Spade e sortilegi, #3

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bullismo panoramico - Erica Rossi
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Erano passati due giorni dal discorso di Re Leer III; si trattava di una mattina calda, soleggiata, il tempo ideale per scaricare una nuova sassaiola contro il palazzo di Hammerfall. Questa volta i contadini si erano organizzati con carri e verdura marcia, fango di palude e letame, carichi di munizioni e risentimento.
Il cancello di metallo era stato calato in forma preventiva, e dietro se ne stavano assiepate almeno una trentina di guardie. In mezzo alle grida, al lezzo di sudore e concime, tre voci si levavano più alte, comandando quell’orda di sfaticati come fosse il migliore degli eserciti.
«Chi siamo noi?!»
In coro. «I servi della gleba!»
«E che cosa vogliono i servi della gleba?!»
«Giustizia!»
Al grido altisonante, il cielo si scurì per un momento, mentre i proiettili si levarono tutti insieme oltre le mura, in un arcobaleno di marcescenza.
Il lungo corridoio del palazzo si riempì del suono di piccoli passi veloci, ovattati da stoffa pregiata. Le porte della sala da pranzo si spalancarono, il ciambellano irruppe tutto trafelato, correndo vicino al trono del Re Leer III. «Vostra magnificenza…»
Il monarca lo interruppe immediatamente, sollevando una mano ingioiellata. «Se è per la rivolta dei contadini qui fuori, dovrai aspettare che io abbia finito il pranzo, prima…»
«No mio signore… Si… Si tratta di Flint l’Ammazzagiganti, è… È tornato!»
La figlia di Leer ebbe un sussulto; deglutì pesantemente, cercando di mascherare il più possibile le sue emozioni.
«Spero sia ancora riconoscibile, povero diavolo… Finirà a decorare il cancello centrale, vedrai come il popolo si aizzerà contro quella putt…»
«È vivo, e chiede udienza. Dice di aver ucciso la strega della palude grigia.»
La giovane principessa si strinse forte le vesti in un sospiro di sollievo, il Re non la prese tanto bene. «Che cosa?! Impossibile… Ha portato le prove di quanto proclama?»
«Ha portato la testa della strega, mio Re. In un sacco, me l’ha mostrata.»
Leer guardò con desiderio l’enorme maialetto arrosto nel suo piatto. Detestava essere interrotto quando mangiava. «Guardie! Scortate Flynn vattelapesca al mio cospetto. Vediamo di finire questa storia in fretta…»
Il ciambellano si prodigò in un complicato inchino, si voltò ed uscì dalle porte, accompagnato dalle guardie. Passò del tempo, prima che Flint facesse il suo ingresso nell’enorme sala.
L’uomo entrò con la fronte imperlata di sudore, camminando a testa all’insù, come un qualunque turista in visita al castello. Si avvicinò all’enorme tavolo imbandito, fece un languido occhiolino alla principessa e si voltò verso Leer, sciogliendo il nodo della sacca insanguinata che aveva alla cintola. «Un lavoretto pulito pulito, mio signore, una cosa da nulla…»
Lasciò il sacco sul tavolo, il sangue schizzò con un tonfo umido un po’ ovunque, provando lo stomaco degli astanti. «Una brutta scena, comunque. Non andrei per un bel po’ a far pascolare le capre da quelle parti. Sapete, terra rancida, fango, sangue che sprizza dagli alberi… Credo abbia biascicato una maledizione mentre esalava l’ultimo respiro, ma non mi riguarda…»
«Un momento, un momento! Che tipo di maledizione?» il monarca non riusciva a staccare gli occhi da quella testa.
«Qualcosa tipo “Tornerò dalla tomba per divorare il vostro cuore, far marcire le vostre carni, rapire i vostri primogeniti”. Ordinaria amministrazione, immagino.»
«To-tornare dal mondo dei morti?»
Flint annuì. «Può succedere, a volte. Se una strega è innocente e viene uccisa con l’inganno, potrebbe avere un motivo per ritornare dal mondo dei morti e tormentare il mandante del suo omicidio fino alla pazzia. Se è tutto io andrei…»
Il Re deglutì rumorosamente, alzandosi in piedi per avvicinarsi al sacco stregato. «A-Aspetta! Sono solo leggende, immagino. Non è vero?»
Flint si grattò il mento, pensoso. «Non mi è mai successo personalmente, no. Ma ad un tale che conosco, oh… che brutta fine che ha fatto il tipo che l’ha ingaggiato. Lo hanno trovato
sulla parete di casa sua… E intendo su tutta la parete…»
Leer, infine, trovò il coraggio per aprire il sacco con un colpo secco, trattenendo il fiato. All’interno della sacca giaceva il bel volto senza vita della strega della palude grigia, gli occhi sbarrati in un’espressione di stupore, i capelli incrostati di sangue e sporcizia. «Storielle, soltanto storielle, mio caro Flynn…»
«Flint, il mio nome è Flint.»
«Sì, come ti pare. Vedi? Dentro a questo sacco c’è soltanto una testa, niente di più. Non credo a quelle sciocche superstizioni di paese, non sono un contadinotto qualunque, e se pensavi di ottenere una borsa di denaro per il rischio corso, beh… Prova a chiedere al Re di Nover, si dice che sia generoso quasi quanto stupido…»
«Mio Re, non intendevo assolutamente…» provò l’uomo, ma il monarca aveva già cominciato a gesticolare, colto sul vivo.
«Re di qua, Re di là, siete sempre bravi a chiedere, chiedere, chiedere. Qui fuori ho un’orda di contadini pronta a buttar giù le mura del castello a sassate pur di avere la prova della morte della strega. Portala a loro, chissà, magari ti eleggeranno nuovo protettore di Hammerfall, cavaliere del porcile!»
«Non erano questi, gli accordi…» Flint mise mano alla spada. «Siete uno sciocco, non si scherza con le maledizioni di una strega…»
«Per favore, vattene finché puoi farlo ancora sulle tue gambe. E portati via i resti di questa megera, prima che ti condanni a morte per oltraggio al Re!»
Il monarca fece per prendere il sacco e gettarlo ai piedi dell’avventuriero quando la testa della strega batté i denti, rivoltando indietro gli occhi e sputando sangue. «Il Re di Hammerfall ha tradito il suo popolo! Il Re di Hammerfall ha mentito ai suoi sudditi! Porco! Bugiardo! Feccia! Fango!»
Leer scoppiò in un grido terrorizzato, mettendosi le mani nei capelli e fuggì carponi mentre la testa continuava a parlare freneticamente. La principessa, colta da un improvviso malore, svenne.
«Presto! Uccidetela prima che ci maledica tutti!»
«Siete già maledetti!» gridò la testa, vomitando rivoli scarlatti sulle vesti del sovrano. «Rivela i tuoi crimini, cane, o il mio spirito ti trascinerà con sé nel mondo dei morti! Porco! Bugiardo! Feccia! Fango!»
«È colpa sua! È colpa di quel Flynn ammazzagitani! Uccidetelo! Uccidetelo!»
A quel punto, Flint sguainò la spada: «Ammazzagitani non me lo aveva ancora detto nessuno!»
Otto guardie armate di lancia e scudo gli si serrarono contro, pronte a trafiggerlo come uno spiedino. Lo accerchiarono, negandogli vie di fuga, ma l’assalto fallì; prima che le guardie potessero capire da dove fossero vibrati i colpi, la spada di Flint prevalse.. La baruffa durò poco, ma abbastanza da richiamare mezzo castello. Il Re si dimenava come un pesce fuori dallo stagno, ripiegando fino alla grande finestra del balcone. «I-Io non ho fatto niente!»
«Menti! Cane! Bugiardo! Ladro di messi! Ladro di bestiame!» il sangue prese fuoco, infiammando il pavimento, le tende, le vesti, le pareti della stanza. In un impeto di coraggio l’uomo si alzò in piedi e spalancò le finestre della balconata. «A-Aiuto! La strega! La strega vuole uccidermi! Guardie! Guardie!»
«Oh, andiamo…» sbuffò Flint, vedendo arrivare in corsa un intero plotone armato. Qualcosa lo colpì alla testa, senza risultato. L’uomo si voltò appena in tempo per vedere il ciambellano ritirare la mano, bianco come un cencio.
«Parla! Cane! Rivela i tuoi peccati, prima che sia troppo tardi!»
Il ciambellano venne scaraventato addosso alla prima fila di soldati. Flint barricò la porta conquistando un po’ di tempo.
Le fiamme divorarono le vesti di Re Leer III, che urlava come un ossesso. L’uomo si spogliò, strappando la costosa seta gettandola oltre la balconata. «Non merito tutto questo! Non lo merito!»
La testa della strega, abbandonata in una pozza di sangue ribollente, iniziò a salmodiare una formula oscura. Richiamò le sue membra dal mondo degli spiriti e, con un tripudio di suoni demoniaci, si levò come uno spettro a mezz’aria. Alzò lentamente la mano, indicando il sovrano. «Hai ordinato di uccidermi, di torturarmi e tagliarmi la testa. Ti sei macchiato del peggiore dei peccati! Come osi negarlo, come osi provare a nasconderlo?»
La sassaiola di fango, letame e verdure marce si alzò improvvisamente in volo, e per la prima volta finì tutta sulla balconata reale, investendo il Re di quanto più putrido vi fosse in fondo a quei carri ridotti a letamai.
«E va bene! E va bene! Lo ammetto! È stata colpa mia! Ho depredato io i campi, ho derubato io le mie stesse terre! Non voglio morire, non mi portare con te!
La strega sorrise in modo spettrale, eterea come una nube temporalesca. Alle sue spalle il cielo si oscurò. «La morte non è altro che una liberazione, per ciò che ho in mente per te…»
Le porte alle spalle di Flint stavano per cedere, i cardini piantati nella solida roccia scricchiolavano sempre più. Un altro colpo ancora e… notò il viso addormentato della principessa, riversa a terra con i capelli tutti scompigliati. «No, Flint! Non adesso! Sei in servizio!» La porta cedette, l’uomo riuscì a lanciarsi in avanti appena in tempo per non essere schiacciato dalla marcia dei soldati.
I lampi iniziarono a saettare nel cielo, l’immondizia cadeva a pioggia senza sosta.
«Cosa devo fare? Ti prego, dimmelo!» gridò il Re, in ginocchio, coperto di verdura rancida.
«Devi espiare le tue colpe! Sbarazzati dell’oro prima che il palazzo si trasformi in letame!»
Il Re scoppiò a piangere. «Il mio palazzo, il mio povero palazzo!»
Nella baraonda generale, Flint stese un paio di nemici, ma fu presto circondato da lance e spade.
«Guardie! Guardie! Portate qui il denaro della tesoreria, è un ordine!»
Il ciambellano, in testa alle guardie, con un elmo improvvisato, si voltò di scatto, alzando la visiera: «Cosa?!»
«Fatelo e basta!» gridò il Re con il fiato in gola. «Qui siamo tutti nella mer…»
Meraviglia delle meraviglie. I posteri di Hammerfall da quel giorno fecero a gara per cantare ad ogni forestiero la leggenda della pioggia d’oro del castello di Re Leer, il monarca coperto di letame.
I due avventurieri, la strega e il cavaliere, nel frattempo, si erano incamminati verso la foresta, allontanandosi dalla baraonda.
«Incredibile, Flint, sei riuscito a seguire il piano alla lettera, se non fosse davvero successo ne dubiterei.» disse Rugos, trasportando placidamente i due senza troppa fatica.
Flint, nel frattempo, ancora pensava al momento in cui, nel caos generale, aveva palpato il seno della principessa sotto il tavolo. «Già, tutto liscio come l’olio…»
La strega, dietro al cavaliere, se ne stava in silenzio con le lunghe gambe accavallate, le braccia incrociate, il volto ben sotto il cappuccio.
«Mia signora? Dove volete essere lasciata?» chiese Rugos, rompendo gli indugi.
La donna alzò il capo: «Non saprei. In questo momento sento solo la necessità di bere, bere fino a perdere i sensi.»
Flint si voltò verso di lei, il volto che non mascherava assoluta ammirazione. «Non avrei saputo dirlo meglio…»
Rugos si fermò davanti ad una locanda malandata, scrollando il muso. «Non ti azzardare a risparmiare sulla biada, spilorcio.»
«Ti manderò tre garzoni a pettinarti come un cavallo da parata, amico mio, te lo meriti…» gli sussurrò Flint, dandogli due pacche amichevoli sul collo.
«Puoi dirlo forte che me lo merito…»

La locanda puzzava di muffa e sudore. Le macchie sul legno del pavimento erano un chiaro lascito di una rissa della sera prima. Flint prese un tavolo, lasciando accomodare la sua compagna d’avventura con un cenno della mano.
Un garzone arrivò con due birre piene di schiuma, incredibilmente non annacquate. «Questo è quello che ci vuole, dopo una bella scazzottata…»
L’uomo posò le labbra sulla schiuma, ma si bloccò, preda dello sguardo della strega: quegli occhi da gatta lo trafissero di nuovo.
«Che c’è? Che ho fatto?»
La donna distolse lo sguardo, prese il boccale e ne vuotò quasi metà. «Mi sbagliavo sul tuo conto, Flint.»
L’avventuriero affondò lo sguardo nella schiuma: come diavolo aveva fatto a vederlo mentre palpava la principessa?
«Io, veramente…»
«Pensavo mi avresti tradito. Per tutto il tempo ho creduto che mi avresti trafitto la testa con la tua spada per consegnarmi a Leer. Avresti potuto, dopotutto, visto come ti ho trattato la scorsa notte…»
Flint tirò un sospiro di sollievo. «Non ti preoccupare, dolcezza. Nemmeno io mi sarei fidato di me, non farne un dramma.»
Nella locanda entrarono tre brutti ceffi, tutti trafelati. Si guardarono intorno, alla ricerca dei due avventurieri. Non fu difficile trovarli, visto che quasi tutti gli avventori si erano affrettati a raggiungere le mura del castello per raccattare qualche moneta.
Quello in testa ai tre raggiunse Flint, lasciandogli sul tavolo un ricco sacco tintinnante. «Tutto secondo i piani, capo. Avete fatto davvero un bel lavoro, lì fuori. Niente male come spettacolo, non c’è che dire!»
«Grazie a voi, mastro Kim, per aver raccolto una simile masnada di nullafacenti in così poco tempo. Fuori dal castello c’era così tanto chiasso che a stento ci hanno visto arrivare.»
L’uomo sorrise. «Mia madre diceva sempre: un lavoro, se fatto a metà, non merita di essere fatto del tutto! Ossequi allora, e se doveste passare di nuovo di qui, verrete accolto con tutti gli onori!»
Un cenno del capo e il trio si dileguò oltre la porta, sparendo alla vista.
«Prometti del denaro ad una canaglia, e questa diventerà lo specchio dell’onestà… Non mi stancherò mai di fare questo lavoro.»
La donna finì la birra, e ne chiese un’altra al garzone. «A proposito… Mi stavo chiedendo…»
Flint guardò la strega, sorrise mentre si pettinava i baffi con indice e pollice. «Qualsiasi cosa tu voglia, dolcezza…»
«Perché no… potremmo…»
Flint stava già vaneggiando, guardando il tramonto dalla finestra: «Qualcosa di romantico, magari in riva al lago. Un mazzo di rose, della frutta…»
«…Viaggiare insieme, per un po’…»
Il sogno si dissolse davanti agli occhi dell’uomo, come una bolla di sapone. «Oh, certo… Sarebbe fantastico…»
Non riuscì a terminare la frase che tre garzoni irruppero dalla porta sul retro, gettando spazzole e stracci. «Il cavallo! Il cavallo! Ha iniziato a cantare!»
Flint riuscì a prenderne uno al volo. «E allora? Se vi pago per fare compagnia al mio amico, ve ne state lì e lo ascoltate. Anche se è stonato!»
«Ma… Ma… Padrone, il cavallo… Parla!»
L’uomo si portò una mano al volto. «Lo so, amico, lo so. Ora vai, e ricordati, dagli sempre ragione, o potrebbe mordere. Muoviti!»

– L’illustrazione del racconto è un’opera originale di Erica Rossi, che ringraziamo.
Antonj Donegà
Antonj Donegà non sa scrivere la propria biografia.
Ah ah ah, molto divertente.
No, sono serio, non so davvero cosa scrivere.
Veloce, amico, ti stanno guardando tutti…

Non puoi fare scena muta, dannazione!
Ok ok, stai calmo, ci sono. Antonj Donegà…
…Lo hai già detto…
…lasciami continuare! Dicevo, Antonj Donegà nasce da qualche parte, a nord, in una data non bene precisata. Dedito alla lettura fin da giovanissimo, ha sempre odiato le altre persone.
Un po’ pesante, un po’ generico.
Hai ragione. Correggiamo con: “ha da sempre odiato tutte le altre persone.”
Meglio.
Colleziona libri, da cui strappa le biografie per invidia e, a volte, li legge anche. Amante di Poe, Doyle e Lovecraft, del fantasy dai sapori antichi…
Muffiti…
Non toccarmi Tolkien e la Le Guin, per favore.
Va bene, va bene. Come sei intrattabile, cercavo di aiutarti.
…e del folk inglese. Scrive storie sin da quando era bambino, e ne ha pubblicata anche qualcuna. Nel 2016 esce nelle librerie con il primo capitolo della sua saga fantasy: “Racconti di Corindor – Le Ali di Cenere”, e pubblica insieme a Jacopo Pagliari il noir “Il Male non ha Eroi” qualche mese dopo.
Ha in cantiere centinaia storie, tutte appuntate nei mille taccuini dei quali non può fare a meno.
È tutto?
C’è chi dice tenga uno Shoggoth nello sgabuzzino, ma sono solo malelingue piene d’invidia.
Lo Shoggoth meglio non offenderlo, l’ultima volta non è stato facile riportarlo a casa. Visto? Non è stato difficile, dopotutto.
È terribile, ora la cancello.
Cosa?!
Sì, non va bene, riscriviamola.
Pubblicata.
TI ODIO!

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