Un sogno senza via d’uscita – La minaccia fantasma

Pubblicato il Pubblicato in Realista, Rosa/erotico
Clint Eastwood Gran Torino
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1.883 parole; tempo di lettura stimato: 9 minuti circa
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Eravamo seduti su una panchina e guardavamo il mare. I gabbiani ci volteggiavano intorno, gridando la loro esistenza contro il cielo, mentre delle vele vagavano quasi senza meta sull’orizzonte. Il sole stava tramontando, tingendo l’azzurro dell’oceano e del cielo di rosso.
«Ti vorrebbero conoscere.» Mi disse Sophie giocherellando con la mia mano.
«Dobbiamo proprio?» Le chiesi.
«Sì. Dobbiamo.»
«Quando?»
«Hanno proposto giovedì sera.»
«C’è pure la partita…»
«Fred.»
Si voltò a guardarmi e capii di non avere via d’uscita: dovevo conoscere i suoi. A cose normali, non mi avrebbe dato fastidio. C’è sempre un momento, in ogni relazione, in cui devi conoscere quelli che saranno o potrebbero diventare i tuoi suoceri, e con la gente, nonostante provassi una certa allergia nei confronti del genere umano, me la cavavo piuttosto bene. Ma, questa volta, le cose non erano normali. Per nessuno.
«A cosa pensi?» Mi chiese.
«Al silenzio imbarazzante che si creerà molto spesso.»
«Tu sei bravo a parlare.»
«Non con una pistola alla tempia.»
«Scemo.»
«È quello che accadrà.»
Sorrise e mi dette un bacio. «Forse.»

«Vuoi fumare?» Mi chiese Walter Newman cogliendomi di sorpresa.
«Pensavo che qui non si potesse.»
«Uno strappo alla regola ogni tanto lo si può fare.» Disse lui offrendomi il suo pacchetto di sigarette.
«Sono proprio gli strappi alla regola che mi hanno portato qui.» Risposi io prendendone una.

«Cosa fai nella vita?» Mi chiese Robert Cane bevendo un sorso di whisky.
«Scrivo. Principalmente sceneggiature.»
«Ah, e ci vivi?»
«Stranamente sì.»
Eravamo seduti in salotto, io e lui, da soli, mentre Sophie e sua madre finivano di sistemare la cucina. Avevo insistito per dare loro una mano, ma quell’uomo non ne aveva voluto sapere di lasciarmi libero. Capo della polizia di New York, rispettato e ammirato da tutti, era quasi un’istituzione in città e non era abituato a sentirsi dire di no.
«Di cosa scrivi?»
«Di tutto. Commedie romantiche, drammi, polizieschi. Quello che mi chiedono.»
«Lavori su commissione?»
«Anche.»
Rimanemmo in silenzio e il padre di Sophie si accese una sigaretta. Un uomo grande e grosso, tutto muscoli e autorità, uno di quelli che non parte mai da una posizione di svantaggio. Durante la cena si era dimostrato cordiale, pieno di sorrisi e battute spiritose, ma nei suoi modi di fare c’era qualcosa che non mi convinceva, come se il suo essere così deliziosamente bonario non fosse stata altro che una maschera, una messa in scena in attesa di tempi migliori per mostrare il vero volto.

Walter Newman mi disse di aprire la vetrina in fondo all’ufficio. Dentro trovai un vecchio bourbon del settantasei e alcuni bicchieri. Ne presi due e versai il liquore per entrambi.
«Bere aiuta, non trovi?» mi chiese assaggiando il liquore ambrato.
«Io non la capisco.»
«Perché no? Avanti, non fare storie, bevi con me.»
Feci come mi diceva e assaggiai il liquore. Lo sentii scorrere giù per la gola e per il petto, caldo e intenso, poi lo sentii arrivare subito alla testa. Bevendo la mia lingua iniziò a sciogliersi e, sebbene fossi consapevole di quanto quella situazione non fosse del tutto in regola, iniziai a lasciarmi andare e a raccontare a quell’uomo la mia vita.

«Sai quanti anni è che sono in polizia?» Mi chiese il signor Cane offrendomi un sigaro che rifiutai.
«No.»
«Ventisei.»
«Sono tanti.»
«Già» disse «Ne ho viste di tutti i colori.»
«Immagino che sia un lavoro in cui non ci si annoia mai.»
«Affatto.» Rispose lui accendendosi il cubano che avevo rifiutato. «Ogni giorno capita qualcosa di diverso, non immagini quanta gente viva con la voglia di finire dentro.»
Annuii senza sapere bene cosa dire e bevvi un sorso del mio whisky. Man mano che passava il tempo la situazione si faceva sempre più tesa ma, nonostante tutto, Robert Cane non perdeva mai il suo sorriso accattivante.
«C’è sempre qualcuno pronto a fare la scelta sbagliata, per un motivo o per un altro. Ci sono i tossici che non riescono ad uscire dalla merda in cui vivono, gli assassini che uccidono per vendetta o per risolvere un debito che non riescono a saldare, i ladruncoli di strada che rubano per sfamare i propri fratelli più piccoli… non te lo immagini nemmeno. Ognuno di loro ha un motivo per fare quello che fa, ognuno di loro è costantemente in bilico tra bene e male. Il loro libero arbitrio li porta sulla cattiva strada, ma tanti di loro non possono farne a meno, sono costretti dalle circostanze, da ciò che li circonda, dalla vita. Chi ha iniziato? Sembra questa la domanda a cui si riduce tutto. Di chi è la vera colpa? Dello strozzino che viene assassinato, del sistema capitalista che non lascia che le briciole alla gente comune… di chi?»
«Io credo che… »
«Ma c’è un tipo di criminale» continuò il signor Cane senza farmi finire di parlare, «Che mai, in nessun caso, può essere perdonato. Un tipo di criminale il cui crimine è ancora peggiore dell’omicidio. Un tipo di criminale che non ha coscienza. Sai di chi parlo?»
«Credo di sì.» Risposi mentre il cuore mi batteva all’impazzata.
«Dillo.» Mi disse lui senza allentare la presa del suo sguardo su di me.
«Credo che lei…»
«Dillo.» Ribadì.
Sospirai e lo accontentai. «I pedofili.»

«Ti sei mai sentito un pedofilo?» Mi chiese Walter Newman versandomi ancora da bere. Non avrei mai voluto rispondere a quella domanda. La verità era che sì, mi ero sentito un pedofilo, ma avevo sempre cercato di nascondere questo pensiero. Mi ero sempre ripetuto che non stavo facendo nulla di male, ma la verità era che vivevo con i miei fantasmi ogni giorno.

«Sai cosa gli facciamo a quelli?» continuò Robert Cane. «Li portiamo in posto fuori città. È una zona industriale dove c’è un capannone abbandonato e lì… lì ci divertiamo. Urlano di pietà quei bastardi, pietà che loro non hanno avuto per le loro vittime. Chiedono perdono ma noi non siamo Dio, noi non dobbiamo perdonare nessuno. E così lì teniamo lì settimane e settimane e li distruggiamo, fino a far perdere loro quel briciolo di umanità che gli rimane. Nessuno dice nulla, nessuno osa farlo. Tutti preferirebbero averli morti che fra i piedi. Ma ucciderli sarebbe troppo semplice. Sarebbe la via d’uscita con la corsia preferenziale e no, a noi non andrebbe bene. Li torturiamo fino a farli impazzire e dopo confessano sempre, sai? E della tortura… di quello nessuno parla perché sanno che tutto potrebbe riniziare da capo. Noi siamo lì, li guardiamo, li ascoltiamo, li controlliamo…»
Deglutii e bevvi un sorso di whisky per bagnarmi le labbra secche e tremanti.
«Dove vuole arrivare?» Gli chiesi.
«Credo che tu lo sappia bene.»
«No, non lo so. Quello che credo è che…»
«Sai come si giustificano?»
«No.» Risposi sostenendo il suo sguardo.
«Dicono di amare le proprie vittime. Vivono per loro, in modo malato, ossessivo.»
«Credo che tutto dipenda dalla situazione.»
«Sophie ha quindici anni, nulla dipende da nulla.» Disse.
Rimanemmo in silenzio, con l’aria che tremava intorno a noi. Il padre di Sophie finì il suo sigaro e lo spense nel posacenere, mentre io rimasi paralizzato col mio bicchiere di whisky in mano. Ma non era la paura a bloccarmi, affatto. Cosa avrebbe mai potuto fare davvero? Fino a dove si sarebbe potuto spingere? Quelle minacce mi suonavano come false e vuote, o forse ero io che volevo vederle così. Ma no, quello che mi paralizzava non era la paura: era la rabbia. Rabbia per quella finta cortesia dimostrata fino a quel momento, rabbia per quel presentarsi comprensivo e affabile, come se la mia relazione con Sophie non gli causasse nessun problema, come se tutta l’illusione che ci eravamo costruiti intorno potesse essere possibile. Lei ci aveva creduto, lo avevo letto nei suoi occhi durante la cena, nei suoi sorrisi distesi. Ma era stata tutta una menzogna. Robert Cane non avrebbe mai accettato la mia relazione con sua figlia e stava ricorrendo agli unici, subdoli, mezzi che conosceva per allontanarmi da lei.
«Tirerà fuori una pistola per ribadire la minaccia?» Chiesi dopo aver trovato la forza di bere un sorso di liquore.
«Non credo di averne bisogno.»
«Non servirà a nulla. Le tue minacce… sono solo fantasmi, non hanno senso. Il rispetto che ho per sua figlia non ha nulla a che vedere col genere di persone di cui lei parla. Il fatto che io sia qui stasera dovrebbe dimostrarlo.»
«Mia figlia ha quindici anni.» Ribadì lui.
«Sedici, tra un mese.»
«E questo che differenza fa? Non voglio che tu la veda, non voglio neppure che tu la pensi. Ti sto dando una via d’uscita: sparisci dalla sua vita e non ti farò nulla. Insisti e rimpiangerai il giorno in cui le hai messo gli occhi addosso.»
Non ebbi il tempo di rispondergli: Sophie entrò nella stanza, fiutando la tensione che c’era nell’aria.
«Cosa succede?» Chiese.
«Nulla.» Rispose suo padre. «Fred stava andando via, deve finire un lavoro. Un dramma, giusto?» Mi chiese con uno dei suoi sorrisi affabili.
Mi sarei voluto alzare e prenderlo a pugni ma mi limitai ad annuire come un cane bastonato. Davanti a lei non avrei mai potuto fare nulla. La guardai e le sorrisi cercando di sembrare il più tranquillo possibile, ma dalla sua espressione capii di non esserci riuscito. Posai il bicchiere sul tavolo e mi avvicinai alla porta d’ingresso senza aggiungere altro. Lei mi venne incontro bloccandomi.
«Non mi saluti?» Chiese prendendomi una mano.
«Sì… io…»
«Cosa?» Chiese.
«Devo andare.» Riuscii a dire.
Robert Cane ci osservava dall’alto della sua arroganza e i nostri sguardi si incrociarono. Le sue minacce mi risuonavano nella testa e col passare dei minuti si facevano sempre più consistenti. La rabbia stava cedendo il posto alla paura e alla consapevolezza che effettivamente quella storia era tutta una grande follia.
Ma Sophie era decisa a non lasciarmi andare e la sua stretta si fece più ferma. La guardai e lessi la preoccupazione nei suoi occhi. Avrei voluto dirle tutto quanto, ma sapevo che non sarebbe servito a nulla. Così raccolsi gli ultimi resti del coraggio che mi rimaneva e la baciai come non avevo mai fatto prima, consapevole che dopo quel gesto non sarei potuto tornare indietro. Sentivo lo sguardo pieno d’ira del signor Cane. Ma come io non potevo fare nulla davanti a Sophie, anche lui era incatenato a quel ruolo di bravo padre di famiglia che si era costruito nel corso degli anni: non poteva far altro che guardarci e ribollire nella sua rabbia.
«Sei pazzo?» Sussurrò Sophie dopo essersi staccata da me. Guardai nuovamente Robert Cane e lo fissai negli occhi. Non mi interessavano le sue minacce fantasma, non mi interessava nulla se non rimanere con lei.
«Forse un po’.» Le risposi. Lei mi sorrise e io pensai che quel sorriso valeva tutte le torture del mondo. Così le detti un ultimo bacio sulla fronte ed uscii da quella porta.

Walter Newman finì il whisky nel suo bicchiere. «Cosa successe poi?» Mi chiese.
Io lo guardai, frastornato. Ora capivo le sigarette e l’alcol, capivo quell’atmosfera costruita ad arte per mettermi a mio agio: Walter Newman aveva fatto di tutto per arrivare dove io non ero mai voluto andare. Lo guardai dritto negli occhi e feci appello a tutto il coraggio che avevo in corpo. «Successe che le minacce fantasma di Robert Cane si avverarono.»

– A illustrare il racconto, un frame di Gran Torino di Clint Eastwood
Federico Malvaldi
Ho una voglia folle di vita. E forse non serve sapere molto altro.

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