Rosa

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Rosa/erotico, Surreale
Alphonse Mucha 1
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617 parole; tempo di lettura stimato: 3 minuti circa

Di dolci sentori di frutti esotici accendo l’aria tra gli amanti, di petali color della panna velo la memoria dei caduti, fiorisco con gli incontri timidi di uomini intimiditi dall’inverno, con i miei pollini sfioro le ragazze – le loro pelli morbide – per arrossare le gote; alcuni mi chiamano Rosa, sono la figlia della Primavera.
Sapete, ho l’abitudine di guardarvi agire; vi spio da vicino, ogni tanto vi carezzo appena, ma poi, sempre, sparisco: riservata e distante, come si conviene a ogni Essenza dell’ispirazione.
Eppure in un tempo diverso, in un luogo in cui mio padre, Sole, mi faceva splendere tra i capelli le campanule trasformandole in diamanti di seta e i suoi baci luminosi intensi mi ardevano nel ventre un fuoco incontenibile che non ho mai più provato.
In quel luogo, nel tempo più inverosimile io mi sono innamorata.

Lui era un malinconico; quando si affacciava alle finestre il suo sguardo luccicava di una brina sottile che sembrava condensata dal pianto per la fine di tutte le cose.
La moglie lo chiamava con il solo nome di uomo che non ho dimenticato mai.
Lui e la moglie; mi confondevo con il prato: mi avvicinavo muta a volte, sempre più spesse volte, mi arrampicavo fin sotto le finestre, le cornici, e all’ombra del mattino la rugiada scivolava sul mio corpo e mi faceva tremare.
Quelle volte chiudevo gli occhi e immaginavo di fremere per le sue lacrime, nell’aria elettrica che si tendeva come pelle di tamburo sentivo di accogliere la sua paura, e il manifestarsi di quel lieve scuotermi, il drizzarsi di ogni vello sul mio corpo diventava subito pura gioia. Mi affidavo alle cure così umane del suo ingombrante avvertire il tempo e tanto mi sentivo libera da vergognarmene. Ero in quegli istanti una creatura così insignificante e piccola da dovermi nascondere per non farmi scoprire; per lui, con lui, in lui che d’improvviso mi gettava alla mercé della vita mortale.

Ed ecco che in un soffio di vento stava sfiorendo la bella stagione, con quell’affanno, con quel reciproco sentirsi fuori tempo massimo per fare ogni cosa; eppure cos’è il tempo massimo per noi docili Essenze votate al grande marito dell’eternità?
Mi rivelai una mattina né fredda né calda in cui il pietrame né freddo né caldo sembrava accogliere la sua figura esile, le gambe lunghe piegate a spigolo, le scapole che sostenevano due braccia secche e pallide mentre le dita sfogliavano il volume, un libro di poesia.
Con i miei pollini l’ho trascinato là dove il tempo non è più padrone: quando m’ha vista mi ha detto di avermi sognata tante notti, ha sorriso, io ho sorriso e gli ho risposto che l’avevo aspettato anche di più.

Potreste chiedervi com’è per un’Essenza fare all’amore, e io infinite volte dovrei rispondervi che è come morire, e rinata di soprassalto morire ancora, e di nuovo, preda di questo inarrestabile vortice di fuga e ritorno dell’immortalità.
Mi carezzava il volto con il tocco sicuro di chi non è sicuro di niente, sentivo in lui la mano di un immenso presente, mischiavo le mie fronde ai suoi capelli, io ero in lui e lui era in me.

In quel momento capii che mi ero innamorata.
Poi arrivò Estate e lei, la Morte me lo portò via. Successe in tardo Agosto, e io non c’ero già più. Sua moglie volle andare presto con lui: e complice la fine – questa frattura incolmabile – vinse, e non lo vidi mai più.
Da allora ho avvolto di rami spinati la loro casa, gli ho perforato i vetri delle finestre, gli ho fatto saltare la serratura; ma a nessun umano mai mi sono avvicinata più.
Mi chiamano Rosa, sono la figlia della Primavera.

– A illustrare il racconto, un’opera di Alphonse Mucha.
Luca Marinelli
Luca nasce nella patria della trippa e della coda alla vaccinara ma, come forse potreste dedurre dalla foto, la sua grande passione resta la patata. Lettore onnivoro e scrittore da osterie e birra artigianale, cerca di spaziare per compensare problemi accumulati in età infantile con la barra spaziatrice. Una volta ha assaggiato l’esotismo delle cicale di mare; da allora non è più lo stesso.

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