Titty Twister, #1

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Titty Twister, #1
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C’è un vecchio nel bar. Ogni volta che metto piede qui dentro lo vedo accasciato al bancone con lo sguardo perso nel boccale di birra. Ha l’aria d’essere un barbone, è trasandato, indossa una vecchia tutta ingiallita e un giubbotto di pelle dalle pieghe sbiadite. Puzza, avverto il suo fetore a due sgabelli di distanza, e adesso mi sta guardando.
«Hai mai visto dal Tramonto all’Alba ragazzo? Credi siano tutte stronzate quelle nel film? Il Titty Twister è esistito eccome ed è finita in un bagno di sangue. Lo so perché c’ero.»
«Cosa?!»
«Il film con Tarantino che lecca i piedi a quella gran fica di Salma Hayek. Ora ti racconto com’è andata.»
Butta giù tutta la birra in un sorso.
«Era il ‘76, avevo vent’anni e andava tutto alla grande. Essere giovani è fantastico, ma esserlo stato in quel periodo è un’altra cosa. Solo chi lo ha vissuto può capire di cosa parlo. Tutti gli altri stanno ancora poppando latte liofilizzato. A quei tempi la musica spaccava, la droga ti esplodeva il cervello e il sesso era libero. Era come negl’anni sessanta ma senza quei cazzo di Hippy. La musica si riscopriva elettronica, sperimentale, vennero fuori le droghe sintetiche, era uno sballo scientifico, capisci?! La marijuana era passata di moda grazie a Dio. A me ha sempre fatto dormire, non capivo che razza di divertimento ci fosse. La coca invece, quella sì che dava la carica, te la sparavi e andavi avanti senza dormire per giorni, sempre a cazzo duro. Ancora non era scoppiata la fobia dell’aids, quella merda venne dopo. Negli anni settanta trovavi da scopare passeggiando al parco o in spiaggia. Trovavi da scopare ovunque ma ne trovavi di più ai concerti e siccome a me piaceva la fica, misi su una band, gli Shock Jacket. Facevamo schifo ma non interessava a nessuno. Gli Stati Uniti pullulavano di locali e c’era sempre qualcuno in cerca di musicisti. A noi bastava qualche birra in cambio. Suonavo psicadelia, seguivo la moda. A quei tempi seguirla era gagliardo, oggi invece se non vai contro corrente sei uno stronzo. L’ultima grande moda è lo snobbismo. Le nuove generazioni pensano solo a essere speciali più degli altri. È una guerra triste, ascolta me. Non vorrei mai rinascere oggi… Dov’ero rimasto?
Insomma, gli Shock Jacket. Il nostro cantante era fissato con Jim Morrison, hai presente? Il Re Lucertola. Lo emulava, si vestiva come lui. Per un po’ andò in giro con i capelli lunghi e le camicie aperte. Era un coglione egocentrico ma sapeva stare sul palco. Eric si chiamava. Non abbiamo mai capito se gli mancasse qualche rotella sul serio o se fingesse ma ai concerti dava spettacolo, faceva il matto. Si spogliava, lanciava oggetti, si dimenava come un pazzo. È capitato di doverlo portare a casa di peso e non per colpa dell’alcool ma perché rischiava la polmonite. A ubriacarci invece ci pensavamo James e io, il bassista. Le migliori sbornie della mia vita. Era un ragazzetto di Detroit, un tranquillone. Capelli lunghi, camicie di flanella e tutto il resto. Lo conobbi ad un festival. Fu con lui che tirai su la band, eravamo molto legati. Le canzoni le scrivevamo noi, linee vocali comprese. Eric era solo lo showman, l’animale da palcoscenico. Il batterista invece cambiava di continuo. Se c’è una razza bastarda al mondo t’assicuro che è quella dei batteristi. Non ne ho mai conosciuto uno che non avesse il cervello folgorato. Devono essere tutte quelle vibrazioni a dargli alla testa. Quando successe del Titty Twister ci tiravamo dietro Kevin, un surfista della Florida. Con le bacchette non era affatto male, anzi era il migliore. Gli dicevi cosa fare e lui partiva come un treno. Il problema era l’LSD. Credo ci fosse rimasto perché non parlava molto e le poche volte che ci provava non concludeva mai una frase.
Come ho già detto, facevamo schifo. Portammo avanti la band per qualche anno. Alla fine rimediavamo fica e alcol gratis e tanto bastava. Poi James decise di mettere la testa a posto e andarsene a studiare legge. Costruirsi un futuro era un proposito lecito a quell’età, quindi nessuno ebbe da obbiettare, però significava chiudere definitivamente con la band. Decidemmo di fare un piccolo tour per concludere degnamente il capitolo Shock Jacket. A ripensarci mi viene da ridere. Non so se fu una chiusura degna ma sicuramente fu memorabile. Cristo se lo fu. Non so come ho fatto ad uscirne vivo. Fu l’ultimo concerto in tutti i sensi.
Con James restammo incollati al telefono per settimane a cercare date. Non ci conosceva un cazzo di nessuno ma come ho già detto l’America pullulava di locali e ai gestori bastava avere qualcuno sul palco. Alla fine riuscimmo a inanellare una dozzina di concerti in un tragitto verso sud. L’ultima tappa era il Titty Twister. Non era in Messico ma ad Austin, in Texas. Puoi controllare se non ci credi. Lo trovammo su una rivista musicale, nella pagina degli annunci. Non offrivano molto a parte il rimborso spese ma noi non pretendevamo di più. Fu James a telefonare quindi non so i particolari. Ci disse che era un locale di spogliarelliste, una di quelle bettole texane in cui facevano tappa motociclisti e bifolchi. Ci piaceva l’idea di suonare ubriachi in mezzo alle puttane. Fantasticammo parecchio sull’esito della serata ed Eric contava di terminare il concerto in una gran festa orgiastica. Fissammo tutte le date nel mese di Maggio e buttammo tutti i soldi nei preparativi. Nessuno di noi aveva un mezzo, quindi cercammo di noleggiare un furgone all’autorimessa in città ma il prezzo era un furto. Alla fine mi accordai col vicino di casa. Aveva un camper che usava d’estate, mentre il resto dell’anno lo lasciava arrugginire nel vialetto. Glielo strappai per una cinquantina di dollari. Non era nulla d’eccezionale ma si rivelò meglio di qualsiasi furgone. Era un gran bel pezzo di camper. Sai, di quelli tecnologici, con bagno chimico, letti ribaltabili e tavoli a scomparsa. Aveva un colore crema un po’ finocchio ma non c’importava. Avere un mezzo su cui poter dormire sul serio era fantastico. Insomma, Maggio arrivò, ci caricammo d’alcool e partimmo in una mattinata gelida.»
Il vecchio fa una pausa. Fissa il vuoto e si rigira il boccale tra le mani. Spalanca gli occhi come se i ricordi si facessero più vividi.
«Venne con noi anche Rosie. Sai, di quello che è successo agli altri non posso incolpare nessuno, chi cazzo se lo poteva aspettare? Ma lei… A volte penso che sia stata colpa mia. Insistette per venire in tour. Me la scopavo da un paio di settimane, non era una cosa seria. Non mi piaceva nemmeno, aveva un caratteraccio, era una stronza lunatica. Si vestiva da maschio, aveva un taglio di capelli da lesbica e il viso spigoloso. Però scopava da Dio. Credo fosse ninfomane, giuro, era assatanata, mi cavalcava per ore. Alla fine venne con noi. Gli altri erano felici di avere una donna in camper e di dividere le spese. Ricordo che Eric ci provò di continuo, nei modi più ridicoli, finché non si prese uno schiaffo. Rosie riusciva a farsi rispettare e contrariamente a quanto credessi, non fece la puttana con nessuno.
A parte me intendo.
Non ho più incontrato una che scopasse così. Sesso violento, graffi sulla schiena, morsi sul collo e il cazzo che ti frizzava. Ti è mai capitato? Credevo di piacerle sul serio, le tenevo testa. La scopavo fino a farmi male. Una volta la scopai così forte che mi si ruppe il cazzo. Non sto scherzando, cominciai a sanguinare. Fu a metà tour, disintegrati dall’alcol, nel retro del camper. Gli altri ci sentivano urlare da fuori e si facevano delle gran risate. Mi lacerai il frenulo, non è più tornato a posto, ma sai cosa? Ne è valsa la pena. Alla fine mi affezionai. Sotto la scorza da ragazzaccia era una donna come tutte le altre. Dopo il sesso si apriva, mi parlava di lei. C’era intimità nelle nostre chiacchierate.»
Il vecchio si copre gli occhi con la mano e rimane in silenzio per un po’.
«Tutto ok?»
Scrolla le spalle.
«Ho la bocca secca, me la offri una birra?»
Ho il dubbio che tutta la storia sia una frottola per bere gratis ma ormai voglio sapere come va a finire. Ordino una rossa per il vecchio, lui si bagna le labbra e subito riprende a raccontare.
«Sei mai stato ad Austin? Gran bel posto di merda. La parte occidentale è costruita su una collina rocciosa. Nei periodi di pioggia il terreno non assorbe acqua e la città diventa una fogna. Una latrina del cazzo. Il Titty Twister in passato doveva essere un magazzino o qualcosa del genere. Era un grande capannone di legno marcio. Le assi del pavimento erano dilatate dall’umidità, inarcate e traballanti. Sulle pareti c’erano macchie di muffa e grosse crepe. C’era qualche infiltrazione e ricordo che i bagni erano allagati. Era nella zona industriale, lo ricordo bene. Vicino c’era una discarica di copertoni d’auto in fiamme. La colonna di fumo nero che s’innalzava da là, ritornava giù in una densa pioggia grigia. L’odore era tremendo. L’intero spiazzo davanti al locale era una soffice coperta di cenere. Non faceva certo una bella impressione.
Quel posto era l’inferno e al Titty c’era il diavolo in persona.
Regina. Fu lei ad accoglierci. Arrivammo nel pomeriggio, era l’ultima tappa del tour e la stanchezza cominciava a farsi sentire. Kevin non si faceva una doccia da due settimane e puzzava come una bestia. Non che gli altri fossero messi meglio ma almeno potevi stargli accanto senza avere la nausea. La strumentazione era mezza andata. Pedaliere rotte, piatti incrinati, corde strappate. Persino il camper era danneggiato, su ogni lato c’erano grosse macchie di fango, un finestrino era sfondato e uno specchietto era venuto via nel tentativo di parcheggiare a Nashville. Me la sarei vista brutta al ritorno col mio vicino di casa ma quello fu l’ultimo dei problemi.
Il locale era malandato e fatiscente ma del resto era uno strip club, nessuno si aspettava Las Vegas. Era un grosso stanzone dai soffitti alti. In fondo c’era il palco, da un lato il bancone e tavoli tutt’attorno. Regina ci accolse e ci aiutò a scaricare la strumentazione. Sembrava che mandasse avanti la baracca da sola. Ci raccontò un sacco di stronzate su come fosse fuggita dal Messico e avesse tirato su il Titty Twister togliendo le puttane dalla strada. A sentirla parlare sembrava una cazzo di benefattrice. Non ho mai capito cosa facessero realmente in quel posto ma di certo non era un semplice strip club e Regina non era una barista del cazzo. Era una donna piazzata, una messicana con le palle. Aveva il fisico di una che tira di boxe nei pesi massimi. I clienti le portavano un rispetto esagerato, sembravano quasi intimoriti. Le spogliarelliste invece erano delle battone sifilitiche con le tette sgonfie e la faccia consumata dalle droghe. Sembravano tutto fuorché riabilitate.
Era chiaro che qualcosa non quadrasse in quel posto ma sai com’è… Dai camerini al palco, dietro le quinte, c’era un continuo via vai di fica seminuda. Le spogliarelliste giravano a tette all’aria, ammiccando e sculettando. Noi poveri stronzi avevamo occhi solo per loro. Dio quanto siamo stati idioti. Kevin, quel cerebroleso, fu l’unico a metterci in guardia. Chi l’avrebbe mai detto?! Eravamo già un po’ ubriachi e lui arrivò, poco prima del concerto, balbettando qualcosa. Ci disse di aver visto Regina trascinare un grosso sacco sporco di sangue. Tutti ovviamente lo derisero, Eric per primo. James gli urlò di finirla con LSD e ci facemmo una gran risata. Kevin insistette un bel po’, sembrava scosso, non la finiva più di parlare. Era comico nel cercare di spiegarsi. Nessuno lo prese sul serio, neanche per un secondo. Poco dopo salimmo sul palco e non ci pensammo più. Attaccammo con la solita scaletta. Kevin era rigido sulle bacchette, cercammo di stargli dietro ma facemmo parecchie cazzate. L’impianto era una merda e nessuno si accorse di nulla. Il Titty Twister era ormai pieno di clienti, la maggior parte camionisti. Le puttane giravano tra i tavoli facendosi palpeggiare per qualche dollaro. Ai più generosi improvvisavano uno strip sul tavolo. Cristo, ricordo tutto come fosse ieri. Eravamo a metà di Punk wears jacket quando successe. Tutto andò in malora.»
Il vecchio sospira e comincia a gesticolare. Mi mostra il palmo della mano.
«Cinque uomini armati piombarono nel locale. Sembravano motociclisti, non saprei dirlo. Avevano giubbotti di pelle, barbe lunghe e grosse pistole. Erano lì per Regina ma lei si era volatilizzata. Cominciarono ad urlare a squarciagola che avrebbero fatto un massacro se non fosse saltata fuori. Tutta la sala sussultò, ci fu un boato di stupore, qualche urlo, poi il silenzio. Qualcuno si buttò a terra, altri sotto i tavoli. Noi sul palco eravamo pietrificati dal terrore. Cercai Rosie. Era a un tavolo sulla destra. I nostri sguardi s’incrociarono. Aveva paura e io forse più di lei. Uno di quei bastardi sembrava essere il capo, aveva una grossa pistola a tamburo e l’agitava davanti le facce dei clienti e delle puttane, davanti la faccia di Rosie, chiedendo dove fosse Regina. In tutto questo mi accorsi che Kevin stava tremando, si cacava sotto. Era rimasto con le bacchette in mano, seduto alla sua batteria. James mi fissava sbigottito, con lo sguardo di uno che non crede ai propri occhi. Eric si era buttato a terra, mani sopra la testa ma era quello più esposto. Il microfono era proprio al centro del palco, in bella vista. Probabilmente fu l’unica volta che non gli piacque essere al centro dell’attenzione. Successe tutto velocemente, non abbi nemmeno il tempo di pensare, di rendermi conto di cosa stesse succedendo. Improvvisamente dalle nostre spalle spuntò Regina con un mitra in mano, un cazzo di M4, roba da Vietnam, circondata da altre puttane, tutte armate fino ai denti. A quel punto si creò uno stallo alla messicana, hai presente? Con tutti quegli stronzi che si puntavano le armi contro, urlandosi a vicenda di gettarle. Noi eravamo presi nel mezzo, nella merda fino al collo. Ci gettammo tutti a terra tranne Kevin. Lui rimase lì, alla sua batteria. Tremava come un budino, le gambe andavano per conto loro. I motociclisti ora puntavano le armi verso il palco, verso di noi. Qualche cliente ne approfittò per darsela a gambe. Cercai ancora Rosie con lo sguardo. Temevo il peggio e dentro di me pregavo che almeno lei si salvasse.
Poi Kevin fece la sua.»

– L’illustrazione del racconto è un’opera originale di Francesco Guarnaccia, che ringraziamo.

Francesco Casini
scrittore postmoderno, giornalista di guerra, opinionista antropologico, critico metacinematografico, gran maestro massone d’oriente, reverendissimo e osservantissimo federato aggiunto della Santa Croce e Opus Dei, fruttariano a targhe alterne, membro per corrispondenza del movimento rivoluzionario Tupac Amaru, tesserato part-time dell’American Israel Public Affairs Committee; infine uomo, concepito nei sogni, nato nell’anno domini millenovecentottantanove e cresciuto a Pisa.

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