Un sogno senza via d’uscita – Tra passato e futuro

Pubblicato il Pubblicato in Giro Pasta, Rosa/erotico
Charli Chaplin - La febbre dell'oro Bacio
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1.396 parole; tempo di lettura stimato: 7 minuti circa
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Mi chiedevo spesso cosa stessi facendo. Rimanevo seduto al tavolo della mia piccola cucina, con la sigaretta che si consumava lentamente nella mano, chiedendomi se tutto quello avesse un senso. La mattina mi svegliavo presto, mi preparavo un caffè e giravo per casa come un automa, ricordando tutto quello che era stato e adesso non c’era più. Ogni cosa, ogni centimetro di quell’appartamento rievocava un ricordo diverso. I suoi oggetti erano sempre lì, perfettamente ordinati nel loro disordine. Erano lì e io non avevo il coraggio di toglierli di torno. Le sue calze, i suoi profumi, quel pacchetto di Lucky Strike non ancora finito. Aveva lasciato metà della sua vita in quell’appartamento e a me bastava sfiorare quella sua felpa rosa un po’ sbiadita, per ricordare tutte le volte in cui gliel’avevo tolta per fare l’amore. Ricordavo il suo corpo, i suoi seni, le sue mani, il suo modo di guardarmi, il suo modo di provocarmi. Era tutto lì, con me e io non potevo allontanarlo, non volevo allontanarlo. Ma poi subito dopo ricordavo anche di come tutto questo era finito. Delle volte in cui non si era fatta togliere quella felpa, in cui aveva preferito rimanere a fumare studiando volumi e volumi di anatomia, senza volerne sapere di farsi distrarre da me. Ricordavo le volte in cui mi aveva rifiutato, in cui mi ero sentito impotente e inadatto; il suo sguardo pieno di pregiudizi ogni volta che le raccontavo qualcosa di me, ogni volta che mi mostravo entusiasta e felice per qualcosa che mi era accaduto. Tutto si era consumato, lentamente, da un giorno all’altro e non avevamo potuto farci nulla.
In quei giorni sapevo che dovevo uscire, che là fuori c’era chi mi aspettava, chi aveva voglia di guarirmi da quel senso di impotenza in cui mi ero ritrovato a vivere dopo averla rivista una sera a teatro. Ma era come rimanere prigionieri del passato, con la paura di vivere qualcosa di diverso da quello che era stato fino al giorno prima. Anche i ragazzi mi chiamavano, ma io non ne volevo sapere. Avevo solo voglia di lasciarmi andare, passare dal letto al divano, o dalla sedia della cucina a quella dell’ingresso. Pensavo, fumavo e giacevo, senza fare altro. Perché non avevo la forza di riprendere in mano la mia vita. Non stavo male, semplicemente stavo, così, senza un motivo per fare alcunché. Gli editori e le produzioni facevano squillare il telefono in continuazione ma io, dopo un po’, neanche lo sentivo più. Persi molti lavori in quei giorni, ma non importava. Stavo bene così e andava bene così.
Un giorno però a squillare non fu il telefono, ma il citofono. Io ero seduto sul divano del salotto a guardare un film muto degli anni venti. Il cinema muto mi piaceva perché lo si poteva guardare senza il bisogno di ascoltare. Osservavo quelle immagini di Chaplin che scorrevano una dietro l’altra, mentre la mia mente vagava per conto suo.
Il campanello suonò di nuovo. Io lo guardai rimanendo immobile, convinto che chiunque fosse stato se ne sarebbe andato di lì a poco.
Suonò di nuovo.
Sbuffando, smicciai la millesima sigaretta nel posacenere e mi alzai per andare a vedere chi fosse. La faccia deformata di Sophie mi osservava da dietro lo spioncino della porta. Aprii.
«Che ci fai qui?» Le chiesi.
«Sono giorni che non ti fai sentire.» Mi disse lei entrando.
«Ho avuto da fare.» Risposi chiudendo la porta.
Si voltò a guardarmi. «Cosa?»
«Delle cose. Che t’importa? In ogni caso non ho avuto tempo di scriverti.»
«Certo.»
Era la prima volta che entrava nel mio appartamento. Uscivamo da sole quattro settimane, anche se l’ultima l’avevamo passata sentendoci a malapena.
La guardai andare in salotto e mettersi a sedere sul divano. Mi osservò, in attesa che io andassi a sedermi lì con lei. La seguii e sentirla vicino mi fece stare un po’ meglio. Fu come rientrare nel mondo all’improvviso, come respirare una boccata d’aria fresca.
«Non è facile vedersi, con i tuoi di mezzo.» Dissi.
«Questa è solo una scusa.»
«Lo so.»
Restammo in silenzio e lei si avvicinò per darmi un bacio. La lasciai fare, ma mi venne da ridere. Era così imbranata che era impossibile non adorarla. L’attirai a me e la baciai, poi rimanemmo in silenzio, abbracciati su quel divano, col fumo delle mie sigarette che volteggiava nell’aria.
«Perché fumi così tanto?» Mi chiese.
«Non so che altro fare.» Le risposi.
«Stai con me, no?»
Rimasi in silenzio. La verità era che non avevo avuto voglia di vederla.
«Hai rivisto lei, vero?» Mi chiese.
«Sì.»
«Cosa avete fatto?»
«Nulla.» Le dissi accarezzandole i capelli. «Non abbiamo fatto nulla.»
«Ti manca?»
«Ora no.»
Mi guardò e io le detti un bacio sulla fronte. Era la verità: ora che ero con lei non mi mancava. Era un qualcosa che non sapevo tradurre in parole. Sophie era entrata in punta di piedi nel mio mondo fatto di monotonia e aveva aperto una gabbia di cui io non riuscivo a trovare la chiave; e ogni volta che quella gabbia stava per richiudersi, lei era lì pronta a tenerla aperta.
«Mi piacerebbe vederti all’uscita di scuola ogni tanto.» Disse d’improvviso.
«Pensavo ti vergognassi.». Le risposi.
«E tu?» Mi chiese.

«Ti vergognavi?» Mi chiese Walter Newman.
«Un po’ sì.» Risposi.
«Perché?»
«Perché sì. Fra me e Sophie ci sono… mi sembrava… ecco.»
«Con calma.»
«Mi sentivo sbagliato. Tutti quei ragazzi e io lì ad aspettare lei.»
«Tu aspettavi l’unica cosa che ti faceva felice in quel momento, no?»
«Sì.»
«Allora non ci vedo nulla di male.»
«Un po’ sì.» Le risposi. Lei appoggiò la testa sulla mia spalla e rimase in silenzio a guardare Chaplin che si affannava in un incontro di pugilato. Via via rideva, per poi tornare subito seria e poi ridere di nuovo. Dentro di me ringraziai Chaplin per essere riuscito ad alleggerire la situazione.
«Domani vengo, ok?» Le dissi.
«Tanto non ti credo.»
«Perché no?»
«Se ti basta rivederla per sparire così, cosa dovrei aspettarmi?»
«Sophie…»
«Cosa?»
«Domani vengo.»
«E se ti vedono?»
«Tanto prima o poi succederà.»
«Puoi non vederla più?» Mi chiese tornando a guardarmi.
«Certo. Te lo prometto.»
«Non mi dà fastidio, lo sai. Ma se sparisci io non so cosa pensare.»
«Non c’è nulla da pensare.»
«Allora stai con me.»
«Sì.»
La baciai, ma lei mi bloccò.
«Mi porti a pranzo fuori domani?»
Annuii. Si lasciò baciare.

«Ci andasti?» Mi chiese ancora Walter Newman.
«Sì.»
«E cosa accadde?»
«Provai a nascondermi dietro alle pagine di un libro. Ma quando la campanella suonò fu impossibile restare invisibile.»
«Chi ti vide?»
«Hannah Abbot, una sua amica.»
«Ti disse qualcosa?»
«Che quello che facevo era sbagliato.»
Walter Newman annuì.
«Pensai che avesse ragione.» Dissi. «E pensai di andarmene.»
«Però sei rimasto» Disse lui.
«Sì.»
«Ne sei pentito?»
«No.»
Walter Newman appuntò qualcosa sul suo taccuino e io rimasi in silenzio ad osservarlo. Eravamo arrivati alla fine di quella seduta e non vedevo l’ora di andare a casa per riprendere una storia che avevo iniziato a scrivere in quei giorni. Attirati dal mio caso con Sophie, quelli della Warner mi avevano cercato per scrivere un soggetto su tutta la vicenda. L’avevano definita “una fiaba romantica” dei nostri tempi e la cosa mi aveva fatto sorridere, perché di romantico non c’era veramente nulla. Però mi avevano dato un anticipo di cinquantamila dollari e me ne avevano garantiti altrettanti nel caso in cui il soggetto fosse piaciuto. Senza contare che scrivere di lei mi salvava la vita. Poterla ricordare in ogni suo minimo particolare, in ogni suo gesto continuava a far sì che quella gabbia rimanesse aperta.
L’orologio segnò le sei e, senza dire nulla, mi alzai per andarmene. Il dottor Newman si alzò a sua volta, in silenzio e mi accompagnò alla porta.
«A che pensa?» Gli chiesi prima di uscire.
«Ripensavo alla telefonata della Warner. È un’ottima opportunità.»
«Una fiaba romantica… che stronzata.»
Lui sorrise. «No invece. Ci hanno preso, ma te ne accorgerai scrivendo.»
«Lo spero.»
Newman mi aprì la porta ma io tentennai una seconda volta. «Si vuole unire a me per bere qualcosa al bar in fondo alla strada?» Gli chiesi.
«Non mi piace bere, Fred.»
«Perché no? È un bel modo per distrarsi.»
«Ma non dovrebbe essere la soluzione.»
«Quando lei me ne troverà una migliore, smetterò.»
«Mi sembra giusto. Ci vediamo martedì prossimo?»
Annuii. «Sarò qui.»

– A illustrare il racconto, un frame di La febbre dell’oro di Charlie Chaplin
Federico Malvaldi
Ho una voglia folle di vita. E forse non serve sapere molto altro.

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