Risotto ai funghi

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Risotto ai funghi
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1724 parole; tempo di lettura stimato: 8 minuti circa

Sto pelando le carote e tu entri in casa. Non ti guardo, dopo la telefonata di ieri sera non so bene cosa potrei trovare nei tuoi occhi. Vieni vicino, mi prendi per le spalle, mi giri verso di te. Mi baci, mi abbracci più forte del solito. Ci stringiamo talmente tanto che a un certo punto devo mollare la presa, ho male alla cervicale. Per scaramanzia non avrei dovuto fare niente per stasera, e invece mi sono depilata e ho comprato le cose che ti piacciono per la colazione di domani. Di più: ho messo la playlist con tutte le mie canzoni preferite, quella che avevo fatto per la nostra prima cena qui, meno di un mese fa. Quasi tutte le coppie hanno qualche canzone che segna un momento, un passo, tipo un bacio, una dichiarazione, una tappa. Sfigati: abbiamo una playlist da quattro ore e trentotto minuti, noi.
Torno a pelare le carote. Ti aspettavo per mettere su il risotto, ho pensato che magari volevi parlarmi subito o che invece mi avresti spogliata ancora sulla porta di casa e poi trascinata a letto, come fai spesso. Non fai niente di tutto questo; accendo il fuoco per il soffritto. Ti chiedo se puoi tagliare tu le carote, mi dici che giri una canna. Che cosa incongrua, penso, ma ti dico ok. Taglio le carote a bastoncini, mi hai chiesto di stare leggeri stasera perché hai mangiato come un porco a pranzo, e io ti ho fatto solo il risotto e l’hummous con le carote crude. Te lo dico, sorridi e dici che il menù va benissimo, e che adori l’hummous. Torno al fornello, aggiungo i funghi al soffritto. vieni vicino, mi abbracci, mi baci. Sorridi e non è il tuo solito sorriso, stasera c’è qualcosa dentro che non riesco a leggere. Hai portato una bottiglia di gewürtztraminer, il mio preferito. Ci sediamo a tavola, mi versi il vino. Come sempre brindiamo, ci baciamo e poi beviamo. Fai per accendere la canna, ti dico aspetta, sfumo il risotto. Vado ai fornelli, metto il riso nella pentola, due pugni a testa più uno, il riso si sparpaglia sui fornelli e sul ripiano della cucina. Che troiaio che ho combinato, ti dico senza girarmi, tu fai una risatina. Giro il riso nella pentola per farlo tostare, verso il vino bianco, alzo la fiamma, continuo a girare. Ti do le spalle, mi sento i tuoi occhi sulla schiena. Annuso la pentola finché non sento più l’alcol salire. Ho fatto questi gesti centinaia di volte, il mio corpo li esegue in automatico. Aggiungo il brodo, un po’ di sale. Ti dico ok, adesso ci sono, mi giro verso di te, mi stai guardando. Ti chiedo cosa c’è. Tu fai di nuovo quel sorriso strano, mi dici niente, ti guardavo.
Mi siedo, tu sei a capotavola e io di fianco a te, sposto la sedia per venirti più vicino. Ti dico che possiamo mangiare l’hummous, intanto che aspettiamo il risotto. Tu non rispondi, bevi un sorso di vino, e inizi a parlare. Dallo stereo parte True Love Waits, mi affretto ad abbassare il volume –non siamo in un film, possiamo risparmiarci lo strazio della colonna sonora. La voce di Thom Yorke diventa un lamento sommesso in sottofondo: just don’t leave, don’t leave. Mi dici che da qualche giorno il pensiero di noi due ti mette in affanno, per descrivere la sensazione fai tre respiri pesanti. Mi dici che hai paura. Che ti rendo felice, che non hai mai provato una cosa del genere con una persona. Mi dici altre cose, non le registro tutte. Sento il risotto borbottare più forte, ci metto un po’ ad accorgermene. Mi alzo per girarlo, si stava attaccando. Aggiungo un po’ di brodo. Sto piangendo. Mi giro verso di te, ti alzi e mi vieni incontro. Piangi anche tu. Mi accarezzi il viso, mi dici che sono una persona meravigliosa.
Ti allontano, ti urlo che non voglio più sentirmi dire che sono meravigliosa, visto che non vuoi stare con me. Ci sediamo di nuovo. Dici che non hai ancora deciso niente, che non puoi stare con me e non puoi stare senza di me. Che in un mese soltanto sei caduto dentro di me così profondamente, che l’idea di separarci adesso è un pugno nello stomaco. E se succedesse di separarci tra qualche mese, alla velocità a cui sprofondi, sarebbero quattro o cinque pugni nello stomaco. Ti guardo mentre parli, mentre piangi. Ti abbraccio. Françoise Hardy bisbiglia Le temps de l’amour, c’est long et c’est court, ça dure toujours, on s’en souvient.
Mi alzo di nuovo, mi segui, mi stai vicino. Il riso è cotto, spengo il fuoco, aggiungo il burro e il parmigiano, mescolo, mi sciolgo dal tuo abbraccio, recupero il coperchio dallo scaffale in alto. Vedo le mie braccia che si muovono come se non mi appartenessero. Ora è a posto, ti dico, deve riposare qualche minuto e poi possiamo mangiare. Ci sediamo di nuovo a tavola, stavolta parlo io, ti ricordo tutte le cose belle che abbiamo, il mondo che abbiamo creato insieme in così poco tempo – che spreco sarebbe buttare tutta questa felicità. Ti dico che la paura possiamo portarla ed esplorarla insieme. Ti stringo la mano, ed è sempre la stessa mano morbida di sempre, grande due volte la mia. Non so quanto tempo passa, mentre il risotto macera nella pentola. Mi alzo a prendere la pentola, metto tre mestoli di risotto nel tuo piatto, un mestolo e mezzo nel mio. Non ho fame. Mangio lo stesso. Il risotto fa schifo, è colloso, insapore. Mi dici che è buonissimo. Finisci il tuo piatto mentre io sono ancora a metà del mio, ne prendi ancora. Lo mangi, anch’io riesco a finire il mio piatto. Mi guardi, sorridi e mi chiedi se puoi attaccare l’hummous, e per la prima volta da quando sei entrato ti riconosco. Ti sorrido anch’io e ti dico vai, attacca. Lo assaggi e mi dici che è uno spettacolo. Mangio anch’io un paio di carote con l’hummous e sì, è buono, ma poi smetto. Filamenti sparsi di cene passate, altri baci, altre chiacchiere e altri brindisi si sono aggrovigliati nel mio esofago e lo hanno intasato. Ti dico che senza di te vedo solo un grande vuoto. Smetti di mangiare, mi dici che sei stanco. Che non riesci ad affrontare un’altra responsabilità. Ti appoggi al tavolo con la testa tra le mani, e sulle tue spalle curve vedo il macigno che stai portando, un macigno fatto di una bambina allevata da solo a settimane alterne, di una ex-moglie che ti ha tradito e ti insulta un giorno sì e uno no, di una mamma vedova da poco, delle mille incombenze su cui ti tieni in equilibrio quando non sei con me. Mi dici che sei troppo stanco per affrontare la tua paura, che non ce la fai. Mi alzo, ti abbraccio, ti stringo la testa contro il seno. Guardo le tue lacrime che cadono nel piatto vuoto e scivolano sul grasso del risotto. So che non posso fare nulla contro il mostro della paura, ma ingaggio lo stesso la mia lotta: gli parlo dolcemente, lo blandisco, cerco di ammansirlo, di circuirlo, di lavorarlo ai fianchi. Ti tendo la mano sperando che tu faccia uno scatto per afferrarla. Il mostro mi mozza la mano. Mi siedo, Raul Garces canta piano Lejos de ti. Inizio a dondolarmi sulla schiena e ad annuire con la testa. Ti dico va bene, va bene, e intanto mi dondolo. Mi lancio su di te e ti bacio con violenza. Mi togli il vestito, la canottiera e il reggiseno. Ti alzi, mi prendi in braccio e mi porti di là, sul letto. Che strano sentirti su di me e dentro di me adesso. Quando mi crolli addosso, non riesco a distinguere quando i tuoi sussulti da orgasmo si trasformano in singhiozzi. Sei abbandonato su di me come sempre, e non sei mai stato così pesante. E dire che mi sentivo così al sicuro nelle tue mani. Come quella volta che il tampax era salito su in alto e non riuscivo più a tirarlo fuori, e ho lasciato che facessi tu. È stato non più di due settimane fa, mi sembra lontanissimo adesso. Ti scaccio via, mi rifugio nell’angolo del letto. Le lenzuola hanno odore di sesso, di noi due, lo stesso odore che ci portavamo addosso tutto il giorno sotto i vestiti, ritardando la doccia il più possibile, e che adesso mi opprime. Mi accartoccio, piango tremo e urlo e penso che adesso mi si squarcerà la pancia. Mi prendi tra le tue braccia, mi tieni le mani appoggiate addosso. Ti odio, ti dico che mi hai spezzato il cuore, che quello che hai fatto è irreparabile. Tu piangi, mi dici che hai bisogno di fumare, ci alziamo, ci vestiamo, andiamo in cucina.
Ti siedi sul divano con la schiena appoggiata allo schienale, le braccia abbandonate lungo i fianchi, lo sguardo fisso davanti a te. Preparo una tisana miele zenzero e limone, tazza viola per te e bianca per me. Mi siedo di fianco a te. Ti dico grazie per essere rimasto con me stanotte. Che è arrivato il momento di prenderti cura di te. La tisana calda mi scende nello stomaco, mi calma. Mi dici che ha un buon sapore. Mi ringrazi per tutto quello che ti ho dato, per averti fatto sentire bello, interessante. Ti rispondo che è quello che sei. Verso dell’altra tisana nelle tazze, è rimasta troppo in infusione ed è diventata amara. Ti dico che se non ti piace vado a prenderti lo zucchero. Tu ne bevi un sorso, mi sorridi, mi dici che ti piace. Mi dici che adesso andrai a casa, e ricomincerai dalle piccole cose: lavare i piatti, mettere in ordine, fare la spesa. Ti dico che ho portato solo caos nella tua vita, mi rispondi che invece ho portato ossigeno. Forse troppo.
Ti alzi, ti metti la giacca. Mi stringi forte, mi baci. Ce ne stiamo così per un po’, con le mani ci strofiniamo la schiena, su e giù. Ci stacchiamo, infilo la chiave nella serratura, apro la porta, sei vicinissimo. Esci, ti fermi appena oltre la soglia, mi dai un altro bacio. Ti stacchi, cammini verso le scale.
Sono le due e diciannove di un sabato notte di metà dicembre. Te ne sei andato.

– A illustrare il racconto, L’intesa di Roberto Kusterle

Gloria De Paoli
Gloria ha passato buona parte della sua vita con il naso dentro a un libro, ma senza dare troppo nell’occhio. Passati i fatidici trenta, ha deciso che aveva letto abbastanza e che era giunto il momento di usare parole sue, perché non poteva più prendere in prestito quelle degli altri. Non è stato facile come pensava ma, nonostante questo, non si è persa d’animo.

5 pensieri su “Risotto ai funghi

  1. Intenso, forte e delicato, come correre a rotta di collo giù per la collina, arrivare in fondo, cadere rotolando con la faccia nell’erba e non avere più fiato..coinvolgente, emozionante: brava, brava, continua così

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