Riflesso

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Riflesso
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1.499 parole; tempo di lettura stimato: 7 minuti circa
A illustrare il racconto, uno scatto di Niccolò Natali, che ringraziamo.

Rossana corse dentro la stanza e si richiuse la porta alle spalle. Girò la chiave a doppia mandata. Gettò un rapido sguardo attorno e mise a fuoco la piccola scarpiera vicino all’armadio. Si chinò, poi la spinse di fronte all’entrata con tutte le sue forze.
«Apri puttana!»
Due pugni decisi fecero tremare i cardini, scrostando parte dell’intonaco circostante.
«Giuro che la sfondo!»
La ragazza si accasciò, con la schiena appoggiata al mobile e le gambe strette in grembo. Respirava a fatica: le sue narici si gonfiavano per le ampie boccate d’ossigeno che le costavano uno sforzo atroce: come era entrato? Aveva conservato di nascosto un’altra copia delle chiavi?
Altri due colpi. Ancora più selvaggi, ancora più violenti.
Quelle domande non avevano più senso. Ormai c’era solo una porta a separarli e non avrebbe retto a lungo.
Si maledì per avergli permesso di rovinarle la vita. Pensò che era tutta colpa sua; che se non se ne fosse innamorata, se non lo avesse fatto entrare in casa, se non avesse tollerato i suoi scatti d’ira, se si fosse liberata di lui quando era ancora in tempo, adesso non si troverebbe in quella stanza a singhiozzare terrorizzata. Cosa aveva visto in lui? Perché ci si ostina a cercare nelle persone quello che non c’è?
«Apri ho detto!»
Un calcio. Secco.
Il mobile venne sbalzato leggermente in avanti e lei, per il contraccolpo, perse l’equilibrio. Si rimise in piedi a fatica e ostruì nuovamente il passaggio con la scarpiera.
Il cellulare stava nella borsa dispersa, da qualche parte, in salotto. Si sarebbe potuta accostare alla finestra per urlare aiuto ma nessuno l’avrebbe sentita. La sua camera dava su un piccolo parco immerso nel verde, di giorno lo popolavano studenti e famiglie con i bambini, ma la notte era solo una landa dimenticata. Si mise a osservarlo da dietro il vetro, mentre l’uomo continuava a tempestare la porta di pugni e calci e grida; così incorniciato dagli infissi, poteva quasi apparire una tela spogliata da ogni tinta di speranza. La notte posava simile a una nebbia sottile su un prato cimiteriale. Gli attrezzi per gli esercizi, come il piccolo castello dei giochi, si nascondevano nel buio. In lontananza, alberi dai rami nodosi barcollavano, scossi dal vento. La luna, unico sole, liberava un piccolo ventaglio di luce sul sentiero di ghiaia diretto verso un nulla oscuro.
Lei immaginò di calarsi per il compatto muro di rampicanti, lasciarsi cadere sul selciato e correre lungo quella strada protesa verso l’ignoto, gettandosi tutto alle spalle.
Le gambe le tremavano; Il suo appartamento si trovava al quarto piano, non ce l’avrebbe mai potuta fare. Non sarebbe riuscita a sfuggirgli, nemmeno stavolta. Aveva sempre messo in condizione persone simili di poterla ferire: quando camminava fra la gente si sentiva come un fantasma: gli sguardi degli altri la trapassavano, nessuno dava segno di percepire realmente la sua presenza. Poteva sedersi in un locale, svolgere le mansioni in ufficio o andare al cinema, passando completamente inosservata. Si sentiva inconsistente, come se la sua concretezza dipendesse proprio dall’attenzione che un estraneo accettasse di concederle o meno. Per questo era attratta da uomini simili: nella loro morbosità c’era qualcosa che la faceva sentire speciale.
Di fronte a una violenza, i suoi arti restavano impietriti; nonostante gli intimi tumulti, non era in grado di dare voce alla rabbia, per cui restava in balia del volere altrui, estranea nella sua stessa pelle.
«Perché mi costringi a fare questo? Così mi ripaghi dopo tutto quello che ho fatto per te?»
Rossana si concentrò sul paesaggio oltre la finestra. Quanto sarebbe stato bello dissolversi in quella nebbia? Avere con il mondo un contatto rarefatto: toccarlo senza venirne scalfiti. Non vivere l’obbligo della risposta, lo sconforto dell’indifferenza, l’insicurezza del gesto. Quell’universo al di fuori della sua camera non le era mai sembrato tanto affascinante. In quei contorni indefiniti sentiva di potersi disciogliere: forse nell’indeterminatezza avrebbe saputo come orientarsi.
In quel preciso istante, quando il primo cardine della porta stava per cedere per i pugni dell’uomo, le sembrò di intravedere una bambina dalle trecce dorate risalire il sentiero nella sua direzione. Portava un vestitino come dipinto da una serie di rapide pennellato di nero, lungo fino alle ginocchia; saltellava spensierata con in volto una maschera dalle fattezze di teschio. Si fermò solo una volta arrivata al ghiaino. Iniziò a guardarsi intorno, evidentemente spazientita, incrociò le braccia al petto e continuò a battere a terra il piede.
Una figura d’altezza assurda, coperta da capo a piedi con una pesante tunica nera, si manifestò poco dopo. Anche il suo viso era celato da una bizzarra maschera: un naso grottescamente adunco collocato nel mezzo a una faccia scarnificata, tutta protesa in avanti. La bambina accolse il nuovo venuto allargando le braccia, come si fa quando finalmente si realizza qualcosa lungamente bramato. Restarono per lunghi istanti immobili, a fissarsi.
Rossana si rialzò per avvicinarsi alla finestra; il suo l’indice sfiorò il vetro con la delicatezza con cui si tasta un dipinto. La stanza, la cassettiera, la porta e l’uomo dietro di essa, diventarono allora irrilevanti: tutta la sua attenzione si concentrò su quei due viandanti notturni. Si chiese chi fossero, perché portassero simili maschere e cosa stessero facendo in quel prato. Sapeva che era impossibile, ma avrebbe giurato di sentire un suono distinto, uno squittio saputo, provenire dalla bocca della bambina: una voce.
«Al mio tre!»
L’altra figura gigantesca annuì.
«Uno.»
La piccola arcuò il braccio destro verso l’altro.
«Due.»
Strinse la mano in un pugno.
«Tre!»
Con mossa decisa, lasciò cadere l’arto in avanti: l’indice e il medio biforcati a forbice. A risponderle trovò il sasso opposto dall’incappucciato.
«Ancora! Non è giusto, hai rubato!»
Silenzio.
«Uff, va bene. Hai vinto. Allora, chi ci prendiamo stanotte?»
Le orbite cave del vincitore scrutarono la biondina. Sembrò valutare attentamente l’entità della domanda, infine si voltò proprio verso la camera di Rossana.
«Classico.» La bambina, scettica: «E questa volta perché? Sentiamo.»
Dall’altro lato non arrivò nessuna replica; la piccola si cinse il mento con la mano, pensierosa.
«Perché le tue scelte sono sempre noiosissime? Che ne diresti invece di uccidere un neonato e restare poi a osservare la reazione della madre? Potremmo spargere un’epidemia di peste in un paesino sperduto, per goderci poi lo spettacolo mangiando popcorn sulla cima di un edificio. Oppure un bel naufragio? Un incidente aereo o…»
Il gigante tornò a fissarla con manifesta disapprovazione.
«Ma, che diavolo!» la piccola iniziò a smanacciare invipetira «Possibile tu sia sempre così… così… insomma, così!»
Nessuna risposta.
«Va bene ma spero almeno tu abbia pensato a una trapasso divertente: potremmo legarla a una sedia e iniziare a tagliuzzarle, pezzo per pezzo, la pelle aspettando che si dissangui lentamente.»
I polpastrelli delle bambina tamburellavano l’uno sull’altro, ritmicamente; nonostante la maschera non era difficile figurarsi un ghigno luciferino sul suo volto.
Lo spettro nero socchiuse gli occhi: la nebbia si diradò, disegnando una sorta di recinto evanescente intorno ai due colloquianti. Dalla notte sorse un vento debole che animò le fronde degli alberi in un placido fruscio: l’ideale colonna sonora per un incontro di spiriti.
Il riflesso di un bagliore improvviso costrinse Rossana a distogliere lo sguardo da quella visione: da sotto il letto brillava la punta di un coltello da cucina.
Perché abbandonare in camera un oggetto simile? Quando lo aveva usato? Come c’era finito?
La ragazza si chinò, fece scivolare la mano titubante intorno all’impugnatura della lama che sollevò e premette sulla pelle sottile del collo. Dall’incisione stillò una solitaria lacrima rossa.
Sarebbe bastata una pressione più decisa per farla finita. Così, stavolta, sarebbe stata a lei a decidere della sua vita senza lasciare che qualcun altro agisse al posto suo. Solo una pressione più decisa e avrebbe raggiunto la pace.
«Oh, sì. Ora ti riconosco. Questo sì che è malvagio!»
La bambina adesso saltellava entusiasta, con il volto ossuto sporto verso l’incappucciato; nelle orbite vuote della figura sinistra si scorgeva un timida luce annegata nell’oscurità.
I cardini della porta non ressero l’ultimo violento colpo: saltarono, entrambi, lasciandola rovinare a terra.
«Sei mia.»
L’uomo mosse un passo dentro la stanza. Ansava, con le nocche grondanti sangue, le labbra contratte in un ringhio e gli occhi fissi sulla sua preda; questa, ritta di fronte alla finestra, non gli concesse altro che le spalle: il braccio, steso lungo il fianco, si compiva nel coltello, come parte di un unico arto mortale.
Perché privarsi sempre di tutto? Del resto, un fantasma è tale solo perché privo di un corpo.
Era lei adesso lo spettacolo. La bambina e lo spettro si voltarono all’unisono per contemplare la donna al di là della tela di vetro; la piccola con pugni serrate su gambe tese vicino a lui che restò impassibile, avvolto nella pesante tunica scossa dal vento. Entrambi in attesa di un gesto. In attesa di una scelta.
Rossana percepì l’affannoso ansimare che le si avvicinava da dietro. Pensò agli umilianti sguardi degli estranei, al desiderio di leggerezza, alla sofferenza che sentiva nella carne, alla voglia di respirare ancora.
Infine, scelse.

Iago Menichetti
Nato a Pisa in un’ordinaria giornata d’agosto dell’89.
Trascorro buona parte del mio tempo a rispondere alla domanda «Ma ti chiami davvero Iago»?
Ciò che ne rimane lo dedico a scrivere e fumare sigari toscani.
Comunque sì: mi chiamo davvero Iago.

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