Sul Set

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Sul Set
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2.137 parole; tempo di lettura stimato: 10 minuti circa

«Entra dai, ora ricominciano.»
«Tranquillo, resto fuori.»
Si tratta di un gioco molto stupido: il coniglio corre e il giocatore deve preoccuparsi di fargli raccogliere tutte le lattine gialle che trova sul percorso.
«Tutto ok?»
Se ne sta seduto schiena al muro, il Montatore, con la testa incassata nelle spalle e gli occhi fissi sullo schermo del cellulare, distratti dalla corsa del coniglio.
«Perché?»
«Così. Ne vuoi parlare?»
«Di cosa, del nulla?»
«Anche. Se ti va.»
Ti siedi accanto a lui, magari è la volta che riesci a trovare un modo di renderti utile.
«Se la cavano benissimo da soli. Sarei solo d’intralcio.»
Scarti il secondo pacchetto. È una fortuna che si possa fumare lì dentro. Fumare dà un’aria intelligente. Con l’indice sistemi gli occhiali. L’aria di uno che sa il fatto suo.
«Il tuo lavoro inizia dopo.»
«Chiamalo lavoro…»
Quei giochini per cellulare sono un po’ tutti uguali: hanno sempre un titolo con dentro la parola “Rush” o qualcosa di equivalente, il personaggio continua a correre nonostante tutto, ci sono dei contatori in alto che crescono progressivamente e non puoi mai perdere davvero. Certo, puoi mandare una corsa a vuoto e, male che vada, non superi il tuo record, però non c’è nessuno a correre contro di te. È rassicurante sentirsi in pieno controllo della situazione.
«Hanno fatto proprio il botto questi conigli.»
Non suonava così stupida quando l’hai pensata, questa frase.
«Ci fanno i giochini idioti. La gente è idiota, che ci vuoi fare.»
Aspiri una boccata, ti raschia la gola: è amara come piace a te.
«Me la fai fare poi una corsa… dopo, quando vai dentro.»
Sorride. Di malavoglia, ma sorride.
«Facciamo che apprezzo il tentativo.»
La seconda boccata è sempre la peggiore. La realtà è che vorresti già buttare la sigaretta per accendertene un’altra.
«Belli eh, i disegni.»
È la prima volta che stacca gli occhi dallo schermo. Ti lancia un’occhiata piuttosto imbarazzante.
«Quali disegni?»
Ha capito benissimo.
«Quelli attaccati al muro di là. Della scenografia… Sono suoi. Ha proprio una bella mano, sono…»
«Stai diventando preoccupante, te lo dico…» Scrolla la testa.
Smanacci, un po’ di cenere gli finisce sui jeans.
«Cosa ho detto, adesso? Ho detto solo che…»
«Cosa ti pare ma stai diventando preoccupante.»
La porta del Set si apre, ne esce fuori la Ciacchista che se la richiude alle spalle prima di appuntarsi qualcosa su un foglio, dietro al ciak, poco convinta.
«Comunque gli uomini sono complicati forte.»
Alzate la testa insieme, tu e il Montatore.
«Vogliamo veramente iniziare questo discorso? Perché ci sarebbe molto da dire anche sulla vostra categoria.»
«Non intendevo voi maschi. Dicevo proprio le persone…»
Sbuffa. Si lascia cadere a terra accanto a te. Ruba una sigaretta dal pacchetto, dopo ruba anche l’accendino e inizia a fumare.
«Lasciamo stare…»
«Tutti criptici oggi.»
«Veramente io mi stavo facendo i fatti miei con il mio giochino, senza rompere a nessuno.»
«…È che entrare nella testa delle persone è un casino. Non so come altro dirlo. Magari state guardando la stessa cosa, o almeno così ti sembra, eppure ognuno la vede in maniera diversa e per riuscire a capire cosa sta vedendo l’altro ce ne vuole… ma ce ne vuole parecchio.»
La testa ti suggerisce subito almeno quattro o cinque possibili risposte, passando da asserzioni comprensive a massime alla Osho del sabato sera, più qualche citazione memorizzata da Wikiquote. Sei conscio di essere lontano anni luce dall’avere compreso il punto o anche solo dal capire a cosa si stia riferendo, ma rimanere senza parole ti terrorizza. Hai come l’impressione che tutte quelle nozioni che butti giù come fossero una medicina amara non siano che un palliativo a una permanente sensazione di inconsistenza. “Sei tutto chiacchiere e distintivo.” Quanto ti piace quel film. L’avrai visto cento volte.“Sei tutto chiacchiere e distintivo.”
Per una volta, resti in silenzio. Sul momento ti sembra l’unico modo di portare rispetto a una persona che se lo merita.
«STOP! Buona! Dieci minuti di pausa.»
La porta del set si apre di nuovo. Ti alzi in piedi. Esce il Regista che senza pensarci troppo ti abbraccia.
«Wow… Qualche problema?»
«No, tutto alla grande. Mi stimi, vero? Pensi che sia bravo?»
«Sei il migliore, ma perché me lo chiedi?»
«Mi piace sentirmelo dire.»
La Ciacchista gli allunga il pacchetto di sigarette, lui se ne accende una e si mette nella camera accanto a fumare. Il Montatore sghignazza.
«Dio li fa e poi li accoppia.»
«Guarda un po’ se quel ciottolo non finisce nel campo qui vicino, prima della fine delle riprese.»
«Non ci provare, che sto per fare il record.»
Ne approfitti per varcare la soglia e avventurarti nel set. Per “pausa” si intende un qualcosa di simile al riprendere ossigeno, tra una bracciata e l’altra, durante una gara di nuoto. Non si esce davvero dal set, la scena continua a esistere, nonostante tutto; si riflette sulla pelle di chi la anima, per l’intera durata delle riprese. Vai dall’Attrice che se ne sta raccolta, sul ciglio del letto, con la testa poggiata sul ginocchio, nascosta dietro la selva di capelli biondi, le mani strette sulla caviglia, per non tremare, la pelle scossa da tensione superficiale. Sarebbe pronta a rievocare il suo personaggio, le basterebbe solo un cenno, ma lavorare con un pulsante On/Off sulla schiena prosciuga, allora si è messa in stand-by.
«Caffè?»
«A posto così, grazie. Ci sono.»
«Sei stata molto brava, davvero.»
Nel pronunciarle, sembra che l’Assistente alla regia le stia ripetendo a se stessa, quelle parole. È seduta per terra, schiena dritta, alla sua prima volta sul Set: passa in rassegna la camera, l’analizza annuendo con la testa in maniera quasi impercettibile, mentre tamburella la penna sulle labbra. Tutto è al suo posto, è come se si dicesse, tutto sta andando bene. Si sistema una ciocca nera di capelli dietro l’orecchio, rivelando una piccola goccia di sudore sulla guancia. La guardi e pensi a quanto sia paradossale che, alle volte, il dubbio ci renda così buffi a occhi esterni. Eppure quella gocciolina vergognosa ti ispira fiducia: può scendere solo sulla pelle di chi ci tiene davvero.
«Tu un caffè lo prendi?»
«Oh, scusa. No, grazie. Ho un po’ lo stomaco sottosopra.»
«Se me lo porti su, io invece lo prenderei volentieri.»
Il Direttore della fotografia sta avendo uno scambio di vedute piuttosto combattuto con un faretto che di stare al suo posto proprio non ne vuole sapere. Quella mattina era stato il primo ad arrivare per montare le luci e da quel momento nessuno era ancora riuscito a schiodarlo da lì. Lo vedi girare la testa verso l’angolo opposto della stanza, abbassarla, guardare giù, alzarla di nuovo, soffiare fuori l’aria dal naso come farebbe un gatto seccato con i baffi al posto delle vibrisse, poi, finalmente, individuare un qualcosa, a te invisibile, di soddisfacente.
«Coso… Regista, facciamo anche quindici minuti di pausa. Devo sistemare una cosa.»
«Mi fido o mi tocca alzarmi?»
Dall’altra stanza arriva la voce di un Regista che spera tanto gli venga confermata la prima opzione.
«Fidati.»
Il faretto sparisce con un rapido gioco di prestigio e il Direttore ti compare alle spalle intento a praticare il suo Voodoo professionale con una gelatina fotografica magenta tra le mani.
«Te lo faccio doppio il caffè, sarà meglio?»
«Bravo…»
Troppa foga, per quello che puoi capirne, comunque la gelatina si strappa e il gatto baffuto soffia di nuovo.
«…che la serata sarà lunga.»

Poche cose ti mettono allegria come il rumore della macchina del caffè.
Un lavoretto facile, facile: controlli l’acqua, la cialda scivola dentro, premi un pulsante e, dopo un placido stridore meccanico, l’oro nero cola lento nella tazzina. A dividerti dal Set ci sta una rampa di scale, la cucina si trova al pianterreno, vicino al salotto dove la più piccola proprietaria della casa sta guardando la televisione insieme a dei suoi amici. Sistemi i caffè sul vassoio, fai per salire ma non riesci a trattenerti e sbirci: quattro adolescenti, incastrati alla meglio sul divano, con cartoni di pizza sparsi sul pavimento, che setacciano Netflix alla ricerca di qualcosa da vedere.
Un momento di normalità distillata a qualche scalino di distanza da un qualcosa per sua natura alieno alla normalità. È come risveglarsi. Fuori senti il rumore della pioggia scrosciare sul tetto. Piove, non te ne eri nemmeno accorto. È quindi questa la realtà?
Ripensi ai Nonluoghi, a quando li hai studiati all’università e a quanto ti fosse piaciuto farlo. Per farla breve, c’è questo antropologo francese che ha dedicato un bel po’ di libri a descrivere i luoghi di passaggio, vissuti solo per un periodo transitorio, come le stazioni o le metro o gli aeroporti. I Nonluoghi, appunto. Spazi creati in funzione di uno scopo specifico che si definiscono, acquistando o meno determinate sfumature, in base ai rapporti e ai legami che stringono le persone al loro interno. Dei nascondigli tessuti tra le pieghe della realtà o almeno avevi finito per romanzarteli in questo modo; ti eri anche riproposto di scriverci qualcosa sopra, a dire vero, ma come per tutto il resto la pigrizia ha preso il sopravvento. Non avevi mai pensato al Set in quel modo eppure, bevendo il sesto caffè di giornata, ti sembra che non esista un esempio migliore di Nonluogo al mondo.
Non era infatti proprio quella cosa lì, il Set? Un nascondiglio che permette alle persone di fuggire dal mondo per rifugiarsi in altri creati da loro. Una bolla nemmeno tanto più solida di quelle di sapone, dentro cui attori, registi, direttori della fotografia, operatori, scenografi, costumisti, ciacchisti e anche tu, che ancora sei lontano dal capirlo cosa sei, galleggiano alla stessa maniera. Non si può abitare un Set se non in uno stato di sospensione. Non scappi del tutto, la vita trova comunque un modo di infiltrarsi, di permearlo, nella forma di mezze parole, frasi lasciate a metà, pensieri che hanno significato solo per chi le pronuncia, magari qualche sguardo lanciato o negato; l’uomo sussiste, nonostante tutto, si fa frammento, lo puoi riconoscere quantomeno nei riflessi, quantomeno nelle ombre, ma la grande differenza è che, durante quell’interregno provvisorio, hai uno scopo. Si tratta di una dimensione rassicurante, pur nella sua precarietà. Vorresti non sciogliesse mai il suo abbraccio, anche se ti soverchia, anche se non lo comprendi appieno, perché ciò che ti attende quando fuoriesci dal Set tu non lo sai e non hai modo di saperlo.
I ragazzi hanno deciso, finalmente, Don Draper attacca un monologo nello schermo della tv: sarà una serata a base di Mad Men e pizza. Bella scelta. Script niente male quella serie.
Ritorni ai caffè, agguanti il vassoio e fai per andare su, stavolta per davvero, quando riconosci una Sony dimenticata dietro al barattolo dei biscotti. Ma guarda, pensi, è la camera personale del Regista. Quella che usa per le foto di backstage. Un bell’oggetto, niente di troppo impegnativo però il suo lavoro lo ha sempre svolto dignitosamente.
Te la rigiri un po’ tra le mani, la metti al collo e scoppi a ridere: hai cent’anni e non riesci ancora a fare un fuoco che sia uno, ma quanto sei duro?, te lo ripete ogni volta che provi a scattare una foto, hai cent’anni e non riesci ancora a fare un fuoco che sia uno, ma quanto sei duro?, te lo ripete ormai da anni e quando non lo fa quasi ci rimani male. Fuori la pioggia continua a battere. Gli adolescenti in salotto commentano la puntata sbocconcellando una quattro formaggi. Tu continui a ridere.
«Tutti sul Set! Fra due minuti si riprende!»
E proviamoci a fare un fuoco.
Corri su per le scale, le tazzine sul vassoio traballano ma resistono, vascelli coraggiosi nella tempesta.
«Senti ma sei andato a prenderlo direttamente in sede, alla Lavazza?»
Molli il caffè doppio al Direttore della fotografia che per poco non fa le fusa nel berlo.
«Dai, no! Poi lo finisco, lo sai.»
Metti un pacchetto di sigarette nuovo in tasca alla Ciacchista. Adesso sarai tu a rubarle a lei.
«Forza, dentro.»
«Ma tanto…»
«Ma tanto nulla. Il regista sono io e il regista ti ordina di entrare.»
Ti compiaci nel vedere il Montatore capitolare e prendere posizione dietro al Regista, dentro al Set.
Resta poco tempo. l’Attrice è in posizione, l’interruttore settato su On, l’Assistente anche, vicino alla macchina da presa: la gocciolina è andata, lei invece non molla.
Posi il vassoio sulla prima mensola che trovi, l’Edizione ti urla addosso qualcosa che fai finta di non capire, inforchi la macchina, guardi nell’obiettivo: e adesso su cosa lo fai il fuoco?
Inquadri prima l’Attrice, poi sterzi sul letto, cavolo che bei disegni, viri sull’Assistente, ci ripensi e allarghi sul Regista che abbraccia il Montatore, allarghi di più, sarebbe bello fare un campo totale, ma si può davvero fotografare un Nonluogo?
Clic!
Controlli. Niente da fare: tutta sfocata.
Chissà poi come si fa a metterla a fuoco, la vita.

– A illustrare il racconto, uno scatto dal set di un prossima produzione Sunrise Media House (sfocato ad hoc).

Iago Menichetti
Nato a Pisa in un’ordinaria giornata d’agosto dell’89.
Trascorro buona parte del mio tempo a rispondere alla domanda «Ma ti chiami davvero Iago»?
Ciò che ne rimane lo dedico a scrivere e fumare sigari toscani.
Comunque sì: mi chiamo davvero Iago.

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