Tremori

Pubblicato il Pubblicato in Fantastico, Piatti Unici
Tremori - Ilaria Apostoli
Piaciuto il racconto? Scaricalo, è gratis!

PDF MOBI EPUB

1.944 parole; tempo di lettura stimato: 10 minuti circa

«Perché stai tremando?»

Corre a perdifiato con addosso il vestito a fiori sollevato dalla brezza. I piedi nudi si slanciano in avanti sul legno immortale dell’albero. Sono infinite le ramificazioni che nascendo dal tronco sospeso nel nero assoluto dell’universo si innervano dentro il suo stesso tessuto, una ragnatela che collega ogni luogo, in qualsiasi tempo. La rincorro e me la vedo sfuggire, sempre davanti, in un flusso di istanti: una ragazza con la treccia e un vestito a fiori. Sbando. Fisso l’oceano nero che tutto avvolge oltre i bordi del ramo e ne resto annientato. Un passo di troppo, non di più, per affogare. Lei non rallenta. Dalle sue orme crescono piante che rapide, rapide, mettono foglie, innumerevoli, una fitta muraglia verde in cui sbatto. Cerco di divincolarmi. I tralci mi avvolgono, stringono, sporgo la mano in fuori non per toccare, per vedere, ma sono cieco. L’ho persa. Non riesco più a distinguerla, riconosco solo chiazze verdi su un cielo buio, allora tiro fuori la testa dalla prigione di fronde e respiro, fiuto l’aria.
Eccola lì, nel vento.
Uno strattone. Libero un braccio. Tiro ancora. La destra in avanti. Non mi fermo. La sinistra segue. Avanzo. Le gambe finalmente libere. Riprendo a correre. Mi lascio guidare dal vento inseguendo una scia invisibile di semi che sbocciano e sono fiori che brillano dei colori più belli e in breve si sfaldano lasciando solo petali che danzano. Mi ci immergo, la cerco in quel gran ballo, scorgo frammenti di lei riflessi su ogni specchio di fiore, sento i sorrisi sfiorarmi la pelle, avverto il profumo dei capelli nocciola, il tocco del naso di bambina. Quasi mi dimentico del ramo su cui sto correndo, dell’albero e dell’oceano intorno. Come sirene i petali mi sussurrano che potrei restare a danzare in quei riflessi, abbasso la testa e ascolto solo il vento che va avanti, vira e prosegue oltre. Un boato mi scuote, si aprono squarci nel cosmo su mondi che non conosco. Finestre su pianure abitate da giganti, giungle rosse dove volano aquile immense, paludi calpestate da zampe nere di ragno. Una serie di quadri che fluttuano oltre i bordi lasciandosi ammirare, niente altro se non una serie di possibilità, alternative, eventi, causalità. Resto sbalordito, quando una folata mi travolge: rieccola davanti a me a correre con il vestito a fiori.
Urlo il suo nome ma le parole si atomizzano nell’aria, mute. Sta prendendo la rincorsa. Gli squarci vibrano nel loro richiamo.
Ha scelto, vuole saltare.
Punta il bordo del ramo e ciò che ci sta oltre.
Le vibrazioni mi scuotono, accelero, si propagano nell’aria, si dà lo slancio, la toccano, così si butta tremando e io dietro a lei precipito.

«Non riesco a smettere.»
«Hai freddo? Prendi anche la mia coperta.»
«Sto bene… dormi, dai.»
«Potremmo parlarne.»
«…»
«No?»

Mi schianto su un gelo massiccio, una lastra di ghiaccio spessa tanto da oscurare un oceano di sotto. Il freddo mi ferisce, attacca i sensi che arretrano rallentandomi. Mi scopro in un deserto bianco. Una landa di ghiaccio dove regna il vuoto. Vive solo un vento che sbuffa da nord, scalcia, attacca e, selvaggio, mi paralizza. La cerco con lo sguardo ma fiotti d’aria gelida mi impediscono di spalancare gli occhi. Tutto è offuscato, il mondo si fa caligine. Annaspo con le mani nell’aria finché non distinguo la sagoma come di un fiore all’orizzonte.
Mi forzo a vincere l’immobilità. Cammino in avanti prima con un passo, poi con uno più svelto e sento il petto che, ostinato, si batte per smuovere il sangue cristallizzato. Il vento mi assalta, colpisce ai fianchi, alla testa, alle gambe. Barcollo, rischio di franare ma tengo il passo. Più mi avvicino e più la riconosco nel fiore. È davanti a uno specchio d’acqua intagliato nel ghiaccio. All’interno le onde si agitano, sciabordano da una parte all’altra senza trovare pace.
Scorgo le spalle di lei che fissa quel piccolo mare quando dal ghiaccio si animano delle statue senza volto. Sembrano pupazzi di neve con le sembianze di uomini e donne. Le girano intorno, si comportano come persone, si scambiano abbracci, mimano conversazioni, si spingono, si baciano, si combattono.
Mi distraggo e una folata colpisce in pieno sulla schiena, incespico, cado e sbatto la faccia.
Quando la rialzo vedo le statue accerchiarla.
Lei mi dà le spalle senza staccare gli occhi dalle onde inquiete. Le statue le si stringono intorno sempre più, sempre più, sempre più, finché a malapena riesco ancora a scorgerla. Il vento insiste, mi opprime al suolo. Striscio in avanti, gomito dopo gomito, non sono così distante. Le statue ormai l’hanno confinata in uno spazio in cui ci sono solo lei e il piccolo mare. Gomito dopo gomito, non sono così distante.
Si gira. La fisso.
Una lacrima le scende giù dalla guancia.
Con un colpo di reni sorprendo il vento. Sono in piedi pronto a schiantarmi sulla muraglia di pupazzi di neve. Allarga le braccia. Mi preparo all’impatto. Chiude gli occhi e si lascia cascare all’indietro. Carico e la neve si frantuma nell’urto, con il vento che sibila alle spalle.
Il vestito a fiori è appena annegato tra i flussi quando mi tuffo, con la paura di affogare, nell’oscurità di sotto.

«Non ho voglia di parlarne.»
«Ne ho voglia io, però.»
«Non ora… Per favore…»
«Te lo sto chiedendo io: per favore, parlamene.»
«Per quale motivo? Cambierebbe qualcosa?»
«…»
«Lo vedi?»
«Scusa.»
«Mi sembra… ecco mi sembra di essere fuori strada. Dovrebbe essere la mia vita, allora perché me la vedo passare davanti e basta? Mi sembra di non trattenere niente. Cosa ho concluso fino a ora? Cosa stringo in mano e anche tu e io cosa siamo, eh? Due che si stanno simpatici, due che si vedono, due che scopano, e poi? Cosa siamo poi? Sto scappando, tu lo sai, lo sappiamo. Ma è l’unica cosa che so. Non so più cosa pensare, non so più cosa voglio e… non lo so, non mi sembra nemmeno la stia vivendo io, la vita. Mi passano davanti scene di un film senza importanza e penso che le cose che hai fatto… le persone alla fine scompaiono e basta e che qualunque cosa tu faccia non ti restano altro che immagini vuote.»

Riapro gli occhi in quello che sembra il salone principale di un castello imponente. Mi accerchia un labirinto di specchi dalla superficie di cristallo che proiettano momenti nostri, di me e di lei.
Attraverso il corridoio principale e rivivo quell’attimo di paura del primo bacio, con i piedi nella sabbia e lo scroscio delle onde nell’aria, quando le labbra esitano prima di incontrarsi; mi riconosco al suo fianco mentre saltella entusiasta raccontandomi uno spettacolo; contemplo quel volto di bambina, ragazza, donna, all’alba, quando filtra nella stanza una singola lamina di luce bastevole a farmi sentire addosso ogni screziatura del suo viso; sento il calore della sua pelle quando mi abbraccia piangendo per un qualcosa di cui non ha colpa; l’ascolto impotente dirmi da una cornetta che forse non esiste più un noi o che non è mai esistito. Continuo a camminare e il pensiero cammina con me, prosegue in linea retta, poi si ferma, ci ripensa, cambia strada, torna indietro, si attorciglia, si arrabbia, sbatte la testa e così si arresta. Sono perso in un labirinto di specchi che mi parlano di lei, lei che non mi è mai sembrata così distante. Alzo la testa al soffitto, getto lo sguardo da una parte, poi dall’altra ma tutto ruota d’intorno e le proiezioni sul cristallo sono le sbarre di una prigione.
Un portone sbatte.
Come mi avesse inseguito, il vento del nord irrompe nella sala e il gelo si prende tutto: stalattiti mostruosi crescono nelle volte del soffitto, frano a terra, il pavimento si fa lastra bianca, mi prostro, il ghiaccio attecchisce sugli specchi congelando gli istanti riflessi, sento il freddo entrarmi nelle ossa, penetrare così in fondo da toccare la volontà, immobilizzandola.
Sono stanco.
Chiudo gli occhi.
Finisce tutto così, nulla più di una palla di vetro con neve?

«Vieni qui.»
«Questa sarebbe la tua risposta, un abbraccio?»
«Sì.»
«Sei stato tu a chiedermi di parlarne. Ti avevo detto di tornartene a dormire ma hai insistito e ora che mi hai fatto sentire una perfetta idiota è questo che fai: mi abbracci?»

Lo sento, il suo pianto.

«Se vuoi ti posso dire una di quelle frasi di circostanza del tipo che per noi è diverso, ma la verità è che io una risposta non ce l’ho…»

Dove sei? Sono singhiozzi. Ha paura.

«A dire il vero, me la faccio sotto esattamente come te…»

Apro gli occhi.

«Se non sono qui a tremare è solo perché cerco di non pensarci o di illudermi o di riempire la testa con altre cose. Ma la verità è che ho paura. Tremendamente paura. E penso di non avere idea di cosa siamo io e te, che arrivato a quest’età non ho ancora idea di cosa fare della mia vita, che fumo troppo, che sto perdendo tempo e che, nonostante questo, il solo pensiero che domani possa finire tutto e spegnersi la luce mi terrorizza…»

Mi scrollo il ghiaccio di dosso ma intacco solo la crosta esterna, dentro gelo ancora. Mi concentro sui suoi singhiozzi, diventano bussola, li traccio nell’aria, si materializzano come scia di luce, luce che scalda, è fuoco, stringo i pugni, la volontà si riaccende. Torno a correre.
Tallono la scia luminosa che mi guida nel nostro dedalo, scivolo sul pavimento bianco, ignoro gli specchi che si frantumano al mio passaggio, detonano in nubi di schegge cristalline; qualcuna mi trapassa, taglia la pelle e sanguino.
Non mi fermo. La luce scatta improvvisa, l’uscita deve essere vicina.
Il castello si scuote dalle fondamenta, piovono gli stalattiti dall’alto, le pareti iniziano a sgretolarsi mentre gli specchi continuano a esplodere uno dopo l’altro.
Allora lo vedo: in fondo alla sala, un portone spalancato su un ponte sospeso a strapiombo sull’abisso.
Sopra, lei che si prepara a saltare, ancora.

«Però in questo momento stai tremando, non dormi, hai gli incubi e tanta paura per le stesse cose che fanno paura a me…»

La luce sfuma appena varco la soglia. Sono fuori sul ponte, deciso a raggiungerla. Alle nostre spalle le mura cedono completamente, il castello frana e il vento del nord si dissipa ululando al cielo ma le schegge degli specchi non si arrendono, si animano e fuoriescono compatte dalla pietra in uno sciame affilato pronto a divorarmi.
Lei punta il bordo che dà sul vuoto, l’ho quasi raggiunta, sento lo sciame avvicinarsi dietro di me, l’ho quasi raggiunta, si dà lo slancio, l’ho quasi raggiunta…

«Quindi ti abbraccio e continuerò ad abbracciarti finché non la smetti di tremare o finché non ti addormenti o fino a quando non arriverà il momento in cui mi toccherà bere quel caffè tremendo che bruci sul fuoco ogni mattina.
Che ti piaccia o no, le cose andranno così.»

Con un boato si apre uno squarcio sull’abisso oltre il ponte, così si butta e io mi lancio verso di lei, mentre lo sciame si polverizza in un’esplosione definitiva, riuscendo a sfiorarla.
Palpita.

«Posso chiedertelo io un favore, adesso?»
«Cosa.»
«Stringimi più forte.»

Siamo tornati sull’albero ma su un altro ramo, più vicini al tronco. Me la trovo davanti. Mi fissa negli occhi. Il volto è rigato da orme di lacrime. Abbasso lo sguardo. Tremo. Sento le fronde dell’albero sussultare tutto intorno a me e fisso quei piedi scalzi. Stringo i pugni. Alzo la testa. La cerco e lo riconosco: un sorriso.
Un unico sorriso. Il suo.
Solo quello, poi torna a correre, verso un altro mondo e io, dietro a lei, a inseguire un vestito a fiori.

– L’illustrazione del racconto è un’opera originale di Ilaria Apostoli, che ringraziamo.
Iago Menichetti
Nato a Pisa in un’ordinaria giornata d’agosto dell’89.
Trascorro buona parte del mio tempo a rispondere alla domanda «Ma ti chiami davvero Iago»?
Ciò che ne rimane lo dedico a scrivere e fumare sigari toscani.
Comunque sì: mi chiamo davvero Iago.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

code