Un sogno senza via d’uscita – «No.»

Pubblicato il Pubblicato in Giro Pasta, Rosa/erotico, Thriller
La regola del sospetto
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1.259 parole; tempo di lettura stimato: 6 minuti circa
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Fu il ronzio della luce al neon a svegliarmi, e fu sempre quel ronzio a tenermi compagnia per tutto il tempo della prigionia. Mai un momento di silenzio, mai un momento di buio. I secondi si confusero con i minuti, i minuti con le ore, le ore con i giorni. Iniziai a pensare che non sarei mai più uscito da lì, a perdere la percezione del mio corpo e di chi o cosa fossi: ero solo un pezzo di carne buttato in una cella bianca, un essere astratto in balia dei propri persecutori.
Mi sorpresero un venerdì sera, mentre rientravo a casa dopo una passeggiata con Sophie. Fu un lampo. Quasi non mi accorsi di nulla. Mi colpirono alla nuca con un qualcosa di metallico e ebbi appena il tempo di avvertire il dolore. Poi il buio.
Quando aprii gli occhi nella cella non c’era nessuno. La luce bianca era abbagliante e il cervello pulsava come per uscirmi dalle tempie. Mi alzai in piedi, cercando di mantenere l’equilibrio e mi avvicinai all’unico oggetto nella stanza: una sedia di legno.
Mi misi a sedere e mi guardai intorno. Nessuna porta, nessuna fessura, nessuna apparente via d’uscita. Tutto era bianco, accecante, nemmeno una crepa scalfiva quella perfezione abbagliante..
Non vidi mai il loro volto. Si presentarono dopo un tempo indefinito, apparendo quasi dalla luce. Prima di distinguerli avvertii la loro presenza su di me: non mi sarei più scordato quella sensazione. Ero un animale in gabbia e non potevo fuggire.
I miei persecutori all’inizio non parlavano mai, eccezion fatta per una domanda che ripetevano in continuazione. Era come una filastrocca brutta che da bambini non si vuole ascoltare, ma che resta sempre lì, pronta a ripetersi all’infinito: «Sei un pedofilo?».
Iniziarono i miei no e iniziarono anche le loro torture. Prima mi privarono del sonno. Mi legarono alla sedia: le mani dietro la schiena e le gambe strette. Mi davano da bere a intervalli regolari e ogni tanto mi imboccavano con della sbobba maleodorante. Mi nutrivano perché volevano che rimanessi in forze. Ma come mi addormentavo, con la spina dorsale distrutta, loro comparivano dal nulla e mi svegliavano. Non facevano nulla di eclatante o di clamoroso: un tocco, un sussurro, quella domanda.
«Sei un pedofilo?»
I miei no continuavano e così continuavano anche le loro torture. Piccole frasi come “tu non sei un uomo” o “sei solo un animale”. Mi lasciarono nudo su quella sedia. Giocavano col mio corpo, lo svilivano. Non c’era mai dolore fisico, solo vergogna, così tanta che forse me la porterò nella tomba. Il loro tocco viscido fra le mie gambe, le loro risatine, il loro degradare la mia virilità. Si prendevano gioco di me come una bambina si prende gioco della sua Barbie.
Mentre giocavano mi parlavano, quasi con dolcezza, come si fa con un ragazzino. Mi parlavano raccontandomi storie orribile, dicendomi che io ero come i protagonisti delle storie che finiscono male. Ma io sapevo di non esserlo, ne ero convinto: ma, presto, non lo fui più.
Iniziai a vivere in mezzo ai miei escrementi… Mi lasciavano del tempo, non saprei quantificarlo, per defecare e pisciare. E allora in quei momenti mi rannicchiavo contro un angolo della stanza, chiudendomi in posizione fetale. Mi vergognavo, ero un animale, peggio, un pezzo di carne.
«Sei un pedofilo?»
Iniziai a stare male. Mi ammalai e vomitai tutto quello che cercavano di farmi mangiare per non lasciarmi morire. Credetti che quella fosse la fine e a un certo punto lo sperai. Sperai con tutto me stesso che la facessero finita. Ma capii che non sarebbe andata così quando iniziarono con una seconda filastrocca: «Tu non racconterai di noi.»
Le loro visite si fecero sempre più irregolari. Arrivai ad attenderle con ansia e scoprii che l’attesa era più terribile della tortura stessa. Tremavo terrorizzato, lì da solo, in quella stanza. Tremavo e non potevo fare altro che aspettare: era terribile. Solo io e quella domanda. E la mia risposta cominciò a cambiare.
«Sei un pedofilo?»
«Sì.» Risposi dopo quelli che credetti mesi di agonia. «Sì. Sono un pedofilo».
Dopo quell’ammissione, i persecutori si ritirarono. Passò altro tempo e, immerso nella solitudine abbagliante, piansi a dirotto. Mi avevano nuovamente liberato da quella sedia maledetta e non seppi fare altro che rannicchiarmi contro una parete, in preda agli isterismi.
Solo allora, la prima volta dopo tanto tempo, riuscii a dormire.

«Cosa successe poi?» Mi chiese Walter Newman.
«Loro si presentarono un’ultima volta e… ci fu un’ultima tortura. La peggiore.»
«E dopo?»

Giacevo a terra sfinito, ansimante e coperto dal dolore fisico, mentale e morale. Non mi sentivo più un uomo, non mi sentivo più vivo. Avevano ucciso la mia anima, il mio cuore, tutto ciò che di umano c’era in me. Non mi restava altro che morire, ma non era quello che volevano. Quel giorno mi liberarono, ma prima mi dettero il colpo di grazia.
Quando entrarono per l’ultima volta in quella stanza accadde ciò che avevo sempre temuto: subii la loro voglia sessuale, tutta la loro perversione. Vissi quella violenza come un sogno. Iniziarono a farmi fare cose che… Il dolore che provai non lo avevo mai provato prima. Mi sbatterono a terra con violenza, come si fa con un cane ribelle.Non avevo più la forza nemmeno per tenere gli occhi aperti. Li sentii sopra di me, mentre ridevano, mentre mi prendevano. Mai quegl’umini mi avevano ferito, ma quel giorno il sangue uscì per la prima volta dal mio corpo. Pensai di urlare, ma mi parve un’idea stupida, e allora pregai Dio di farmi morire. Purtroppo, però, rimasi in vita.
L’ultima cosa che ricordo fu la voce di uno dei due persecutori che mi sussurrava all’orecchio: «Ricorda chi sei. Non parlerai di noi.» E per molto tempo avrei taciuto davvero. Per molto tempo mi sarei limitato a convivere coi miei incubi.
Dopo che ebbero finito mi dettero solo il tempo di rivestirsi. Poi vestirono anche me con degli stracci presi chissà dove, mi bendarono e mi caricarono in un’automobile: mi lasciarono in mezzo al ponte di Brooklyn. Vagai per le strade di New York come un fantasma, senza rendermi conto di dove stessi andando. Non ricordo nemmeno che strada feci, solo che mi risvegliai nel letto di un ospedale.

«Hai mai raccontato tutto questo a Sophie?»
«No.»
«A nessuno?»
«No.»
Walter Newman accese una sigaretta e me ne offrì una. Il tempo del vietato fumare era finito da un pezzo. Sapevo che stava per chiedermi qualcosa che mi avrebbe causato molto dolore. Sapevo che arrivati a quel punto della terapia non si poteva più tornare indietro. Dovevo parlare, dovevo affrontare tutti quei fantasmi e cercare il modo di uscirne. Dopo quei giorni avevo vissuto come in un limbo, lasciandomi scorrere addosso la vita senza nemmeno cercare di esistere davvero, nascondendomi dietro alle storie delle mie sceneggiature. Ma questo non era quello che voleva Newman e nemmeno più quello che volevo io. Ero stanco degli incubi. Stanco di sentire quella voce sussurrare nel vento. Stanco di vedere i loro volti nelle facce dei passanti. Newman questo la sapeva e sapeva che solo lui avrebbe potuto salvarmi. Sentii il suo sguardo fisso su di me e seppi che per la prima volta, dopo tanto tempo, avrei risentito quella domanda. Mi preparai all’impatto, col cuore che mi batteva a mille e il sudore che mi correva lungo la schiena. Ero terrorizzato, ma sapevo quale sarebbe stata la mia risposta. E sapevo che non sarebbe mai più cambiata.
«Sei un pedofilo?» Mi chiese il dottore.
Io alzai lo sguardo e lo fissai negli occhi.
«No.»

– A illustrare il racconto, un frame di La regola del sospetto di Roger Donaldson

Federico Malvaldi
Ho una voglia folle di vita. E forse non serve sapere molto altro.

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