Spade e sortilegi, #2

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Spade e sortilegi, #2 - Erica Rossi
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1745 parole; tempo di lettura stimato: 9 minuti circa
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Il risveglio non fu dei migliori. Una falce di luna stava facendo capolino dai vetri delle finestre polverose della capanna. Flint cercò di aprire gli occhi impastati, provò a portarsi le mani al viso, ma il resto del suo corpo non rispondeva.
Non doveva farsi prendere dal panico. Alzò lo sguardo e si guardò intorno, cercando di non dare nell’occhio. Era finito nella capanna della strega, non c’erano dubbi: ovunque attorno a lui stavano appesi resti di animali. Sacche piene di polveri e vasi di vetro contenenti chissà cosa si impilavano su scaffali, senza alcun ordine. In un angolo della stanza il fuoco stava facendo bollire qualche strana pozione in un calderone nero per la fuliggine accumulata negli anni.
Flint cercò di capire perché fosse immobilizzato: doveva essere stato pietrificato, si trovava in posizione eretta, poggiato in un angolo della capanna alla stregua di un portaombrelli. Nel momento preciso in cui realizzò di non poter muovere nemmeno un muscolo, si accorse di quanto gli stesse prudendo il naso. Cercò di raggiungerlo con la lingua, contraendo la faccia il più possibile, poi provò a soffiarci sopra, ma i baffi ostacolavano ogni suo tentativo. Niente da fare, sarebbe morto lì, con la faccia accartocciata a causa di quella agonia impronunciabile.
«Finalmente, temevo non ti svegliassi più…» la voce della donna riempì l’aria. Flint non si era nemmeno accorto di quegli occhi di gatto che lo osservavano nell’oscurità.
L’uomo deglutì, cercando di mantenere un contegno, nonostante il prurito. «Sei tu la strega? La vecchina che manda i briganti a razziare le terre di Hammer…»
«Come hai osato chiamarmi, stolto omuncolo?» La voce si fece più profonda, il camino avvampò, illuminando parte del volto della donna. Flint riuscì a intravedere una bellezza austera, dai lineamenti delicati; quella che l’ombra faceva sembrare una gobba, era in realtà la chioma riccia e corvina della strega, che con le gambe accavallate lo stava osservando seduta su una panca, all’altro angolo della stanza.
«Non sei una vecchia, allora! E io che pensavo di essere stato pagato per picchiare una nonnetta rachitica…»
«Basta!» lampi improvvisi circondarono la strega; le mani ad artiglio raccolsero tutta l’energia in due globi perfetti. I capelli di Flint iniziarono a sollevarsi contro la sua volontà, raccogliendo l’energia statica nell’aria.
«Un’altra parola, bellimbusto, e finirai a concimare il giardino delle mie piante officinali!»
«Puoi grattarmi il naso?»
«Cosa?!»
«Se devo morire, ti prego, almeno grattami il naso prima, non ce la faccio più! È peggio che essere infilati nudi in una vasca di sanguisughe, e puoi credermi quando te lo dico!»
La donna piegò la testa appena di lato, osservando l’uomo di sottecchi.
«Scusami! Va bene? Ti chiedo scusa, non sei vecchia! Anzi, se in questo momento avessi le mani libere, è probabile che farei di tutto per allungarle verso quel bel culetto… È abbastanza?»
La donna incrociò le braccia, spegnendo i due globi elettrici con un solo movimento dei palmi, continuando ad osservare il suo ospite, incuriosita. «Non stai migliorando la tua posizione, ma non si nega mai l’ultimo desiderio a un condannato a morte. E sia.» con uno schiocco di dita, il naso di Flint smise di prudere.
L’uomo sorrise come un ebete. «Nessun rimpianto, non credo di aver mai sfruttato meglio un ultimo desiderio.»
La strega scosse la testa, si voltò e si diresse verso il calderone. «Vi ho sentito, nel bosco, tu e il tuo amico. Mi ha raccontato un sacco di cose interessanti, mentre dormivi.»
Flint osservò il calderone e spalancò la bocca, attonito. Nella pentola bolliva un gulasch di carne, riconobbe l’odore un attimo troppo tardi. L’uomo vide la strega avvicinare il mestolo alle labbra, assaggiandone il contenuto. A stento il mercenario riuscì a trattenere i conati. «Tu! Maledetta! Hai ucciso Rugos per farne una zuppa! Sto per vomitare…»
La fattucchiera rimase interdetta dalla degustazione, aggiunse alcune erbe, sminuzzandole, mescolando l’intruglio a puntino. «Hai ricevuto il tuo ultimo desiderio. Ora vedi di rispondere alle mie domande, prima che perda la pazienza e ti uccida.»
«Vuoi mangiare anche me?! Pazza sadica!» Flint cercò di divincolarsi da quello stupido incantesimo. Da quando l’intelletto batteva la forza? Tese i muscoli a dismisura, spingendo con tutte le sue forze.
«Aspetta che mi liberi e…»
«E che cosa, esattamente?»
Le vene del collo del mercenario si gonfiarono a dismisura mentre si sforzava come se ne andasse della sua vita. Niente, il blocco di pietra nel quale era stato infilato non cedeva. «Te… lo… dico… appena… esco… di… qui…»
«Come immaginavo. Risparmia le forze, coso, potrei pensare di concederti qualche momento di vita in più. È tanto che non parlo con qualcuno.»
«Non mi chiamo coso… il mio nome è Flint.»
«Sai cosa trovo davvero divertente, di tutta questa faccenda, Flynn o come diavolo ti chiami? Un Re ingioiellato e tronfio vi offre un lavoro malpagato per sgominare un male potente quanto le fondamenta della terra, e voi, pur di guadagnarvi un po’ di fama, vi ci buttate a capofitto! Non è divertente, coso?»
«Flint! Mi chiamo Flint!» l’uomo cercò di dondolarsi in avanti, ma il blocco di pietra non si spostò di un millimetro. «Sì, fantastico, da sbellicarsi dalle risate!»
La strega scosse la testa. «Non sono io la colpevole delle razzie di quei briganti, imbecille.»
«Certo, come no…»
«Neghi forse l’evidenza? Avete per caso incontrato banditi lungo la strada? Qui non viene nessuno da anni, se non contiamo qualche povero contadino che si arrampica lungo il sentiero, mendicando medicine per i suoi animali. O per i suoi figli. Non ho mai davvero notato la differenza…»
«Senti, bellezza! Non sopporto chi mente, specie chi lo fa col sottoscritto! Il Re mi ha detto di recarmi qui per uccidere…»
«…colei che ha maledetto queste terre, fa marcire le messi e ammalare il bestiame, rapisce i primogeniti e si nutre di carne umana, fornica con il demonio e invoca il culto dell’oscurità.
È successo soltanto una volta, va bene? Una volta sola, e non c’entra assolutamente niente con l’argomento in questione.»
«Scusa, cos’è che è successo una volta sola?»
«Non è importante. Ciò che conta, è che avete dato fastidio alla persona sbagliata, e per questo la pagherete cara. Non si va nel bosco di una strega minacciandola di morte con la spada in mano, qualcuno potrebbe prenderti sul serio.»
La donna sussurrò alcune parole, muovendo le dita verso la base di pietra della prigione di Flint. La roccia cominciò a ribollire. «Vuoi sapere la verità, Flint? Il Re ti ha fregato. Sei un capro espiatorio, un burattino manovrato da un astuto stratega. Pensaci! Spingi quella limitata testolina oltre il camminare, mangiare e defecare. Da anni il Re si arricchisce alle mie spalle, usandomi come spauracchio per le folle, pagando i briganti che ogni stagione derubano le sue stesse terre, per poi vendere il ricavato al regno vicino di Nover e dividersi il bottino con quella feccia. Fino a ora non aveva mai agito, e io non ho mai avuto alcun interesse a entrare nei suoi affari. Se sei qui, significa che il popolo si è fatto avanti, non gli bastano più i racconti per giustificare il suo comportamento. Ti ha mandato qui a morire, sapeva che se lo avesse fatto ti avrei ucciso. Sei un pretesto, una trappola per incastrarmi…»
La temperatura della pietra si alzò ancora, Flint iniziò a sentire il calore arrivare alle caviglie. «Allora sarebbe sbagliato, uccidermi… Non trovi?»
«Oh, beh, Flint, correrò il rischio…»
Dalla finestra fece capolino il muso di Rugos intento a sgranocchiare una mela: «State facendo amicizia, voi due?»
Flint si voltò di scatto, con gli occhi sbarrati. «Rugos! Allora sei ancora vivo!»
«Certo che sono ancora vivo! Perché, che cosa pensavi?» il muso del cavallo sparì, per riapparire poco dopo con un’altra mela tra i denti. «Molto obbligato per il regalo, signorina…»
La strega rispose con un mezzo sorriso.
Flint non la prese bene.
«Traditore! Bestia schifosa, ti sei venduto per un barile di mele! E io che pensavo fossimo amici…»
«Che ti devo dire, Flint, la concorrenza paga meglio.»
«Come hai potuto permettere che mi facesse questo?» l’uomo riprese a divincolarsi con rinnovato vigore. La pietra cigolò, liberando delle minuscole crepe all’altezza del petto.
La strega alzò un sopracciglio. «È stato lui a consigliarmi di immobilizzarti, coso. Evidentemente ti conosce meglio di quanto tu creda.»
«Non lo uccidere, bella signora. È un imbecille, vero, ma è il mio imbecille. Non saprei cosa fare senza di lui. E poi, può rivelarsi davvero utile, quando vuole.»
«Inizio a non sentire più le gambe… è normale?»
«Zitto!» gridarono in coro il cavallo e la strega.
«Possiamo aiutarti, davvero. Dacci una possibilità.»
«Mmm… Potresti avere ragione, Rugos.» la fattucchiera incrociò le braccia, cercando di fare il quadro della situazione. «Leer, quello sporco maiale, attende il ritorno del suo stupido mercenario, quindi c’è la possibilità che lo faccia persino entrare nella sala del trono…» la donna si ravvivò i capelli, camminando per la stanza.
Flint fece una smorfia. «E cosa dovrei fare io?»
Rugos allungò il collo verso l’amico: «Flint, ti prego, ascoltala. Noi siamo i buoni, ricordi? Noi non lavoriamo per chi è peggio di noi, è la prima regola.»
«E va bene, e va bene. Senti anche tu questo odore? Credo mi si stiano cuocendo le rotule…»
La strega alzò d’improvviso lo sguardo verso di loro. Uno scatto della mano e la pietra tornò fredda come il marmo. «Me ne ero quasi dimenticata, colpa mia.» la donna congiunse le mani, mostrando la migliore delle sue facce diaboliche.
«Allora Flint, hai di fronte a te due scelte. La prima: muori qui, io mi prendo la tua spada, la tua armatura e il tuo cavallo, preparo le mie cose e me ne vado il più lontano possibile da questo buco di cu…»
«Hai chiarito il punto. La seconda opzione?»
«Potrebbe servirmi un piccolo favore, sempre se la spada che porti non è solo scena, come tutto il resto.»
L’uomo alzò gli occhi al cielo. «Se sei così potente, perché non ti arrangi da sola?»
«Perché non sarei in grado di fronteggiare un intero esercito, idiota. E poi, anche se potessi farlo, perché dovrei quando ho un così baldo cavaliere al mio fianco? Allora, pensi di farcela?»
Flint gonfiò il petto… o almeno cercò di darsi un’aria eroica. «Puoi dire ad un falco di spiccare il volo e librarsi nel cielo?»
La strega cercò lo sguardo di Rugos e Il cavallo scosse il capo, afflitto. «Non ci badare. Fa sempre così, tutte le dannate volte.»

– L’illustrazione del racconto è un’opera originale di Erica Rossi, che ringraziamo.
Antonj Donegà
Antonj Donegà non sa scrivere la propria biografia.
Ah ah ah, molto divertente.
No, sono serio, non so davvero cosa scrivere.
Veloce, amico, ti stanno guardando tutti…

Non puoi fare scena muta, dannazione!
Ok ok, stai calmo, ci sono. Antonj Donegà…
…Lo hai già detto…
…lasciami continuare! Dicevo, Antonj Donegà nasce da qualche parte, a nord, in una data non bene precisata. Dedito alla lettura fin da giovanissimo, ha sempre odiato le altre persone.
Un po’ pesante, un po’ generico.
Hai ragione. Correggiamo con: “ha da sempre odiato tutte le altre persone.”
Meglio.
Colleziona libri, da cui strappa le biografie per invidia e, a volte, li legge anche. Amante di Poe, Doyle e Lovecraft, del fantasy dai sapori antichi…
Muffiti…
Non toccarmi Tolkien e la Le Guin, per favore.
Va bene, va bene. Come sei intrattabile, cercavo di aiutarti.
…e del folk inglese. Scrive storie sin da quando era bambino, e ne ha pubblicata anche qualcuna. Nel 2016 esce nelle librerie con il primo capitolo della sua saga fantasy: “Racconti di Corindor – Le Ali di Cenere”, e pubblica insieme a Jacopo Pagliari il noir “Il Male non ha Eroi” qualche mese dopo.
Ha in cantiere centinaia storie, tutte appuntate nei mille taccuini dei quali non può fare a meno.
È tutto?
C’è chi dice tenga uno Shoggoth nello sgabuzzino, ma sono solo malelingue piene d’invidia.
Lo Shoggoth meglio non offenderlo, l’ultima volta non è stato facile riportarlo a casa. Visto? Non è stato difficile, dopotutto.
È terribile, ora la cancello.
Cosa?!
Sì, non va bene, riscriviamola.
Pubblicata.
TI ODIO!

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