Un sogno senza via d’uscita – Una nuova via d’uscita

Pubblicato il Pubblicato in Giro Pasta, Rosa/erotico, Urbano
Manhattan - Woody Allen
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1.094 parole; tempo di lettura stimato: 5 minuti circa
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«Perché sei sparito?» Mi chiese.
«Ho avuto da fare.»
«Cosa?»
Rimasi in silenzio. Cosa potevo dirle?
«Non mi vuoi più?» Mi chiese ancora.
«No.» Le risposi.
«Sei sparito per questo allora.»
«No.»
«Non mi mentire.»
«Non lo sto facendo.»
«Non ti credo.»
«Sophie…»
Sospirai.
«Mi hai abbandonata.»
«Non è vero.»
«Allora dove sei stato?»
«Non posso dirtelo.»
«Eri da un’altra?»
«No.»
«Una più grande di me, magari. Una più brava a letto.»
«Dai, non scherzare.»
«Non sto scherzando.»
Ci guardammo in silenzio.
«Tu non mi ami?» Mi chiese.
«No.» Le risposi.

***

Quel pomeriggio non andai nel suo studio. Era una bella giornata di sole e decidemmo di fare una passeggiata in Central Park. Col tempo avevo imparato a conoscere il dottor Newman, ad apprezzarne i silenzi e la capacità di ascoltarmi. Era bello poter parlare, esorcizzare i propri fantasmi e le proprie paure. Era come uscire da un sogno e iniziare a vivere nella realtà, riconquistare la concretezza, rendere la vita di nuovo tangibile: reale, appunto.
«Sa una cosa?» gli dissi mentre camminavamo. «Sono stanco. Non perché tutto questo è… un immenso casino. Quello che mi stanca è l’immobilità. Mi sento immobile, come se la mia vita non avesse direzione. Sì, ho un lavoro e con lei sto… migliorando. Un po’ almeno, credo. Ma mi sento fermo. Forse vorrei viaggiare, andare via per un po’ o trasferirmi proprio. Ricominciare da capo. È così che fanno nei grandi romanzi, no? Il tizio complessato in questione prende un aereo e va a Parigi e lì inizia una nuova vita. Almeno fino a quando non arriva un qualche fantasma del passato a stravolgere tutto. Il fatto è che non ho più voglia di questa città. È come se mi avesse consumato, o come se io avessi consumato lei. Non trovo più nulla qui, nulla per cui valga la pena sopravvivere. E cazzo, parliamo di New York, quindi devo essere messo proprio male. Però è così che mi sento. E forse… forse ho voglia di innamorarmi di una donna. Una donna dal profumo inconfondibile, con qualche rughetta intorno agli occhi e il seno morbido. Magari una che fa qualcosa di totalmente diverso da quello che faccio io. Una di quelle che portano il camice: quanto sono belle le donne col camice? Un’infermiera o, che ne so, una chimica farmaceutica. Una donna che sa prenderti in giro con l’amore nella voce. Che ti guarda con un misto di riso e tenerezza negli occhi. Che sa badare a se stessa e sta con te solo perché le va e non perché le salvi la vita. E poi vorrei sentirla ridere sempre. Questa è la cosa fondamentale, questo e che adori mangiare. È questo che vorrei. Forse. Non lo so. Forse ho solo voglia di dimenticare tutto quanto, la luce bianca, le sirene, il suo volto serio nell’aula di tribunale.»

***

Erano le due di notte quando suonò il campanello di casa. Mi svegliai di soprassalto e guardai fuori dalla finestra: i lampeggianti della polizia illuminavano tutto il quartiere. Andai ad aprire.
«Polizia di New York.» Disse un assonnato agente appena aprii.
«Lo vedo.» risposi.
«Non faccia lo spiritoso: è in arresto. Ha il diritto di rimanere in silenzio. Qualsiasi cosa dirà o farà potrà e sarà usata contro di lei in tribunale. Ha diritto a un avvocato. Se non può permettersene uno gliene sarà assegnato uno d’ufficio.»

***

Walter Newman si sedette su una panchina e io lo imitai.
«Cosa hai pensato quando hai capito perché venivi arrestato?» Mi chiese.
«Non ho pensato nulla, solo che alla fine era giusto così.»
«Ora lo credi ancora?»
«No.»
«Secondo te lei è pentita?»
«Di avermi denunciato?»
«Sì.»
«Non lo so, dipende dal suo psicologo probabilmente. Se è bravo come il mio forse sì, è pentita.»
Walter Newman sorrise.
«Pensi sia stata colpa di suo padre?»
«Sì, penso di sì. È stato tutto un piano perfetto.»

***

L’avvocato di Sophie mi guardava con uno stupido sorrisetto ironico. Io ero seduto al banco degli imputati e non aspettavo altro che la fine di quella nuova tortura. Era stanco, vuoto e disposto a passare il resto della mia vita in carcere. L’unica cosa che volevo era che quella messinscena finisse.
«Ho un’ultima domanda per lei, Signor Gillegan. Ricordi che ha giurato sulla costituzione degli Stati Uniti d’America.»
Annuii aspettando che il suo silenzio teatrale finisse. Si avvicinò e mi guardò negli occhi. Sentii un brivido lungo la schiena. Il suo sguardo era feroce, spietato, lo sguardo di qualcuno che ama distruggere la vita delle persone.
«Lei è un pedofilo, Signor Gillegan?»
«Obiezione vostro onore!»
«Respinta.»
Il cuore mi batteva all’impazzata.
«Sì, lo sono.»

***

«Anche il tuo avvocato è stato molto bravo.» Disse il dottor Newman.
«Già, l’unico avvocato d’ufficio decente in tutto lo stato di New York.» Risposi.
Infermità mentale: così avevo scampato la galera. Mr Brighton era riuscito a dimostrare la disabilità, affermando che la mia risposta era dovuta a una condizione psichica precaria. Ad aiutarlo era stato ovviamente il Dottor Newman, il quale si era preso a cuore il mio caso e aveva deciso di seguirmi anche dopo il processo. Libertà vigilata e terapia per un anno. All’inizio non riuscivo a capire la mia fortuna. Ero solo stanco e arrabbiato. Mi sentivo costretto a sprecare energie inutili quando sarebbe stato molto più facile farsi dieci anni in un penitenziario dello Stato di New York. Passivamente, senza dovere più niente a nessuno. Il dottor Newman, invece, mi aveva tirato fuori dall’incubo. In qualche modo avevo vinto io, ma non mi sentivo affatto un vincitore.

***

«Ti manca?» Mi chiese Walter Newman prima di salutarci. Io abbassai lo sguardo e scrollai le spalle.
«Sì, a volte sì.»
Ma sapevo che quella storia, nata come la più dolce delle fiabe romantiche, non avrebbe mai avuto un lieto fine. Sophie Cane, la ragazza di sedici anni di cui mi ero innamorato, mi aveva denunciato per molestie sessuali e suo padre, Robert Cane, aveva fatto sì che io mi sentissi realmente un pedofilo. Avevo perso due anni della mia vita, vivendo un incubo tutt’altro che romantico, messo alle corde dai miei fantasmi e dai miei sensi di colpa. Ero stato deriso, torturato e svergognato di fronte all’opinione pubblica. Allontanato dai miei amici, dalla mia famiglia e da tutti coloro che avevano sempre avuto delle grandi aspettative nei miei confronti.
Ma grazie al Dottor Newman le cose erano cambiate. La sorte mi aveva dato una seconda possibilità e ora sapevo che una qualsiasi fiaba romantica, per quanto dolce e straordinaria possa apparire, non vale la propria vita.

– A illustrare il racconto, un frame di Manhattan di Woody Allen.
Federico Malvaldi
Ho una voglia folle di vita. E forse non serve sapere molto altro.

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