Ulver, #2

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Ulver, #2
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Quella sera l’uomo si cibò col branco, staccando i piccoli pezzi del suo modesto pasto dal corpo del cervo; il sapore era aspro, gli avevano lasciato le parti più dure che i suoi denti non riuscivano a lacerare, ma in qualche modo si sfamò: per essere accettato doveva vivere come un lupo. Attese il suo turno in disparte; non voleva rischiare che il padre lo scacciasse, mordendolo di nuovo alla mascella come talvolta continuava a fare, per tenerlo a bada. I lupi mangiarono a sazietà, svuotarono la preda di ogni brandello di carne; non potevano sapere se il giorno dopo ne avrebbero catturata un’altra, e l’uomo pensò che, in fondo, non si ponessero nemmeno la domanda.
ll lupo nero contese al padre le parti più ambite, il cuore e i reni. Entrambi si ferirono. Scese la sera. Si era alzato il vento; un compagno comune, a quelle latitudini. Ne avvertiva il sibilo sulle guance e nascondeva gli altri suoni, come se il freddo incombente avesse congelato ogni forma di vita. L’uomo si mise a fissare le cime degli abeti, puntate verso il cielo rischiarato dalla sagoma gialla della luna. Era quasi piena.
Il lupo nero, una sagoma a malapena distinguibile nella penombra, si alzò dal giaciglio. I suoi occhi scintillavano; puntò l’uomo con la solita aria ingenua, curiosa, e sventolando la coda lo invitò a seguirlo. L’uomo non si fece attendere.
Dietro al passo sicuro del lupo si ritrovò su un poggio che emergeva dagli alberi. Senza più la foresta a fargli da scudo, il vento prese a schiaffeggiarlo. Il freddo ora gli serrava gli arti in una morsa, le gambe gli tremavano e iniziò a battere i denti, ma non gli importava. La luna adesso era velata da una coltre di nubi che lasciavano a malapena passare i suoi raggi. La valle gli si mostrava come una distesa argentea, con le punte degli alberi che si perdevano in lontananza dove sorgevano imperturbabili le montagne. Il soffio del vento, ormai familiare, suonava come un grave sottofondo d’archi; il fruscio di un fiume s’intrometteva di tanto in tanto, come una corda pizzicata. Quanto tempo mancava al giorno in cui l’acqua si sarebbe gelata? Quanto mancava alla prima neve, alla fine forzata del suo viaggio? Era già tardi, troppo tardi, ma stava smarrendo la capacità di ragionare, di prevenire gli eventi.
Il lupo nero era accanto a lui, accucciato, col pelo mosso dal vento. Gli sembrava di cogliere una certa malinconia in quegli occhi scuri. D’improvviso un canto lungo e tenue si levò tra gli abeti. Il lupo nero drizzò le orecchie. L’ululato continuava e lui rispose. Sollevò il muso e innalzò la voce al cielo; a tratti si spezzava in un guaito e si faceva roca, poi riprendeva con più forza.
L’uomo si schiacciò a terra, sulla roccia, e chiuse gli occhi. Un’emozione vigorosa l’aveva travolto, a udire quel suono struggente diffondersi da un lupo all’altro per tutta la foresta. Provò a unirsi e dal suo petto uscì un grido debole, lamentoso. Il lupo nero si azzittì e lo puntò. Era insospettito. Poi inclinò il muso e gli sfiorò la guancia col naso; il suo fiato portava ancora l’odore della carne. Ripresero a ululare, insieme. Il lupo lo guidava, gli mostrava come fare.
L’uomo non aveva idea del perché quegli animali levassero il loro canto affidandolo al vento. Forse per segnalare la posizione, ma perché tanta insistenza? Forse per comunicare, ma cosa? Forse per qualche motivo più superfluo, eppure più nobile? Non gli importava, perché in quel momento sentiva di comprendere ogni particolare; non necessitava di risposte. Ululò fino a piangere e si svuotò il petto per se stesso, per il lupo nero, per ogni lupo che rispondeva al richiamo, per ogni cosa che si animava sotto quell’unico, infinito cielo.

Il giorno in cui il lupo nero se ne andò dal branco c’era un alba d’autunno, umida e silenziosa. Stralci di nuvole si allargavano nel cielo ancora grigio, mentre la pigra luce del sole stendeva sull’orizzonte un velo dorato, sfumato di rosa. Ogni giorno tramontava un po’ prima.
Il lupo nero mosse deciso due passi verso nord. Poi si fermò. La sua sagoma muscolosa, scura, spiccava nell’aria opaca. Aveva assunto un portamento diverso, più dignitoso. Adulto. L’uomo lo chiamò imitando un ringhio e il lupo voltò la testa verso di lui; gli occhi erano sempre gli stessi, di un azzurro spettrale, ma gli parvero salutarlo con una nuova espressione. La viva curiosità aveva lasciato il posto a un piglio serio, generoso. Gli sembrava che portasse memoria del loro legame. Esisteva un sentimento, tra loro due? Stima, riconoscimento, affetto? L’uomo non indugiò. Si avvicinò al lupo ma quello digrignò appena i denti. Non aveva bisogno di mostrarsi minaccioso, l’uomo capì. Il lupo nero si allontanò nel bosco senza più guardarsi indietro.
L’alba del giorno successivo, o forse ne erano passati molti di più, il cielo era bianco.
Non un fremito, non un odore nell’aria ferma. Un muro di neve era pronto a scendere sotto quella coltre di nubi, in fiocchi lenti e leggeri. L’intera foresta attendeva che calasse, in silenzio. L’uomo non se l’aspettava, non l’aveva previsto. Non si preoccupava più di niente che andasse al di là del momento presente. L’idea di recuperare la via della civiltà, stentando tra la neve e il gelo, tuttavia, non lo angosciava. Se si fosse perso avrebbe vagato solitario come il lupo nero. O forse, chissà, sarebbe rimasto col branco per tutto l’inverno.
Infine, come il lupo nero prima di lui, si allontanò verso sud, senza esitare, verso i primi faggi e climi più miti. Non si attardò in saluti, non aveva nessun pensiero per la testa; tutto ciò che lo rappresentava erano i suoi passi lenti, accolti dalla foresta mentre il cielo bianco si richiudeva sopra di lui come una coperta.
La prima neve scendeva a cancellare le sue impronte.

Andrea Cassini
Nasco a Pistoia nel 1988 e vivevo già nei boschi quando ho letto Thoreau. Scrivo romanzi fantasy – uno è in uscita per Astro Edizioni -, scrivo racconti, messaggi, liste della spesa, oscenità sui muri; tutto per dare un senso a quella laurea in filologia medievale che prende polvere nello studio. Le fanno compagnia chitarre, cubi di Rubik, pipe e bottiglie di birra. Cercavo la sintesi tra il pensiero occidentale e quello orientale, ma le istruzioni erano poco chiare e al posto della pace interiore ho trovato la ricetta del lampredotto. Dura meno, ma almeno riempie la pancia. Quando mi resta del tempo per lavorare, faccio il bibliotecario.

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