Spade e sortilegi, #1

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Comico, Fantastico, Giro Pasta
Spade e sortilegi - Erica Rossi
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1543 parole; tempo di lettura stimato: 7 minuti circa

Il cielo era di un blu cristallino, vibrante, disturbato soltanto da qualche nuvoletta mite. Il sole risplendeva placido sui campi, il vento sottile muoveva il grano ormai pronto per la raccolta.
Insomma, era la giornata ideale per lanciare le pietre contro il castello del re di Hammerfall.
L’intero paese si era riunito sotto le mura, vociando e lamentandosi rumorosamente dell’ennesimo attacco dei briganti. Il re ormai non sedava nemmeno più quelle insurrezioni che accadevano costantemente, le guardie si limitavano ad alzare gli scudi e a chiudere le porte, aspettando che i cenciosi poveracci si stancassero di tirare o finissero le munizioni. Le mura interne del borgo non erano così alte: si trattava perlopiù di una cinta di raccoglimento dei giardini reali tanto che, dall’esterno e alla giusta distanza, le torri e la grande balconata del re erano bene in vista. Il re Leer III fece la sua apparizione come ogni volta e come ogni volta si lanciava nella solita, teatrale, arringa.
«Sudditi! Amati, amatissimi sudditi! So bene il male che vi affligge, so bene il motivo che vi spinge a raccogliervi fuori dalle mura del castello, e vi sono vicino in questo sopruso che state subendo. Il vostro re è qui con voi, tra di voi, per evitare che questo terribile misfatto non accada un’altra volta.»
Il re si schiarì la voce, ignorando gli insulti e ringraziando che nessuno di quei paesani avesse il braccio abbastanza allenato da raggiungere la balconata. Bevve un sorso di vino da una delle coppe ingioiellate, si asciugò le labbra con un fazzoletto di seta e riprese a parlare.
«I briganti hanno di nuovo razziato le vostre case, rubato e saccheggiato le vostre fattorie, distrutto ciò che non potevano portarsi via? Tutto ciò è spregevole oltre misura, mi fa soffrire tanto quanto fa soffrire voi. Ogni giorno la malefica strega della palude grigia si fa più avida, avanza con le sue truppe di malviventi nascosti nei boschi e rapina le vostre case! Ogni anno, quando si avvicina il raccolto, lei è pronta a mietere vittime. Non è forse sufficiente il numero di guardie che marciano e sorvegliano le strade? Non è forse sufficiente la ronda che attraversa la brughiera alla ricerca di questa feccia putrida? No, non lo è. Ecco perché questa volta, ho deciso di chiamare il migliore cacciatore di streghe di tutti i Regni Settentrionali!»
Il numero di pietre lanciate diminuì drasticamente, il vociare incessante si attenuò quasi fino a sparire. Volarono ancora degli insulti, ma senza convinzione.
«Il suo nome è Flint, detto l’Ammazzadraghi…»

«In ginocchio, Flint Ammazzadraghi!» gridò il re di Hammerfall, levando la spada al cielo.
La corte stretta attorno a loro, guardava la scena con il fiato sospeso, in attesa. Flint, sbuffando, obbedì.
«Tu, Flint l’Ammazzadraghi, colui che brandisce Aldemann, la Spada che tagliò la testa a Fafn il gigante di ghiaccio; colui che con orgoglio fascia il suo corpo con Allistar, l’Armatura dei mille specchi; tu, Flint, detto anche il Morbo di Cantàra, che uccidesti milleduecentotrentotto…»
«Milleduecentotrentanove…» sussurrò il cavaliere, a capo chino.
«…Milleduecentotrentanove briganti, armato soltanto di un ramo di leccio e di uno scudo fatto di pelliccia d’orso; tu Flint, che portasti…»
«Io ti nomino…?»
Il re si schiarì la voce. «Io ti nomino, di fronte a questa Corte, agli Dei e alla mia amata figlia, vergine e nubile, nonché molto invitante… non lo è?»
Flint alzò lo sguardo quel tanto che bastava per ammirare la bellezza dai fianchi rotondetti e dallo sguardo languido. «Lo è eccome… Ma non è il momento, io ti nomino?»
«Molto bene…» Il re posò di piatto la lama della spada dorata sulle spalle del cavaliere, con solenne lentezza: «Io, di fronte a questa Corte, agli Dei e alla mia amata figlia, ti nomino…»
«Flint!» nitrì il re.
Il cavaliere alzò lo sguardo, sorpreso. Il volto del re aveva assunto la forma di un muso cavallino.
«Oh no…»
«Flint! Flint! Flint! Svegliati!» ripeté il re, sputacchiando biada.
«E dai… ancora un momento, uno solo…»
«Svegliati, pelandrone!»

Flint aprì gli occhi impastati di terra e saliva, il fuoco accanto a lui era ormai ridotto ad un cumulo di cenere. Il sole era sorto da un pezzo, infiammando le chiome degli alberi sulle lontane colline ad est. Si era addormentato di nuovo con l’armatura addosso.
«Flint!» sbuffò ancora il cavallo con voce grave, avvicinandosi. «Flint!»
«Sono sveglio. Sono sveglio! Maledizione a te, Rugos, stavo facendo un sogno bellissimo…»
«Ancora la bionda e la mora insieme?»
Flint alzò lo sguardo pieno di terra, fantasticando per un momento.
«No, c’era solo la bionda, ma non è questo il punto! Mi hai interrotto proprio sul più bello…»
«Niente dettagli! Abbiamo delle regole, rispettale! Niente. Dettagli.»
«Oh dei, mi fa male dappertutto… Che diavolo c’era in quel vino?»
Il cavaliere si sganciò il corpetto, liberandosi da quella morsa di metallo arrugginito. Finì in calzoni in un tempo così breve da essere degno di nota.
«Non capisco perché non la cambi, quell’armatura arrugginita. Prima o poi ti si sgretolerà addosso, se non stai attento!» nitrì Rugos, scuotendo i crini.
«È che ci sono affezionato… Io vado a lavarmi. Tu prepara tutto, abbiamo una strega da uccidere!»

I due ripartirono a mezzodì, il caldo era quasi insostenibile, dentro l’armatura Flint si sentiva sfrigolare come sulla griglia. I colli erano quasi del tutto disabitati, enormi pascoli dove i pastori andavano a portare le capre si stagliavano di fronte a loro, baluardi verdi e rigogliosi: in poche parole, una noia mortale.
«Oh dei, spero che il viaggio non sia tutto così…» sussurrò esasperato il cavaliere, versandosi l’acqua dell’otre nell’armatura.
«Che c’è di male in un compito facile facile?»
Flint sbadigliò, grattandosi la barba incolta sul mento. «Niente, assolutamente niente. Odio dover andare a picchiare una vecchina, però…»
«Dovevi pensarci prima di dichiararti… come hai detto?» il cavallo si schiarì la voce, cercando di imitare l’amico. «Ah sì! “Il miglior cacciatore di streghe di tutti i Regni Settentrionali!”»
Rugos scoppiò a ridere, tanto da far sobbalzare il suo cavaliere sulla sella.
«Ti sarai sentito un sacco virile, vero?»
«Piantala, cretino… Ormai ciò che è fatto non si può disfare, pensiamo soltanto a toglierci di torno questo lavoro il prima possibile. Cosa mai ci vorrà a pestare una vecchietta!»
«Ai vostri ordini, mio cavaliere…»
Raggiunsero il sentiero che portava al bosco verso l’imbrunire. Erano stanchi, affaticati e senza una maledetta traccia da seguire.
«Rugos?»
Il cavallo alzò il lungo muso: «Sì mio cacciatore di streghe?»
Flint ignorò l’ennesima frecciata, sbuffando.
«Non ti sembra strano che durante tutto il tragitto non abbiamo trovato nemmeno un accampamento di banditi?»
«Neanche un cerchio di pietre con i resti di un focolare. Ora che mi ci fai pensare non ho fiutato nessun odore.»
«Guarda, nemmeno qui, neanche un’impronta. Dici che abbiamo sbagliato?»
Il destriero sembrò guardarsi intorno, cercando di cogliere qualche indizio dal paesaggio. «Niente di niente. Forse li abbiamo sottovalutati…»
«Mmm… Sì, forse. Sbrighiamoci ad arrivare a quella maledetta capanna, voglio attraversare la foresta prima che faccia buio.»
«Sì, anche io…»

«Spiegami una cosa, Flint…»
Iniziò Rugos, proseguendo al passo nel sentiero fitto di alberi che portava alla collina della strega. «Com’è che hanno scelto proprio te e non un altro baldo e valoroso cavaliere del re?»
«Ero il migliore, il re lo ha capito appena mi ha visto.» Rispose l’uomo con sicurezza, mentre affilava la lama della spada con la cote.
«Seriamente, Flint?»
«Non c’è avversario che possa battermi, Rugos, lo sai bene!»
«Nessuno ha risposto all’editto reale? Possibile? Neanche un villico con poca voglia di vivere?»
L’uomo sospirò, continuando a produrre scintille con la pietra.
«No, sono stato l’unico a presentarmi…»
Il silenzio calò tra i due, interrotto soltanto dal frinire dei grilli. Per un po’ proseguirono lungo la strada senza dire niente.
«Le cose sono due, Flint: il re era ubriaco, oppure mi stai tenendo nascosto qualcosa. Coraggio amico, sputa il rospo. Prometto di non arrabbiarmi.»
Flint si schiarì la voce, mascherando le parole che stava per dire: «Lavoriamo gratis.»
Il cavallo si fermò di colpo, impennandosi e disarcionando il suo cavaliere.
«Ripetilo se hai il coraggio!»
«Su col morale! Pensa alla fama, pensa al prestigio! Magari questa è la volta buona che ci facciamo un nome!»
«La biada, Flint! Ti deve importare soltanto della biada! Che diavolo stiamo andando a fare, io e te, eh? Stiamo davvero andando a rischiare la vita per niente?»
«Parla piano, potrebbero sentirci! Possiamo tenerci tutto quello che troviamo a casa della strega. Il re non rivendicherà il bottino, anche se si trova nei suoi domini, va bene ora? In più mi ha promesso di nominarmi cavaliere di Hammerfall.»
«Vaneggi, sei ubriaco!»
«E questo che cosa c’entra, scusa? Ero sobrio, quando ho accettato! Hai idea di cosa voglia dire essere nominato cavaliere? Le donne si spogliano ancora prima di iniziare a corteggiarle. Vedilo come un investimento sul lungo termine!»
«Ehi, voi due…» una voce di donna si levò alle loro spalle; fu bellamente ignorata.
Rugos nitrì iracondo: «Questa è l’ultima volta che mi faccio convincere da te, Flint!»
«Non ti credere importante, di cavalli parlanti ne trovo a dozzine! Anzi, magari questa volta me ne cerco uno che non spiccica paternali ad ogni bivio!»
«Quanto odio gli avventurieri…» un rapido movimento delle mani, ed entrambi caddero in un sonno profondo.

– L’illustrazione del racconto è un’opera originale di Erica Rossi, che ringraziamo.
Antonj Donegà
Antonj Donegà non sa scrivere la propria biografia.
Ah ah ah, molto divertente.
No, sono serio, non so davvero cosa scrivere.
Veloce, amico, ti stanno guardando tutti…

Non puoi fare scena muta, dannazione!
Ok ok, stai calmo, ci sono. Antonj Donegà…
…Lo hai già detto…
…lasciami continuare! Dicevo, Antonj Donegà nasce da qualche parte, a nord, in una data non bene precisata. Dedito alla lettura fin da giovanissimo, ha sempre odiato le altre persone.
Un po’ pesante, un po’ generico.
Hai ragione. Correggiamo con: “ha da sempre odiato tutte le altre persone.”
Meglio.
Colleziona libri, da cui strappa le biografie per invidia e, a volte, li legge anche. Amante di Poe, Doyle e Lovecraft, del fantasy dai sapori antichi…
Muffiti…
Non toccarmi Tolkien e la Le Guin, per favore.
Va bene, va bene. Come sei intrattabile, cercavo di aiutarti.
…e del folk inglese. Scrive storie sin da quando era bambino, e ne ha pubblicata anche qualcuna. Nel 2016 esce nelle librerie con il primo capitolo della sua saga fantasy: “Racconti di Corindor – Le Ali di Cenere”, e pubblica insieme a Jacopo Pagliari il noir “Il Male non ha Eroi” qualche mese dopo.
Ha in cantiere centinaia storie, tutte appuntate nei mille taccuini dei quali non può fare a meno.
È tutto?
C’è chi dice tenga uno Shoggoth nello sgabuzzino, ma sono solo malelingue piene d’invidia.
Lo Shoggoth meglio non offenderlo, l’ultima volta non è stato facile riportarlo a casa. Visto? Non è stato difficile, dopotutto.
È terribile, ora la cancello.
Cosa?!
Sì, non va bene, riscriviamola.
Pubblicata.
TI ODIO!

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