Titty Twister, #2

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Titty Twister, #1
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«TUMP. Un colpo di grancassa. Partì inavvertitamente. Prima di capire cosa fosse tutti cominciarono a sparare. Kevin si alzò gridando e fu investito da una scarica di mitra che gli squarciò il petto. Cadde sopra la batteria in una fontana di sangue. A Eric fecero saltare la testa. La vidi spappolarsi in aria e schizzare pezzi di cervella ovunque. Una puttana vicino a me fu colpita alla gola. Crollò in un grido soffocato, prima sui ginocchi, poi su un fianco. La sua testa finì vicino alla mia e fui investito da un fiotto di sangue caldo. Tossii quella merda mentre cercavo di ripararmi. Credo di aver vomitato, non ne sono sicuro. La puttana a terra sembrava fissarmi. Soffocò guardandomi dritto negli occhi. Il suo collo continuò a pisciare sangue mentre la sparatoria proseguiva. Non è come film. Nella realtà le pallottole rimbalzano, si frantumano, esplodono in schegge letali. Fu una tempesta di merda. Alcuni cercarono di fuggire, ribaltando tavoli, inciampando, scontrandosi. Fu il panico. Quasi tutti quegli stronzi morirono sul colpo. Due motociclisti riuscirono a ripararsi dietro dei tavoli. Regina scaricò il fucile e poi sparì lasciando le sue puttane a morire. Quel cazzo di locale in legno ammuffito cominciò a sbrindellarsi come cartapesta. Fui investito da una pioggia di schegge di legno, schizzavano come cavallette. Vidi le puttane dietro di me cadere una dopo l’altra sotto i colpi dei motociclisti. Usavano un calibro molto grosso perché vidi braccia saltare in aria, teste esplodere, metri d’intestino spargersi sul pavimento. Ogni colpo apriva nella carne un buco grosso come una palla da baseball. Poi la sparatoria terminò. Solo allora mi accorsi che mi erano saltati i timpani. Credevo di essere diventato sordo. Mi rizzai in piedi e mi palpai ovunque. Non ci potevo credere, ero tutto intero. Di James e Rosie nessuna traccia. I due motociclisti sopravvissuti mi videro e mi urlano contro. Li sentivo lontani, ovattati. Mi fecero inginocchiare, mi chiesero dove fosse Regina puntandomi le pistole alla testa. Balbettai, non ragionavano più, ero sotto shock, completamente zuppo di sangue. Quegli stronzi mi scuotevano, mi premevano la canna bollente della loro pistola in fronte. Me la feci addosso senza nemmeno accorgermene, fu quello con la barba a farmelo notare. Questo finocchio si è pisciato sotto, disse, e mi spintonò a terra disgustato. Si guardarono attorno e notarono che una puttana agonizzante stava cercando di trascinarsi via. La sua gamba destra era perforata a metà coscia e il femore orrendamente fracassato spuntava come la zanna di un animale. Il più grosso dei due la bloccò calpestandola. Succhiacazzi, stronzi, succhiacazzi, fu tutto quello che riuscì a dire. Non male come ultime parole, eh? Lui le infilò la pistola giù per la gola chiedendole chi fosse adesso il succhiacazzi. Premeva quella pistola a soffocarla. Le afferrò i capelli e iniziò a mimare un pompino. Faceva su e giù con quel cannone mentre quella tossiva e si strozzava. Il motociclista con la barba vicino a me iniziò a ridere e quando l’altro si rese conto di aver suscitato ilarità, i due si fecero una gran risata all’unisono. Non so come ma iniziai a ridere anch’io. Era surreale. La puttana soffocava e piangeva. Le lacrime si portarono via il mascara, l’ombretto, il fondotinta e tutta la merda che aveva sul volto. Hai mai visto una persona soffocare? Gli occhi si gonfiano uscendo dalle orbite, rossi e iniettati di sangue. Il volto si fa scuro, le labbra diventano blu.»
«Gesù cristo.»
Il vecchio sente la mia imprecazione e annuisce con lo sguardo.
«Io ero lì a terra, inerme, ammutolito. Avevo visto troppa merda tutta assieme, era difficile da digerire. Quando i due smisero di divertirsi con la puttana, convennero che Regina doveva ancora trovarsi all’interno del Titty Twister. Quel posto aveva un’unica uscita ed era quella da dove erano entrati. Regina era sparita dalla parte opposta, dietro al palco, in un lungo corridoio che portava ai camerini delle spogliarelliste. M’intimarono d’alzarmi e di fare strada. Sembrava non gliene fregasse un cazzo dei loro compagni stesi, non li degnarono d’uno sguardo. Mi afferrarono e mi trascinarono verso il corridoio, a mo’ di scudo umano. Ero un’esca, qualcosa da frapporre tra loro e Regina. Si aspettavano che quella stronza fosse rintanata da qualche parte con il mitra spianato. E avevano ragione. Ci avvicinammo alla prima porta. Ero sicuro di andare incontro alla morte ma ero incapace di reagire. Nella mente avevo le immagini del massacro di poco prima. Quel colpo di grancassa che aveva dato il via alla sparatoria mi risuonava assordante nella testa. TUMP, le cervella volanti di Eric, TUMP, la cassa toracica esplosa di Kevin, TUMP, il cadavere della puttana sgozzata che mi fissava, TUMP, l’m4 di Regina che sputava fiamme, TUMP, gli occhi gonfi della puttana soffocata, TUMP, lo sguardo impaurito di Rosie. Avevo il cervello fottuto.
Arrivammo alla soglia. I due energumeni mi spinsero dentro con un calcio. Urtai la porta spalancandola e caddi a terra. Il camerino era vuoto. C’erano mezza dozzine di nicchie, separate da paraventi di compensato. C’era una tazza del cesso in un angolo e accanto un secchio pieno di assorbenti usati. Per terra mozziconi di sigarette, bottiglie vuote, vestiti stracciati. Era una stanza lercia e squallida ma avrei preferito rimanere lì per il resto della mia vita piuttosto che andare incontro a Regina. Mi risollevarono e procedemmo lungo il corridoio. I due bastardi avevano paura, sudavano, avanzano circospetti in un silenzio nervoso. Regina, quella montagna di muscoli, imbracciava un mitra che poco prima aveva steso tre dei loro assieme a una ventina di clienti. Camminavo reggendomi le braghe sporche d’urina, di sangue e birra. Ero ferito ma non riuscivo a capire dove. Avevo schegge di legno conficcare nei gomiti, nei ginocchi, nella schiena. Sembrava di essere punto da spilli a ogni movimento. La seconda porta era spalancata. Strisciai lungo la parete. Sentii dei rumori. Regina era lì. Mi voltai gesticolando ma i due stronzi mi gettarono dentro la stanza e aprirono il fuoco. Rimasi a terra coprendomi la testa finché non finirono di sparare. Cristo santo, non è lei, esordì quello con la barba. Sollevai la testa e vidi James trivellato dai colpi. Quegli stronzi gli avevano sparato senza nemmeno capire chi fosse. James era seduto contro la parete, floscio come una marionetta senza fili. Grandi macchie rosse si espansero lentamente sulla sua camicia. Feci per avvicinarmi ma i due mi trascinarono fuori e mi spinsero verso il fondo del corridoio. C’era un’ultima porta. Qualcosa si ruppe dentro di me. Dallo stato catatonico passai a quello isterico. Cominciai a piangere, a singhiozzare come un bambino. Andai dritto verso l’ultima stanza. Non me ne fregava più un cazzo. Spero mi faccia saltare la testa quella stronza, pensai. Aumentai il passo liberandomi della presa dei motociclisti. Arrivai alla porta e la spalancai. Chiusi gli occhi e rimasi lì, in attesa del mio destino. Ma non successe nulla. Spostati coglione, mi disse il tizio grosso. La stanza era un piccolo magazzino. C’erano file di scaffali pieni di barattoli e bottiglie d’alcool. Di Regina nessuna traccia. Mi accasciai a terra. In un modo o nell’altro sarebbe finita presto. Pensai a Rosie, al sesso con lei, agli ultimi momenti passati assieme. Credevo si fosse messa in salvo, fosse riuscita a fuggire nel caos. Pensai che fosse in gamba. Piansi ancora. Mi resi conto d’amarla. Forse era l’adrenalina, lo shock. Ma lo pensai sul serio. Basta, mi dissi. Ripresi controllo di me stesso, mi asciugai il viso e decisi di affrontare gli assassini di James. Mi rizzai in piedi, spalancai le braccia e urlai di farla finita. I due stronzi armati nemmeno mi guardavano. Avevano trovato una botola tra gli scaffali, nascosta nel pavimento da qualche asse di legno. Sembrava un condotto rudimentale, un buco scavato nella terra. C’era una scaletta di metallo che spariva nel buio. Scommetto le palle che non faceva parte delle fondamenta. Il motociclista barbuto mi puntò la pistola contro e mi ordinò di scendere.
Scesi.
Che altro potevo fare? Regina e quei motociclisti erano gli assassini degli Shock Jacket. Non m’importava più di uscirne indenne. Ero accecato dalla rabbia, intontito dalla disperazione. I miei amici erano andati, per sempre. Avevo visto in faccia la morte, cruenta e raccapricciante. Non poteva andare peggio. Non poteva. Quello che trovammo in fondo alle scale però mi fece ricredere.»
«Cosa diavolo poteva esserci?»
«Oh amico, non lo immagini nemmeno. Scesi le scalette di metallo per qualche metro e mi ritrovai in un cunicolo scavato nella roccia viva. Sembrava una cazzo di miniera. Le pareti, alte circa due metri, in alcuni punti erano sorrette da spranghe d’acciaio. Per terra c’erano parecchi cavi elettrici ai quali erano attaccate delle lampadine. Semplici lampadine gettate a terra. I motociclisti ne fracassarono un paio scendendo. Tutto il passaggio era illuminato ma non riuscivo a vederne il fondo. Le luci proiettavano le nostre ombre verso l’alto, rendendo i nostri volti scuri e inquietanti. Ci inoltrammo nel passaggio. Notai delle scritte sulle pareti. Erano simboli davvero strani, incisi malamente nella roccia. Non ho più rivisto nulla del genere. Ho fatto qualche ricerca, parlato con esperti, e credo fosse una specie di lingua tribale, un alfabeto iconografico. Capisci? Roba egizia. Di tanto in tanto qualcuno schiacciava una lampadina mandandola in frantumi e tutti sussultavamo. Poi il corridoio si allargò, abbastanza da assomigliare a una stanza. C’erano dei tavoli sui lati e molti attrezzi arrugginiti sopra di essi. Riconobbi becker, bicchieri, ampolle e tutto il necessario per distillare chissà quale intruglio. Che cazzo fanno? Non ne ho idea. Anfetamine? Ma dove cazzo siamo finiti? I due stronzi pensavano a voce alta. C’era un piccolo frigo e decisero di darci un’occhiata. Il tizio grosso lo aprì e strabuzzò gli occhi, poi si allontanò bestemmiando. Dentro c’erano dei pezzi di carne in decomposizione. Usciva un odore tremendo da quel frigo. Il barbuto disse di proseguire, agitando la sua grossa pistola. L’altro dichiarò che non gli piaceva per niente quel posto di merda e che voleva tornarsene a casa. Si misero a litigare. Le forze dell’ordine sarebbero arrivate prima o poi e non avevano idea di quanto fosse lunga quella galleria. Magari conduceva all’aria aperta, magari no. Barba alzò i toni. Non fare il cacasotto, andiamo a spaccare il culo a quella stronza, disse, e spintonò il suo compagno. Nonostante l’altro fosse più grosso non oppose resistenza e mi fece cenno di proseguire. Fin lì era inquietante ma la cosa peggiorò. Non credevo ai miei occhi. Prima il massacro, poi quello. Non riuscivo a capire dove fossimo finiti e quale fosse il collegamento con il Titty Twister, con Regina, con le spogliarelliste e tutto il resto. Il cunicolo improvvisamente curvò verso il basso in una lunga discesa. Avevamo percorso almeno cinquanta metri e ancora non riuscivamo a vedere il fondo di quel dannato posto. Riesci a crederlo? Chi diavolo può aver costruito una roba del genere? Le scritte sui muri riapparvero. Le pareti erano gialle per via delle lampadine, l’aria si fece pesante, calda. Sembrava una discesa verso l’inferno. Non trovammo però il diavolo ad aspettarci ma Gesù Cristo. Il cunicolo terminò la sua discesa in una grossa caverna. C’erano molte seggiole, candele, un altare e un grande crocifisso. Rimanemmo tutti senza parole. Eravamo in una chiesa. Sull’altare c’era un corpo e avvicinandomi riconobbi i vestiti di Rosie. Mi precipitai verso di lei. Merda.»
Il vecchio trangugia quel che rimane del boccole di birra. Ha gli occhi umidi. Fissa il bancone come se Rosie fosse lì sopra.
«Rosie era stesa su quell’altare, mi dava le spalle. L’afferrai scuotendola. Era morta. Il cadavere rotolò a terra in un tonfo umidiccio. Non aveva più il volto. Qualcosa glielo aveva strappato via. I bulbi oculari, rotondi e bianchi, galleggiavano in ammasso di carne tumefatta. Lo spettacolo era così forte che persino i due motociclisti imprecarono. Poi, esattamente da dove eravamo venuti noi, spuntò Regina. Ci aveva teso un’imboscata. Esplose il suo mitra sui motociclisti. Creparono senza nemmeno vederla. I loro corpi esplosero come pomodori maturi. Poi Regina si avventò su quel che rimaneva strappando grossi pezzi di carne con i denti. Alzando lo sguardo mi vide. Si alzò dal suo pasto e venne oltre. Caddi a terra terrorizzato, accanto a Rosie. Era il mio turno, era il momento di morire. Regina però m’ignorò, si allungò sopra di me per afferrare un grande calice d’oro da sopra l’altare. Tornò ai cadaveri dei motociclisti e lo usò per raccoglierne il sangue. A quel punto si inginocchiò, chiuse gli occhi e recitò una preghiera. Non lo scorderò mai. Terminò ad alta voce: il sangue di Cristo. Sollevò il calice e bevve. Quando ebbe finito mi guardò. Non ero una minaccia per lei. Sorrise, con i denti rossi, si alzò e semplicemente andò via. Svenni.
Il giorno dopo mi risvegliai in ospedale. Finii in un reparto psichiatrico per qualche mese. I giornali non parlarono mai della chiesa, del cunicolo sotterraneo, di Regina. La sparatoria al Titty Twister fu archiaviata come un regolamento tra bande. Provai a raccontare la mia verità, quello che avevo visto. Tenni delle conferenze, qualche giornale scrisse di me, una radio locale m’intervistò. Divenni famoso per un breve periodo ma nessuno mi credeva veramente. Del resto ero un ex-tossicomane appena uscito dal manicomio. Ben presto tutti si scordarono di me, tranne Tarantino.»
«Credi veramente che si sia ispirato alla tua storia per scrivere Dal tramonto all’alba?»
«Non ho dubbi.»
«Che motivo aveva la polizia d’insabbiare tutto?»
«Chissà. Forse qualche pezzo grosso era coinvolto.»
«Senti, è una gran bella storia ma faccio fatica a crederci.»
«Non m’interessa essere creduto. Ho ancora la chitarra sai? A volte la suono e penso al primo e ultimo tour degli Shock Jacket, a James, Kevin, Eric, Rosie e piango. Essere giovani è fantastico, ed esserlo negli anni settanta è il massimo. Ma sai cosa? Il me ragazzo è rimasto in quella fogna di chiesa sotterranea, seduto accanto a Rosie. Puoi vivere nel periodo più gagliardo della storia ma non serve a molto senza le persone che ami.»
Al vecchio cade qualche lacrima. Si alza, mi fa un cenno col capo ed esce dal bar. Vado al bancone e pago le birre. Quando esco vedo il vecchio allontanarsi a bordo di un camper color crema tutto sporco di fango. Decido di rientrare. Prendo un’altra birra, sollevo il boccale e faccio un ultimo brindisi.
«Agli Shock Jacket!»

– L’illustrazione del racconto è un’opera originale di Francesco Guarnaccia, che ringraziamo.

Francesco Casini
scrittore postmoderno, giornalista di guerra, opinionista antropologico, critico metacinematografico, gran maestro massone d’oriente, reverendissimo e osservantissimo federato aggiunto della Santa Croce e Opus Dei, fruttariano a targhe alterne, membro per corrispondenza del movimento rivoluzionario Tupac Amaru, tesserato part-time dell’American Israel Public Affairs Committee; infine uomo, concepito nei sogni, nato nell’anno domini millenovecentottantanove e cresciuto a Pisa.

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