nel naso a sua moglie, inducendole uno starnuto. Alois suonò il campanello, e mentre Holger e Gudrun facevano le feste a Birgit, che era quella a cui effettivamente volevano bene, si guardò intorno in cerca dei temuti bambini.
«Heinz e Hedda sono di ritorno da una gita sul Wannsee con la scuola. Ce li riportano dopo cena. Già mangiati, mi auguro, Holger…? Perché io a rimettermi a cucinare…»
«Ma sì, mia Rünchen, lo dicevano nella brochure».
“Sta’ a vedere” pensò Alois, “che neanche Gudrun sopporta i suoi marmocchi? Magari se beve abbastanza lo confessa e Birgit la pianta di frignare perché non gliene metto uno in pancia. Oddio, che sta facendo Reiner…?”
«Reiner! Che fai, contempli?»
Reiner guardava la foresta di Tegel dal finestrone del salotto, che occupava tutta la parete a occidente. Non era mai vissuto in una stanza così luminosa. La serata si allungava, il sole si spalmava sull’orizzonte del Gau Magdeburg-Anhalt e il vento spargeva ovunque pollini e petali di fiori bianchi. Pareva una tempesta di neve col sole. Sopra le chiome dei faggi e dei tigli correvano le nuvole sempre più veloci, riempiendo il cielo di chiaroscuri.
Che Holger trovasse simpatico il fratello ritardato di sua moglie non tornava nella logica di Alois; poteva accettare la fregola nei confronti di lei, non però l’affetto per un coso di quella fatta. Ma è destino che certi uomini ci restino misteriosi; tanto più Holger che faceva lo storico, un mestiere il cui senso Alois non aveva mai capito benissimo, più che altro perché non vedeva a cosa servisse adesso. Dopo mezz’oretta di conversazione a tre sul divano – «ma voi coi figli?», «in che senso sterile? Ah mi dispiace Alois», «non lo sapevi?», «be’ no», «e però noi ci teniamo a dirlo, sai Holger, che non si pensi che non li vogliamo», «nooo figurati Birgit ma quindi che si fa», «eh stiamo aspettando il parere del Rassehauptamt» – Gudrun mise a tavola due pizze margherite con sopra salsiccia e patate (la salsiccia di soia, la mozzarella di anacardi); e con la scusa di prendere in giro quei pagliacci degli amici italiani – «guarda che cibo grottesco si sono inventati laggiù», «ma dai non ridiamo non sta bene», «e poi è buona», «sì è vero è buona», «poi adesso a Germania tutti la vogliono mangiare» – con questa scusa Alois poté misericordiosamente assentarsi dalla conversazione.
Fu costretto a rientrarci quando Holger, dopo aver riempito il calice di rosso a tutti e cinque, tranne a Reiner che rifiutò, disse con quella che poteva sembrare una punta di amarezza:
«Come si sta a Woltersdorf? Mi dicono che gli affitti sono ragionevoli».
«Piantala, Holger» lo ammonì Gudrun.
«Per voi, sicuramente» disse Alois.
«E sapete di qualcuno che affitta un appartamento? Perché noi qui si sloggia, fra un po’».
«Holger!»
«Bisogna che ci prepariamo al peggio, mia Rünchen».
«Sì, ma questi scherzi idioti… e con gli amici…»
«Holger» esclamò Birgit «ma che stai dicendo? Col lavoro che fai, come potreste non…»
«Eh, ma bisogna vedere se riesco a tenermelo, Bibi».
«Ma smettila» protestò lei. «Sei Hauptforscher alla Deutsches Ahnenerbe Gesellschaft…»
“E io sto in un ufficio a Frankfurt-am-Oder di cui manco mi ricordo il nome a fare non ricordo cosa, stronzo” pensò Alois.
«…e chi ti ammazza?»
“Io, magari?”
«Il Generalsekretär Von Möllendorpff non è contento dell’ultimo articolo di mio marito sulla rivista dell’associazione» tagliò corto Gudrun. «Nessuno sta cacciando nessuno. Hanno avuto di che discutere, tutto qua».
«Cosa diavolo avrai detto, in quello scartafaccio» chiese Alois vuotando il calice e facendo cenno a Gudrun per il bis.
Holger si accese un sigaro, tirò un paio di volte, e: «Niente. Mi sono permesso di guardare a certi eventi ben noti con l’occhio imparziale dello storico».
«Giusto. Lo storico» esclamò Alois; vuotò il calice e chiese il terzo.
«Holger, ma qual era il punto?»
Gudrun sospirò e andò in cucina a tirar fuori la torta. Holger tenne tra le dita il sigaro, ci giocherellò un po’, e:
«Nel millenovecentoquarantacinque, noi la guerra la stavamo perdendo».
Persino la vecchia data cattolica! Nemmeno Alois, che aveva in mente di uscirsene con un eeeeeeeeeh capiraaaaaai, riuscì a dir nulla. Gudrun tirò fuori dal freezer la torta e la pose sul ripiano a scaldarsi un po’. Birgit, costernata, si mise la mano sulla bocca.
«Ma Holger, cosa dici. Noi la guerra, dico l’ultima, non l’abbiamo mica persa».
«E chi lo nega? Quello sarebbe revisionismo. No, io mi sono limitato ad argomentare, e badate bene che la rivista è quella interna all’associazione e alle SS, non è roba passibile di censura, che senza l’intervento dei Maestri Invisibili – che nel maggio del quarantacinque ci fu – noi avremmo perso. Tutto qua».
«Che sarà pure vero» commentò Gudrun, portando la torta in tavola con un coltello in mano «ma ora come ora, non vedo il senso di ribadirlo».
«Non riesco a capire» insisté Birgit. «Perdere non è un concetto che mi entra in testa in questo caso. Non ha senso. La Guerra Ariana è stata la prova del destino manifesto del nostro popolo. Come fai a dire che stavamo perdendo una cosa che non si poteva che vincere?»
Ricordò finalmente di vuotare il suo calice, ma negò a Gudrun un nuovo rabbocco; lei allora si mise a tagliare la torta e a fare le fette.
“Cioccolata!” pensò Reiner con le mani in grembo, immobile sul divano.
«Essere riusciti in una grande impresa non esclude che ci siamo arrivati in pessime condizioni. E noi lo eravamo, in pessime condizioni, Bibi. Credimi, ho visto abbastanza fonti in merito. Berlino…»
«Germania, tesoro».
«All’epoca la chiamavano ancora Berlino, Rünchen. E tra di noi ci chiamiamo tuttora “berlinesi”!»
«Un vezzo».
«Macché vezzo, una necessità. Trovalo tu, un demònimo per “Germania”. Germäner?»
«Cos’è pure, latino?»
“Demonimo” pensò Alois. “Ma che accidenti di parole mi va trovando questo”.
«Di origine, sì».
«Non è come ci chiamano i maccheroni?»
«Sì, noi paese però, non noi città. Ma fammi finire. Berlino era stata rasa al suolo dai bombardamenti. I sovietici entravano in città. Da ovest arrivavano gli angloamericani. Pure da sud, grazie a quei finocchi degli italiani. Il Führer si era chiuso nel bunker della vecchia cancelleria. Goebbels era lì lì per dare il cianuro ai bambini. Non avevamo più un esercito, solo ragazzini di sedici anni e vecchi di settanta in uniforme con un fucile a pompa ogni quattro soldati. Sta tutto scritto, ci sono le testimonianze. Tempo qualche settimana e ci toccava chiedere la resa».
Qui Birgit mandò un lamento e si coprì la faccia con le mani.
«Cara, stai serena» le disse Gudrun mettendole la mano sulla nuca e carezzandola. «Alla fine è andato tutto per il meglio. Ci hanno salvato i Maestri Invisibili. Von Liebenfels, Hess, Eckhart, il Führer stesso sapevano della loro esistenza, li hanno lungamente chiamati, e loro ci sono venuti in soccorso. Hanno mandato via i nemici e rimesso i tedeschi al loro posto nel mondo».
«Ma da soli…» piagnucolò Birgit «non ce l’avremmo fatta. È questo, che mi state dicendo».
Non ebbe risposta se non un colpetto di tosse – di Alois, peraltro, che iniziò per primo a mangiare la sua fetta di torta senza dirlo a nessuno.
«Mi piaceva tanto, da ragazza, guardare e riguardare il video dei Maestri che calano sulla città, sulla cancelleria, l’abbraccio con Bormann e Goebbels, e quando entrano nel corpo del Führer e lo riempiono di luce, il suo corpo magro e tenace pieno di luce».
Holger e Gudrun annuirono solenni.
“Ti piace vincere facile, Bibs” pensò Alois, “come fai a non commuoverti con quel filmato lì?”
Allora Birgit si pulì il naso col dorso della mano: «Questa cosa che forse perdevamo lo dicevano quando ero piccola certe mie vicine di casa. Io mi arrabbiavo, pensavo che fossero gelose ma non capivo di chi, siamo tutti tedeschi, perché parlar male di noi stessi? La gente a volte è davvero cattiva».
«Certo, cambia molto lo scopo per cui uno dice una certa cosa. L’atteggiamento. Però così è, Bibi. Senza i Maestri noi non saremmo dove siamo ora».
«Ma dobbiamo essercelo meritato, allora, questo aiuto».
I due annuirono vigorosamente:
«Certo!»
«Ci mancherebbe!»
«Non è che avrebbero aiutato chiunque» insisté lei.
«Ma no, ma no!»
«Chi, se non le loro creature?»
Alois prese un’altra fetta.
«Non si ama di meno una vittoria solo perché ce l’ha regalata qualcun altro, Bibi. Anzitutto perché non è stato un regalo, direi che l’abbiamo pagata carissima («sì! sì!» confermò Gudrun) – e poi perché è giusto che ci si aiuti tra consanguinei. L’Urvolk degli Iperborei fu creazione dei Maestri Invisibili e da quell’Urvolk vennero gli ariani».
«Pochi anni di dolore per un’eternità di gioia!» aggiunse Gudrun. «Cosa c’è stato di meglio, per noi tedeschi, degli ultimi ottant’anni?»
Birgit parve ricordarsi che c’era una torta in tavola e ne chiese con un cenno un pezzo. Gudrun manovrò per darglielo e fulminò Alois che si stava servendo della terza fetta. Alois cercò di salvarsi intervenendo nel dibattito:
«Certo, ogni tanto uno pensa che potrebbero mollare un po’ la presa su certe cose».
Non si rese conto delle tre facce accanto a lui che diventarono nere in un attimo. Solo Reiner, immobile sul divano, si permise di annuire.
«Proprio perché sono passati ottant’anni, trovarseli ancora lì alla Reichskanzlei, nel governo, in giro per il mondo… se la loro casa è il cosmo, Venere, so ben io, che gli fa star qui?»
Mimò “Venere” con un gesto della mano nell’aria sopra la sua testa, come a dire: lassù. E impervio a chi lo guardava, continuò:
«Poi c’è la questione del Führer. Il disgraziato ha centotrentasette anni. Va bene che i Maestri lo hanno innervato di vita eterna, e parla e si muove, ma quanto può essere felice un essere umano – ma anche un semidio – a centotrentasette anni, con un inquilino come quello che costringe il tuo corpo di carne e ossa a marciare a oltranza? Un poveraccio che aveva pure il morbo di Parkinson quando i Maestri se lo sono pre–»
«Come siete messi con Reiner, Alois?» chiese Holger di colpo, a voce più alta di prima.
Birgit ebbe un sussulto.
«In che senso?»
«Che è ritardato. Ormai si è capito. Cosa dice il Rassehauptamt? Lo avranno censito, no?»
Alois provò a deglutire.
«Non è ritardato» mentì. «È malinconico. Capita».
«La malinconia sta nell’elenco delle morbosità, Alois. Non sarà Arbeitsscheu ma sicuramente è Asozial. E allora?»
«L’accertamento è in corso» gridò Birgit. «Ma noi ci stiamo battendo. È buono. Non fa del male a nessuno. E non avrà sicuramente figli, lo vedete com’è. Non è un pericolo per il corpo sociale. Non…»
Suonò il campanello e Holger e Gudrun corsero alla porta, lasciando Birgit a guardare il crepuscolo fuori dalla finestra in direzione del no 4 di Tiergartenstraße. In realtà l’accertamento era già bello che finito e si esaminava la pratica di Reiner, dove si decideva se deportarlo o lasciarlo alle sue cure, magari dopo la castrazione parziale o completa e il protocollo farmacologico obbligatorio (a spese della famiglia). Ma Birgit si dovette dare un contegno perché entrarono dopo pochi secondi i bambini, Heinz e Hedda. Allora, persa per persa, vuotò alla goccia un secondo calice di rosso che, complice la disabitudine, le salì subito alla testa. Alois la imitò e si versò il quinto. Fecero ai bambini – due biondini stanchi proprio per niente, anzi – tutti i complimenti del caso mentre i genitori lottavano per non dare loro le ultime due fette di torta – troppo zucchero e avevano sicuramente già mangiato al lago – se non che tutt’un tratto Holger disse: «Certo, se proprio ci tenete alla torta, potete sempre provare a guadagnarvela».
I bambini si guardarono, A Gudrun sfuggì un sorrisetto, ad Alois e Birgit un sospiro. Reiner le si sedette vicino, sentendo il suo dolore, e le pose una mano sulla spalla per confortarla. D’istinto lei la strinse. Intanto, i piccoli Heinz e Hedda iniziarono a guardare fissamente piccoli oggetti all’interno della stanza – un vaso, un portacenere, il telecomando del maxischermo, una forchetta, uno sgabello – e a farli volare allegramente in giro, in ampie ellissi. Si sforzavano visibilmente; però ridevano anche, era divertente. E poi dopo c’era la torta.
«Ma guarda te» commentò Holger. «Senza rompere niente! Molto meglio della volta scorsa. Quella scuola che ci hanno consigliato fa davvero miracoli».
Gudrun spiegò a Birgit e Alois, che già sapevano per averlo sentito altre sessanta volte, che a forza di eliminare le impurità dalla razza, i bambini tedeschi di quella generazione cominciavano a manifestare i poteri ancestrali degli ariani quando erano nell’Agarthi. La gioia di avere figli per questa loro generazione era davvero impossibile da descrivere. In questo periodo, per questa generazione, per noi… Gudrun insisté molto sui dimostrativi e sui pronomi, forse un po’ brilla anche lei, consentendo a Birgit di sentirsi uno schifo per la successiva mezz’ora. Strinse la mano di Reiner con doppia forza. Misericordiosamente, Gudrun e Holger presero a ignorare gl’invitati e a sfidare i bambini a prove di abilità sempre più ardue, promettendo, dopo la torta, anche il gelato e il caffè. I marmocchi ci stettero con tutte le scarpe e presero a sollevare il divano di qualche centimetro con tutti gli adulti sopra. Birgit si asciugò le lacrime, ma più asciugava più queste scendevano. A un certo punto, nel chiasso generale dei genitori che incitavano, a Reiner scappò detto:
«Incredibile che possiamo essere ancora invidiosi, o arrabbiati, o infelici, quando da ottant’anni abbiamo tutto».
Nessuno lo ascoltò. Birgit si consolò con altri due calici e ricominciò a ridere. Alois cercò un posto dove cadere in coma. Gudrun e Holger battevano le mani a ritmo, per vedere se i bambini riuscivano a far muovere in cerchio le stoviglie sporche a uguale distanza l’una dall’altra.
«Con questa dotazione genetica» gridò Holger all’improvviso «pare incredibile che ci siamo fatti fregare per millenni dagli ebrei!»
[A illustrare: immagini trovate su Wikipedia della Große Halle di Speer]