T come Tonfo

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Noir, Piatti Unici, Surreale
T come Tonfo
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2.161 parole; tempo di lettura stimato: 10 minuti circa
A illustrare il racconto, un’opera di Giulia Spinelli

Ci sono i vapori di sodio dei lampioni che ti accendono parte del viso e il vialone sul lungo fiume che brulica di automobili. Hai fretta, procedi a zigzag strombazzando, acceleri e inchiodi, sorpassi i macinini a sinistra, scansi le biciclette sulla destra.
Il cellulare ha appena smesso di squillare. Chiamata senza risposta. La quarta. Il nome di tua moglie ha brillato ancora una volta sul display nero.
Dovevi passare a prenderla e accompagnarla dai suoi. C’è stato un problema, suo padre si è sentito poco bene, niente di grave, ogni tanto gli vengono questi mancamenti che poi si risolvono in un niente di che, suggestione, pressione bassa; ha fatto anche le analisi, tante analisi, tutto nella norma; avete cominciato a sospettare che si tratti del suo modo per reclamare attenzioni; vi tocca andare anche se è tutto sotto controllo, c’è il medico, ma lei vuole passarci comunque, che lei è senza auto, tagliando dal meccanico, mi ha chiesto il piacere di accompagnarla. Le hai detto ok, nessun problema. Sei uscito dall’ufficio, un’oretta fa almeno, il tempo di mandare una mail con richiesta di permesso famiglia, nessun problema.
Ti starà aspettando in strada, sotto al palazzo. È qui vicino, dietro l’angolo, un minuto e sei da lei.
Prima però metti la freccia e accosti in uno spiazzo chiuso, privo di illuminazione pubblica. Una volta, negli anni novanta, quando andavano di moda le spade, i tossici venivano a bucarsi in questo cantuccio. Parcheggi con il muso verso la strada, quanto più lontano dal flusso delle auto, dai loro fari e dai loro scarichi. Lasci il motore acceso. Scendi e vai dietro. Ti guardi attorno, nessun occhio indiscreto. Apri il bagagliaio.
La prostituta ti fissa spaventata, nel bagliore fioco della luce di cortesia. Il mascara le si è sciolto insieme alle lacrime, colando fino alle guance, e il naso le gocciola. Vorrebbe parlare, comunicare qualcosa, ma il nastro adesivo glielo impedisce. La corda le lega stretta i polsi dietro la schiena e le caviglie, serrando pure le calze a rete strappate. Incaprettata. Non riesce a muoversi, ma non dovrebbe essere troppo scomoda, sulla coperta di pile, quella che utilizzate per i pic-nic, tu e tua moglie.
Le dici di stare tranquilla, che non le fai niente, che fate un giro e poi la liberi. Giusto il tempo di accompagnare tua moglie dai genitori, ma questo non glielo dici, mica sei fesso. Però le intimi di non fare rumore. Ti fai promettere con gli occhi che non farà rumore, che non proverà ad attirare l’attenzione o a fuggire, altrimenti dovrai prendere dei provvedimenti e non saranno provvedimenti piacevoli.
Annuisce muta e lamentosa mentre chiudi il bagagliaio.
Monti di nuovo in auto e sgommi in direzione di casa tua. Nessun problema.
Scorgi tua moglie ad aspettarti sul marciapiede davanti al portone. Dall’espressione pare furibonda. Sale al volo e inizia a insultarti.
Ti urla di dirle quale cazzo di fine hai fatto, dove cazzo sei stato tutto quel tempo visto che sei uscito prima dall’ufficio. Sbraita e sputacchia schizzi di saliva. Inventi di essere rimasto imbottigliato nel traffico, che non t’aspettavi che quella fosse l’ora di punta, e poi avevi fatto solo dieci minuti, un quarto d’ora di ritardo; menti, cerchi di tranquillizzarla, è buio ma sono solo le cinque e mezza, maledetta ora solare, ripeti che qualche minuto di ritardo non è la fine del mondo, e poi i suoi genitori non scappano mica, suo padre avrà avuto il solito malore, che ormai lo conoscete bene, l’unico che può aiutarlo è il medico ed è lì con lui e ha già mandato un messaggio rassicurante.
Lei si chiude nel solito finto broncio, lo replica tutte le volte che litigate, mentre sussurra a denti stretti che lei, per te, viene sempre per ultima, prima c’è tutto il resto, prima c’è il lavoro, prima c’è la palestra tre volte a settimana, prima ci sono gli amici martedì e giovedì sera.
Le rispondi con tutta la dolcezza di cui disponi che non è così, è solo un periodo stressante e pieno di cose da fare, e non ti sembra che questo piccolo ritardo sia così grave. E poi è tutto sotto controllo, ora andrete lì e il medico vi confermerà che non è nulla, un falso allarme, come le altre volte.
Restate in silenzio qualche secondo, mentre imbocchi la strada dopo aver messo la freccia. Lasci parlare il motore e il traffico.
Poi le mormori una domanda, se è preoccupata per suo padre.
Lei resta zitta, fa spallucce, sussurra uno svenevole Un po’ che le fischia tra le labbra, mentre stringe a sé la borsetta sulle cosce. Non ha messo la cintura e il cicalino inizia a rompere le scatole.
Le ripeti di stare tranquilla, che non c’è nessun problema, che andrà tutto bene.
Lei non ribatte e si allaccia la cintura.
Al semaforo la coda di macchine è consistente, rallenti, il piede ti sfugge e la frenata ti viene brusca, un’inchiodata e da dietro arrivano una strombazzata e un tonfo; da una macchina la strombazzata, dal portabagagli il tonfo. Sordo.
Mandi affanculo l’automobilista che ti tallona con veemenza, anche esagerata, ma tua moglie chiede comunque cos’è stato, lei che normalmente non si accorge di nulla quand’è in macchina.
Le rispondi che odi chi suona il clacson per un nonnulla, ma lei mica è stupida, ti chiede del tonfo, che lei intendeva il tonfo, che lei chiama botta.
Cos’è stata quella botta?
Cerchi di concentrarti sulla risposta e di non balbettare. Le dici che probabilmente è la damigiana vuota che rotola, quella da dieci litri di vino, quella che devi restituire a tuo fratello.
Lei pare ragionarci su un attimo, giusto un attimo, ma si convince, è plausibile, è da te, è proprio da te dimenticarti qualcosa nel portabagagli per settimane, così le passa la curiosità per la botta e torna al broncio taciturno che aveva fino a qualche istante prima.
Ti complimenti con te stesso per il pericolo scampato, per come hai gestito la cosa, per la risposta pronta, ti daresti delle pacche sulla spalla se potessi, ora devi solo riuscire a percorrere quel paio di chilometri fino a casa dei tuoi suoceri. Non è molto, cinque minuti scarsi, sei quasi arrivato, nessun problema.
Imbocchi la sopraelevata, ti immetti nel flusso canalizzato, guidi con prudenza, scendi in direzione dello stadio e in quel momento ti si para davanti, a metà del rettilineo, la paletta rossa della stradale e i gesti eloquenti dell’agente sul ciglio della strada che indicano a te, proprio a te, di accostare, di parcheggiare dietro la volante con i lampeggianti accesi, anche se l’Alfa è ferma, motore spento, in una piazzola, per il posto di blocco.
Senti il sangue che travasa dalla testa allo stomaco, percepisci le parti più remote del tuo corpo ghiacciare all’istante. Ingoi il boccone di saliva più grosso che ti sia mai capitato di dover mandare giù, mentre tua moglie sbotta blaterando che è sfortunata, che ci mancava anche questa, che quella sera non era destino riuscire ad arrivare dai suoi, da suo padre.
Accosti mentre abbassi il finestrino. L’agente si avvicina, infila la paletta nello stivale e ti chiede la patente, dopo aver salutato con educazione.
Accendi la luce nell’abitacolo e inizi a cercare il portafogli nel taschino interno della giacca, lo trovi, estrai la patente e la porgi al poliziotto.
La mano ti trema un po’, ma pensi che lui non se ne accorga.
Tua moglie ti chiede se deve prendere il libretto dal portadocumenti che si trova nel cassettino del cruscotto, insieme a quelli dell’assicurazione, mentre segui con la punta dell’occhio, dallo specchietto retrovisore, il poliziotto che invece di controllare la tua patente osserva la fiancata dell’auto; poi si sposta sul retro, verso il bagagliaio, scruta qualche particolare all’altezza dei segnalatori di direzione e chiama il collega che era rimasto sulla volante.
Tua moglie ti ripete la domanda sul libretto e tu le accenni un No distratto, e continui a seguire i movimenti dei poliziotti che adesso sembrano attratti da qualcosa.
Tunf.
Un tonfo dal bagagliaio, un altro tonfo, questo è leggero, lo senti tu, lo sentono i poliziotti, li vedi nello specchietto mentre scattano indietro, mano sulle fondine, guardandosi spaesati e terrorizzati.
Tua moglie sbuffa che non arriverete mai, ti chiede se secondo te dovrebbe fare uno squillo ai suoi per avvertirli del ritardo, se secondo te ci metterete ancora molto.
A quel punto glielo dici, mentre i poliziotti ti intimano di aprire il bagagliaio, mentre i poliziotti ti RIPETONO di aprire il bagagliaio, glielo dici che sei stato con una prostituta, che quel pomeriggio sei uscito dall’ufficio per passarla a prendere, perché lei ti aveva chiamato per il malore del padre, e tu sei uscito, non c’era traffico, eri in perfetto orario, ma poi hai adocchiato quella prostituta bellissima sul ciglio della strada, sola soletta, che ti ha fatto un bel sorriso e tu non hai resistito, ti sei lasciato sedurre, hai deciso così, all’improvviso, e hai accostato.
Glielo dici mentre i poliziotti ti INTIMANO a voce alta di aprire e tu esegui i loro ordini, sollevi la levetta e fai scattare l’apertura del vano bagagli dall’abitacolo, mentre distingui il bagagliaio scattare e aprirsi dal riflesso dello specchietto e i poliziotti avvicinarsi timorosi, glielo dici a tua moglie che poco prima, un’oretta prima, ti sei fatto fare un pompino da una prostituta, al volo, così, sul ciglio della strada.
Glielo confessi che hai ritardato per questo, mentre i poliziotti aprono il bagagliaio e si guardano l’un l’altro.
Glielo confessi con le lacrime agli occhi, che è la prima volta che lo fai, che non lo avevi mai fatto prima, che è stato un colpo di testa, che non sai neanche tu come ti è venuto in mente, forse perché non lo fate più e se provi ad avvicinarti lei ti respinge e ha sempre una scusa pronta o deve fare qualcos’altro; e poi che non lo farai mai più, e poi che è stato solo un pompino, non c’hai fatto nient’altro, non hai intenzione di farlo mai più, maipiù, maipiùmaipiù.
La implori di perdonarti, mentre lei ti guarda senza fiatare, senza respirare, senza vivere.
I poliziotti chiudono il bagagliaio, poi uno dei due, il primo, quello con la paletta infilata nello stivale, si avvicina al finestrino e ti restituisce la patente, ti comunica che è tutto in regola, che un lembo di coperta spuntava dal bagagliaio, ma che il vero problema è la damigiana vuota all’interno, che non avevi assicurato in alcun modo; avresti dovuto bloccarla o incastrarla altrimenti rischia di sballottolarsi nel bagagliaio, magari di rompersi per una frenata improvvisa, per una manovra brusca, creando problemi, questo; per il resto è tutto in regola, hanno verificato, lui e il suo collega, quello che è tornato a sedere nella volante.
Si scusa per il controllo, saluta con educazione e afferma che potete andare.
Tu lo ringrazi e gli rispondi che adesso andresti anche, ma non sai qual è la direzione giusta.
Il poliziotto ti guarda stranito, non capisce. Tu intanto azioni la freccia e ti immetti nel traffico.
Tua moglie non fiata. Guarda avanti in silenzio. Le dita strangolano la borsa con la tracolla.
Fate pochi metri, qualche centinaio, e ti sussurra qualcosa. Un refolo di voce. Non capisci. Le chiedi se può ripetere. Esplode. Ti urla di farla scendere. Si sgola. Due, tre, quattro volte. Vuole scendere.
Accosti appena puoi, in un piccolo slargo della strada; non fai in tempo a fermarti che lei ha già slacciato la cintura e aperto lo sportello. È fuori dall’auto. Le chiedi dove va, dove vuole andare. Ti risponde che non lo sa, ma sa una sola cosa con certezza: che non vuole più vederti, mai più, nella sua vita. Il tono è pacato ma lei trema, tira su col naso ma non le cola, le lacrime scendono sulle guance ma lei non piange.
Sbatte lo sportello e si incammina sul marciapiede. La guardi per un po’, da dietro, fino a che non scompare nel buio, oltre i coni dei lampioni e i fantasmi dei platani e gli angoli dei palazzi.
Prendi qualche respiro, poi smonti anche tu, vai dietro, apri il bagagliaio. La prostituta ti guarda, le sciogli le corde alle caviglie, poi quelle ai polsi; lei si strappa il nastro adesivo dalla bocca.
Le dici che adesso può andare, è libera. La aiuti a scendere dal bagagliaio, lei è intirizzita ma ce la fa, si guarda in giro, si tocca i polsi martoriati, le caviglie, si aggiusta la minigonna per quello che riesce a tirar giù.
Ma ti sorride e ti allunga una carezza dolcissima. Farfugli che non ce l’hai fatta a resistere, certe cose schiacciano, sono troppo ingombranti da portare. Ti restituisce un altro sorriso di comprensione e se ne va, scompare lungo il marciapiede, nella direzione opposta a quella di tua moglie, a mai più.
Ti appoggi all’auto, sfinito e sollevato. Non c’è nessun problema, ti ripeti.
Stringi gli occhi ma non sai scomparire.

Flavio Ignelzi
Nato a Benevento, vive a Caserta. Ha scritto di musica per Salad Days Magazine, sia su carta che sul web. È un amante della narrativa breve. Suoi racconti sono apparsi in Verde Rivista, Cadillac, L’Inquieto, CrapulaClub, Squadernauti, Lahar Magazine, Alieni Metropolitani e in piccole antologie di provincia. Ha curato le tre raccolte Oschi Loschi, selezioni di narrativa sannita contemporanea.

Un pensiero su “T come Tonfo

  1. Complimenti per il racconto…ottimo ritmo, si legge col fiato sospeso…Di rimorsi nel bagagliaio ce ne sono sempre tanti!

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