Sala Venezia – Fino alla fine

Pubblicato il Pubblicato in Giro Pasta, Noir, Realista
Milano Notte nebbia
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1.335 parole; tempo di lettura stimato: 7 minuti circa
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Le ho sbattuto la porta in faccia per non sentire più i suoi ma tu dov’eri quando io, ma tu che facevi quando io. La voce mi perseguitava attraverso le scale, coperta dai miei vaffanculo sgolati contro il nulla.
Eppure giuro su Cristo che un tempo l’ho amata. Di quella bellezza rimaneva solo il dolore che dalle mani mi trapassava il braccio fin dentro i denti, così serrati che avrebbero potuto frantumarsi all’istante.
La musica rimbombava fra le lamiere della macchina. In lontananza le luci dell’Unicredit e del Bosco Verticale mi inseguivano come occhi di mostri notturni. Nuvole catramose sopra un cielo di fantasmi ingrigiti dalla pioggia incombevano sui nostri destini senza senso.
Abbiamo abbandonato tutto per vivere il sogno in questa città di cemento e lacrime, per poi ritrovarci soli in un incubo quotidiano di silenzi infiniti e spazi dilatati.
Le nocche scricchiolavano quando muovevo le dita per svoltare. Gente ingobbita negli abitacoli, incarognita quanto me fra strade di gretta umanità.
Fitte lancinanti quando mi toccavo la mano. Qualcosa si era rotto e non avrei saputo come aggiustarlo.
Ho visto il telefono illuminarsi, coperto dai bassi dei Radiohead. Ho ridotto la voce di Thom Yorke a un bisbiglio.
Pronto.
Oh, dove sei? Qui la festa è appena iniziata.
Che festa, Gian? Che cazzo è ’sto bordello?
C’è la musica dal vivo, roba anni sessanta e settanta. Prima hanno suonato i Matia Bazar!
L’accento toscanissimo di Iago emerse dal sottofondo del branco ululante quanto fosse bello far l’amore da Trieste in giù.
Ma dove cazzo state?
Vedi che sei un pirla, ti sei dimenticato della festa?
Ma quale cristo di festa?
Di Libraccio, quella che diceva Sara. È pieno di vecchi che ballano, c’è uno che assomiglia a Marx. È ridicolissimo. Dai vieni che ti diverti.
Mi rode, Gian. È un casino.
Lo so, Da’. Mica son scemo. Per questo dico vieni. Bevi, mangi. Ti diverti.
Ma si balla.
Sì. Siamo tutti ridicoli. Mi ci vedi a me a ballare?
Ho dovuto sorridere. In effetti no, non ti ci vedo a ballare.
Ecco. Sala Venezia. Ti aspettiamo qua.
Sala Venezia? Ma non è tipo un club della polizia quello?
Stavolta ha riso lui, proprio mentre Iago gli chiedeva di passargli il telefono.
Dove stai? Qua è pieno di topa. Mi serve una spalla, maremma maiala. Sono briao.
Tu sei sempre briao.
Ma oggi di più. Mi servi. Porta quel culo moscio qui da noi.
Vengo solo se hanno lo Jager.
Aspetta che controllo. C’è un boccione pieno al bar, te ne ordino un paio di litri?
Ho fatto inversione mentre l’aria della sera mi passava attraverso.
Ho parcheggiato accanto a due volanti, ho spento il motore e sono rimasto immobile ad ascoltare The end. L’ho ascoltata fino alla fine. The end of nights we tried to die. This is the end.
Su un cartello che sbucava dal muro c’era scritto s. Venezia. Era squallido, il cartello, come squallido era il palazzone grigio che gli stava dietro. Squallidi erano i tentativi di quella gente là davanti di imitare la vita e la felicità che un tempo dovevano aver provato anche loro.
Ho appoggiato la testa al sedile. Il mondo si è dissolto quando ho chiuso gli occhi. Qualcosa mi risaliva lungo la gola, qualcosa di rancido e nauseante.
Gli occhi di Marzia sorridevano. Le sue labbra sussurravano parole mute, incomprensibili e magnifiche. Erano parole soltanto per me, come soltanto per me erano state eoni addietro. Parole dimenticate, scie luminose di costellazioni scomparse.
Ho preso il cellulare. Scusami, sono stato uno stronzo. Passo un paio d’ore con Iago e Gian e poi torno e parliamo, parliamo e risolviamo tutto. I soldi li tiriamo fuori in qualche modo. Sarò più presente quando tu…
La voce di Gian Luca mi richiama attraverso il tamburellare della pioggia. Camminava a passo lento, avvolto nel giacchetto e nella sua solita sciarpa. Parlava al telefono e faceva no con la testa scrutando qualcosa in lontananza fra i cieli di Milano. Nel suo no c’era un gioco che portava avanti con chi, dall’altra parte, era per lui ogni orizzonte possibile. L’avevo vista solo un paio di volte, Roberta, ma mi erano bastate per capire che certe cose sono destinate a durare. Me lo sentivo nelle fibre che quei loro sguardi – almeno i loro – non si sarebbero acquietati.
Noi invece abbiamo tradito ogni promessa nella stessa stanza in cui avevamo deciso di sposarci e di cominciare a progettare un figlio che non è mai venuto. Ci siamo urlati addosso là dove per anni ci siamo svegliati abbracciati, cercandoci persino attraverso bocche impastate e aliti pesanti; là dove ci siamo attardati per strappare alla giornata un bacio o una carezza, in attesa di rincontrarci dopo il lavoro; là dove tutto ci è apparso indistruttibile.
Il nostro tempo insieme era finito non so dove, non lo so davvero, ma di certo non era là dove avrebbe dovuto stare.
Ho gettato il telefono sul sedile e infilzato il volante fino a sentirmi le unghie strapparsi via e la carne bruciare attraverso la pelle lacerata. La radio mi gettava addosso una canzone. Avevo amato anche lei, una volta.
Nella mente vagava l’immagine di un posto che avevo visto tempo fa. Un posto orribile, il peggiore dei luoghi possibili. Non era distante.
L’ho raggiunto, ed era orrendo come lo ricordavo. Gremito di quel genere di umanità a cui spareresti dritto nel cuore e che resteresti a osservare mentre crepa e lascia il mondo un inferno meno peggiore. Uno di quegli esseri un tempo doveva aver avuto sembianze femminili, ma ora stava appoggiata al bancone in attesa della morte.
Quanto vuoi, le ho chiesto.
Venti euro per un’ora, ha detto.
Te ne do cinquanta se ti fai fare una foto mentre scopiamo.
Andiamo nel retro?
No, le ho risposto. Nel bagno degli uomini.
Che hai fatto alla mano?
Me la sono guardata, la mano. Sembrava un coniglio sventrato.
Ho fatto a pezzi uno specchio troppo sincero.
Ha alzato le spalle come a dire: ne ho vista di gente disperata.
Nuda faceva ancora più pena. Poteva avere una cinquantina d’anni, o forse settanta. Chissà da
quanto aveva smesso di sentirsi una donna.
Mentre me lo succhiava pensavo a Riley Reid e Brandi Love. Fantasticavo sulle cosce della vicina di casa. Non funzionava. Ero un orologio rotto.
Sono tornato alla prima volta che io e Marzia siamo stati soli, a quanto è stata bella quella nostra prima volta, ai suoi occhi che erano alba accecante, al suo viso in un tramonto infinito.
Dallo stomaco, una scarica bruciante divampò ovunque come una pira funebre.
Girati, le ho detto.
Eh?, ha chiesto, tenendomelo ancora in bocca.
Girati. Non ti pago per farmi godere.
È durato poco per fortuna, il tempo di scorrere le immagini della nostra storia che andava letteralmente a puttane.
Ecco, scattala adesso. Col tuo cellulare. Fa’ che si veda la mia faccia. E stai zitta, non c’è bisogno che fingi di godere.
Le ho dato i cinquanta euro.
Con questi compraci qualcosa di bello. Ricordati fra un’oretta di mandare la foto a questo numero. Non scrivere niente. O scrivi quello che ti pare. È uguale.
Uscito da lì ho visto il nome di Iago sul telefono. Quattro chiamate e non so quanti messaggi su WhatsApp.
Nella foto Gian fissava la sua Roberta invece della camera, Iago abbracciava una ragazza mai vista. Dietro, qualcuno era stato immortalato in un ballo di coppia. Coriandoli, luci dorate, volti felici. Sala Venezia in tutto il suo patetico splendore.
Cosa ti stai perdendo, aveva scritto.
Cosa ho già perso, avrei voluto dirgli.

Marzia mi ha chiamato un’ora e mezza dopo, mentre fissavo le acque nere dei Navigli con una Moretti in mano. Ha detto che ero uno stronzo, che le facevo schifo, che avrei trovato la mia roba sparsa in strada. Che potevo pure buttare le chiavi, la fedina. Tutto.
L’ho ascoltata mentre urlava e piangeva e faceva a pezzi quello che restava della nostra felicità. L’ho ascoltata in silenzio, senza dire una parola.
Fino alla fine.

David Valentini
Sono nato a Roma nel 1987.
Come se non bastassero luogo e anno di nascita, ho deciso di laurearmi in filosofia morale. È chiaro che dunque ho un rapporto privilegiato con i disastri.
Chi ha letto i miei racconti mi ha detto di essersi sentito come dopo aver ascoltato Comfortably Numb durante una giornata di pioggia bevendo la più aspra delle medicine per il mal di gola.
Poi non dite che non vi avevo avvisati.

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