Per un hashtag sbagliato

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833 parole; tempo di lettura stimato: 4 minuti circa.

Poteva esser cominciato con qualche presa in giro, una delusione amorosa, dei genitori assenti, un fratello prepotente, un carattere introverso – così si dice? – e poi la morte di Piccio. O forse non è mai cominciato perché nella rete è tutto e ora è tutto per sempre, e non c’è tempo perché il tempo esista.

Piccio non è morto di vecchiaia e nemmeno schiacciato sotto una macchina.
Gli hanno avvelenato le crocchette e io so chi è stato.
Sono stati i ragazzi di 3B, quelli con cui facciamo educazione fisica il sabato. Con loro c’era anche Tommaso, le innumerevoli volte che l’ho incontrato in sogno non sono servite a farlo desistere da quella bravata. Eppure l’ho sentito il suo cuore battere nell’aula di musica, le guance arrossarsi quando gli ho regalato il disegno, il corpo tremare al primo bacio alle giostre sotto lo Space Star.
Ah, non è vero.
Sono io che l’ho incontrato ma lui non ha mai incontrato me. I sogni mica sono condivisi.

E poi c’era lei, indifesa e con lo sguardo chino, che voleva essere bella e non sapeva che lo era già. Non ricordo quando siamo diventate amiche. Forse rendendoci conto di aver avuto la stessa insegnante di danza, o dopo l’interrogazione che ci ha rimandate a posto con un’insufficienza. A lei piacevo molto, diceva di non aver mai avuto un’amica bella come me e io avevo bisogno di un’amica come lei, che non fosse gelosa dei miei modi di fare e della mia maniera di muovermi, come lo erano le due compagne di banco che mi trascinavo dalle elementari e trovavano scuse patetiche per escludermi dal trio ogni quadrimestre.
Quando veniva da me, Francesca si perdeva nell’armadio e nei trucchi sparsi sulla scrivania, poi insisteva per provarsi i miei vestiti e mi pregava d’insegnarle a usare il mascara e l’eyeliner. Quando era pronta si avvicinava, piano piano, inclinava la testa e cercava la miglior posizione per scattarci una foto. Mi aveva reso una maga, una dea che aveva dipinto nuovi tratti sul suo volto e forgiato nuove forme nel corpo. La ammiravo quando sfilava per il corridoio ma non la consideravo una mia creatura: era solo la compagna più fedele, così vicina da scambiarci indumenti, pensieri e anima.
Anche a scuola si erano accorti che era bella. Un ragazzo della A le aveva chiesto di uscire, giocava nella Folgor ed era abbastanza conosciuto. Con mia sorpresa mi accorsi che a lei non importava, preferiva isolarsi insieme, con la testa china sopra lo smartphone a commentare gli aggiornamenti dei profili Instagram che seguivamo. Pensai che forse provava qualcosa per me – quel pensiero mi fece accelerare i battiti – invece l’unica cosa che le premeva era vedere cosa succedeva sullo schermo alla sua immagine bidimensionale.
Il ragazzo della Folgor non prese bene quel rifiuto, soprattutto dopo che quelli della 3B gli ricordarono della maglietta che Camilla aveva indossato per tre anni per fare educazione fisica. Era una t-shirt con una stampa del suo gatto Piccio.
Sono andati tutti insieme a casa sua, c’era anche Tommaso. Quando lei è tornata, ha trovato Piccio morto. Era venerdì e il giorno dopo ci sarebbe stata educazione fisica.

Nello spogliatoio si trovava ancora in reggiseno quando si è accorta che la borsa della Nike era vuota e le avevano rubato il resto dei vestiti. Una di quelle due che erano state mie compagne di banco ha dato il segnale facendo partire a tutto volume un tormentone estivo. I ragazzi hanno fatto irruzione e circondato Camilla: hanno preso la maglietta che si era tolta e l’hanno buttata nel cesso, hanno tirato lo sciacquone e il bagno si è intasato, l’acqua è uscita fuori insieme ai rimasugli di carta igienica. Poi, quello della Folgor le ha consegnato una maglietta nuova: sopra c’era la foto di Piccio morto così come l’aveva incontrato il giorno prima.
L’hanno obbligata a indossarla.

È stato strano come lei se ne sia andata all’improvviso. Sono rimasti i suoi vestiti sul letto e le conversazioni Whatsapp, ma lei non c’era più. Hanno parlato di Blue Whale, di cyberbullismo, di un hashtag sbagliato. Ci hanno fatto incontrare con uno psicologo.
Io non gli ho detto che le hanno ucciso il gatto.
Nemmeno che so dove si trova. Che ogni giorno è con me, anche quando sono offline. È lì, nella galleria, tra le registrazioni salvate, nei video in cui lancia baci a se stessa e una pioggia di coriandoli disegnati le cade in testa. Adesso non può più appoggiarsi sulla mia spalla né stringermi la mano nell’attesa di una notifica, eppure mi sembra vicino a me, sempre nel palmo della mia mano, accessibile a ogni ora. La connessione delle nostre anima è solo più intensa, aspetto di raggiungerla oltre lo schermo, che l’otturatore divori anche me, la tastiera succhi tutte le parole che ho in testa lasciandomi afona, che la carica del mio corpo finisca e si spenga questa solitudine che mi è rimasta.
Non l’ho detto a nessuno, che la rete l’ha resa eterna.

 

Alessia Del Freo
“Is it a dream? Is it a lie? I think I’ll let you decide”

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