Sunny

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Sunny
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988 parole; tempo di lettura stimato: 5 minuti

«Sai come siamo nati?
Si dice che una ninfa, respinta da Apollo, trascorresse tutto il tempo a osservare il carro del sole muoversi nel cielo, così, un giorno si ritrovò trasformata in un meraviglioso girasole.»

No.
È una storia triste. Non posso conquistarla con una storia triste.
Certo che è così bella irrigata dai raggi di luce. Guarda che ligule grandi, dal taglio sottile, delicato, sembrano pensate per essere trasportate dal vento. Poi il giallo: passerei la vita a perdermi in quel giallo assoluto. Tutte le altre, intorno, quasi sfioriscono vicino a lei. Ha uno stelo fine ma non troppo: si vede che non si sforza di stare tutta tesa per sembrare più affusolata. Non si mette in mostra. E non è nemmeno troppo alta. Non so cosa usino per annaffiarle, oggi; mi hanno parlato di esemplari alti anche quattro spanne. Sarei in imbarazzo: come ci parli con una così? «Ehi, insomma, che si dice laggiù? Belle le montagne in lontananza?» Mi sentirei sempre guardato dall’alto in basso, in soggezione, quantomeno. Certo, almeno, forse da così in alto riuscirebbe a notarmi.

Non sei simpatico, sai? Inutile che te la ridi là, tutto tronfio tra le nuvole. Non è divertente. Ho capito che sei il grande capo e che sei anche il più bello, ma che egocentrismo!
Come dici? Siamo i prediletti: il tuo personale oceano di specchi? Ma senti che Narciso.
Roba da pazzi, tutto il giorno girati a fissarti, senza nessuna vacanza o stacco o retribuzione.
Sì, hai ragione: sto esagerando. Però potevi almeno pensare a un qualche espediente per permetterci di girare la corolla, come gli altri tuoi sudditi… dai, quelli un po’ sfigati, con due gambi mobili, che ogni tanto passano ad accudirci. Loro riescono a voltarsi, l’ho visto fare.
In particolare, penso che uno di loro sia completamente andato per una sua simile. Non so, si impettisce tutto quando lei è girata mentre in sua presenza non fa altro che farneticare idiozie. Balbetta anche un po’, a dire il vero. Tenta di farla ridere in ogni modo e quando ci riesce lo fa anche lui, con un verso sgraziato, infine diventa tutto rosso come nemmeno per un’insolazione – a proposito, sei stato notevolmente sadico a farli allergici ai tuoi raggi, ma poi diventano di colori assurdi! Hai un senso dell’umorismo malvagio.
Lui ci prova ma non riesce a nascondere il suo imbarazzo: dopo qualche risata si ritrova con lo sguardo a terra. Fissarla negli occhi gli è impossibile: le parla guardando in alto o nel vuoto o fingendo di concentrarsi su uno di noi. Lo trovo buffo. Dire che è grande e grosso, sembrerebbe un suddito fatto e finito, insomma.
Ma chi prendo in giro: almeno lui ci parla con la sua lei. Io invece non riesco nemmeno a contemplarla per intero senza fare una fatica oscena! Certe volte desisto e mi accontento di osservarne profilo: c’è questa fogliolina, molto più piccola delle altre, alcuni credo la troverebbero brutta o poco armonica ma a me fa una tenerezza incredibile: sta lì, sul fondo, sostenuta da un picciolo così minuto che a stento se ne nota la presenza, e non si capisce come faccia a reggere alle sferzate del vento senza staccarsi e volare via. È una fogliolina caparbia. Magari rispecchia anche l’indole della padrona.
Non credo lo scoprirò mai.

Cosa succede?
Cosa è quest’ombra improvvisa che mi copre?
Il suddito innamorato? Cosa ci fa qui a quest’ora… ehi, no, fermo, che fai: è la mia terra quella! Smettila di scavare! Lascia stare le mie radici, ci tengo, ci sono cresciuto insieme.
Oddio… Mettimi giù! Aiuto! Dove mi porti? Aiuto! Tu, là sopra, digli di smetterla immediatamente: fatti sentire per una volta. Dio come è alto da quassù, ma come fai a vivere così in alto a me gira già tutto.
Oddio, dove mi sta portando? Che ne sarà di me?
Mi sento andare via… certo che almeno una volta… almeno una volta avrei proprio voluto dirle quanto è bella. Mi sa che è troppo tardi, sta diventando… vedo tutto bu… i… o.

Buio!
Luce! Sì, tanta luce.
Vivo! Sono vivo.
Vediamo un po’ se c’è tutto: radici, ci sono; fusto, anche; foglie, presenti; corolla, ci siamo.
Ok, sembrerebbe non mancare nulla. C’è pure ancora il grande capo in cielo. Tu e io ora facciamo i conti: altro che i tuoi prediletti, ma ti sembra il modo questo! Strappato via dal mio bel posticino, senza nessun preavviso, e portato… portato… giusto, dove sono?
Un giardino. Piantato in un vaso in un giardino e non sono nemmeno da solo, oltre a me ne ha rapiti un bel po’, l’infame. Eccolo lì che ciarla beato con… aspetta, ma è lei! È “la suddita” di cui è cotto perso! Ma guarda questo: ci ha regalati!
Ora che ci faccio caso, c’è pure un bel fiocco sul vaso. Vaso scelto bene, però, devo ammetterlo: bello grande, capiente, bel taglio, rifinito. Non male, non male.
Che roba. Cosa non si fa per amore.
Adesso, arrivare ai sequestri, tutto sommato, mi sembra un po’ eccessivo, però da un certo punto di vista lo capisco.

Ah, ti metti pure a rischiararli mentre si danno la mano, ma lo fai proprio apposta?
Che vita ingrata, dire che… allora la smettiamo di spingere, per favore? Di sole qui ce n’è abbastanza per tutti. Che maleducazione!
Ma ancora? Continui?
Ma lo vuoi tutto per te? Ma poi dove vuoi andare con quella fogliolina striminzita, che ti… Ah.
Sei… tu.
Cioè, scusa, io… ma avvicinati pure! Hai ragione, da qui arrivano proprio meglio i raggi: diretti, chiari, tutti… i raggi, insomma. Cioè quelli del sole, fanno bene, anche per la fogliolina che… mi piace, eh! Cioè in realtà praticamente l’adoro. Ne vado matto! No, non in quel senso… nel senso brutto, intendo, non sono uno di quei tipi perversi, un feticista delle foglioline o roba simile. Io… io volevo solo dire che… cioè, sì, insomma…
Sei bellissima.

– A illustrare il racconto, Sunflower di Jacqueline Schreiber

Iago Menichetti
Nato a Pisa in un’ordinaria giornata d’agosto dell’89.
Trascorro buona parte del mio tempo a rispondere alla domanda «Ma ti chiami davvero Iago»?
Ciò che ne rimane lo dedico a scrivere e fumare sigari toscani.
Comunque sì: mi chiamo davvero Iago.

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