Ulver, #1

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Giro Pasta
Ulver, #1
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I passi dell’uomo si appoggiavano lenti sul tappeto di aghi di pino. Il freddo dell’autunno incombente aveva congelato la terra rendendola uno strato ruvido. Allo stesso modo, il suo corpo era preso da un tremito pungente che non accennava ad abbandonarlo. Camminava piano, chino su se stesso, nel timore che alla minima scossa si sarebbe frantumato come un cristallo.
Il vento della sera iniziava a soffiare. Lo sentiva vorticare sopra le cime degli alberi, un sibilo inclemente. La foresta lo proteggeva, gli offriva riparo coi suoi tronchi rugosi, pervasi dall’odore delle ultime gocce di resina.
Udì il fischio di un uccello, il richiamo flautato di un altro, un grugnito in lontananza. Null’altro, oltre al fruscio impacciato dei suoi passi e al fiato grosso che gli montava in gola. Pensò, con un sorriso, a quegli uccelli tropicali che possono permettersi il lusso di piumaggi sgargianti e concerti chiassosi, poi ricordò l’esplosione di cinguettii, odori e sapori che prendeva vita a primavera nei suoi boschi mediterranei; era il grande Nord del mondo quello in cui si trovava, non c’era spazio per nulla di superfluo. Perfino i suoi sensi, affinati dalla vita all’aria aperta, avvertivano poche, rare note. Gli venne in mente una melodia, radi arpeggi di chitarra, lenti e un po’ tristi, punteggiati dai soffi di un flauto; il suono del Nord racchiuso in una gemma.
Intanto, la giornata si accorciava. Il disco del sole era scomparso dietro le fronde degli alberi e gettava un velo di luce rosata su quello scampolo di cielo all’imbrunire. Lo stesso cielo sotto al quale s’agitavano città e nazioni dalle quali l’uomo era ormai lontano, non sapeva nemmeno quanto. Con ancora quella melodia nelle orecchie, di colpo, un brivido lo fece sentire solo. Il crepuscolo nel Nord, aveva imparato a conoscerlo, era il regno delle ombre. Quella chiazza arancione che si spegneva nel cielo bluastro era come una pennellata su un quadro, una poesia bellissima ma fredda; non gli arrivava una stilla di quel calore, non gli era di nessun conforto. L’uomo camminava in un grigiore diffuso, quello che precede l’oscurità.
I lupi erano poco più avanti. Ogni tanto li perdeva di vista ma poi ricomparivano dinanzi a lui, come se volessero farsi trovare. Svoltò dietro un arbusto e li vide accampati ai piedi di un abete, tra le radici nodose. La prima cosa che scorse, nella penombra, fu il brillare degli occhi fissi su di lui. Si bloccò. Una nuvoletta di vapore gli scappò dalla bocca. Fino a quel momento ogni tentativo di avvicinarsi al branco era stato vano. Un paio di ringhi ben assestati erano sufficienti a tenerlo alla larga. Quegli animali non sembravano disposti a accettare la sua compagnia, ma non si preoccupavano nemmeno di attaccarlo, di scacciarlo dai loro territori. Si limitavano a osservarlo, a studiare quel visitatore bizzarro, troppo debole per essere un cacciatore e persino per essere una preda. La vita del Nord è severa ma onesta, pensò; temeva d’essere a pochi passi dalla morte ma quel pensiero lo riempì di una fiducia nuova.
Continuò ad avvicinarsi ai lupi, aveva il passo deciso di chi non può fare altrimenti. Il branco era piccolo, sei elementi in tutto. Dovevano aver percepito qualcosa di nuovo, quell’improvvisa mancanza di esitazione nelle movenze dell’uomo, e drizzarono le orecchie. Intonarono un ringhio sommesso, alcuni digrignarono i denti. Le loro zanne brillavano bianche nell’ombra ma l’uomo procedeva a testa bassa, non le vide nemmeno. Si ritrovò accanto a un grande abete. Tremava. Si sentì cedere le gambe e crollò a terra. Sopra di lui la sagoma irsuta del lupo più grande, un maschio, che lo sovrastava con la schiena inarcata. Percepì il calore del suo fiato e la saliva che gli scendeva dalla bocca, ne rimase annebbiato. Ebbe appena il tempo di sdraiarsi, togliersi lo zaino dalle spalle e rilassare i muscoli. Alzò il mento; la sua unica speranza di sopravvivere era imitare i loro rituali, mostrare al lupo il collo privo di difese.
La bocca lo addentò alla mandibola con una delicatezza che non avrebbe mai sospettato. I denti penetrarono il sottile strato della pelle e punsero l’osso. Il lupo era silenzioso, non c’era frenesia nel suo gesto. Appena prima che l’osso si incrinasse, mollò la presa. Con un ultimo spiraglio di lucidità l’uomo si rese conto di essere vivo ma ferito, avrebbe avuto bisogno di medicazioni. Il maschio si allontanò; dopo pochi secondi un altro animale fu su di lui, gli leccava il volto malandato.
Quella notte poté fare a meno della tenda e si tolse i vestiti più pesanti che indossava; dormì al caldo tra due pellicce.
Secondo i libri che amava leggere l’uomo sarebbe stato il maschio omega, l’ultima ruota del carro, ma a lui questo non importava. Mentre camminava nella foresta, in un tiepido mattino d’autunno, i suoi piedi pesanti scivolavano sul muschio e faticavano a seguire la serpentina dei lupi fra i tronchi fitti di una giovane abetaia; eppure si sentiva leggero, capace di sopportare le marce più estenuanti. Era convinto che il branco l’avesse accettato, seppure con un ruolo particolare; gli animali erano troppo intelligenti per non rendersi conto che in lui c’era qualcosa di strano, eppure del tutto disinteressati alla differenza di specie.
Il lupo nero provava per lui un’intensa curiosità, ansiosa di trasformarsi in amicizia. Era il primogenito maschio della coppia. Giovane ma già più alto e pesante del padre. Aveva il portamento nervoso di chi ha ancora tutto da dimostrare e due occhi azzurri, glaciali, che spesso cercavano i suoi piccoli e castani. Durante il giorno non faceva che annusarlo e, alla sera, quando erano sdraiati in un riparo tra gli alberi, lo stuzzicava con la zampa, poi si girava sul dorso, puntandolo col naso e guardandolo a testa in giù. Talvolta guaiva piano e si drizzava sulle zampe, pronto a coinvolgerlo nel gioco. L’uomo temporeggiava; la sua natura umana, seppure ogni giorno più scricchiolante, combatteva il desiderio di lanciarsi nell’erba . Rimaneva seduto accanto ai due cuccioli, i figli più giovani, che lo fissavano con gli occhi grandi senza concedergli confidenza.
Quel giorno il branco stava inseguendo un giovane cervo, tentavano di sfiancarlo prima di sferrare l’attacco. La preda doveva essere vicina perché i lupi partirono a un veloce trotto, lasciando l’uomo ad arrancare dietro le loro orme. Si ritrovò solo, spaventato dall’idea di perdere il contatto. Si mise a correre a perdifiato. L’odore penetrante della resina riempiva le sue narici insieme a quello del legno asciugato dai raggi di sole. Rimasto solo coi suoi pensieri, provò una sensazione umana: da quanto tempo non gli accadeva? Umana fu anche la sua riflessione successiva: e se la preda fosse riuscita a fuggire? Cosa avrebbero mangiato i lupi? Come sarebbe sopravvissuto il branco? Le domande sorgevano una dietro l’altra, affioravano da aree della mente che quasi aveva dimenticato di possedere. Come potevano sopportare ogni giorno la tensione di una caccia in bilico tra la sopravvivenza e la morte? Uno stridio lancinante, che si levò tra i rami, lo distolse dai suoi ragionamenti. Rallentò il passo, si lasciò guidare dai suoni della lotta, e tirò il fiato. Quando raggiunse il luogo della cattura, un’insenatura tra acqua e rocce, la preda era già stata aperta. Nello sguardo del lupo grigio, il padre, che staccava i primi morsi, l’uomo non scorse alcun segno di soddisfazione né di sollievo. Seguiva il meticoloso lavoro delle mascelle con occhi spalancati. Aveva realizzato, d’un tratto, la risposta che quel viaggio gli stava sussurrando: la mente umana è un incidente dell’evoluzione. Liberi da quella gabbia, da pensieri che fanno chiasso e da sciocche illusioni, si può vivere l’assoluta quiete del presente.

Andrea Cassini
Nasco a Pistoia nel 1988 e vivevo già nei boschi quando ho letto Thoreau. Scrivo romanzi fantasy – uno è in uscita per Astro Edizioni -, scrivo racconti, messaggi, liste della spesa, oscenità sui muri; tutto per dare un senso a quella laurea in filologia medievale che prende polvere nello studio. Le fanno compagnia chitarre, cubi di Rubik, pipe e bottiglie di birra. Cercavo la sintesi tra il pensiero occidentale e quello orientale, ma le istruzioni erano poco chiare e al posto della pace interiore ho trovato la ricetta del lampredotto. Dura meno, ma almeno riempie la pancia. Quando mi resta del tempo per lavorare, faccio il bibliotecario.

3 pensieri su “Ulver, #1

  1. “La nuvoletta di vapore che esce dalla bocca”… Sembra di essere lì a osservarlo dietro un albero. Avvincente

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