Una metamorfosi

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Realista
Rorschach Butterfly
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1695 parole; tempo di lettura stimato: 8 minuti circa

Mio padre era muto. Tale l’aveva reso l’incomprensione, marchiandolo sulle braccia, sulla gambe, sul petto, sul cuore. E nella mente. È stato un uomo colmo di vita e di energia, di poche ma buone ed efficaci parole. Una persona deliziosa con pochi interessi, ma capace di cogliere il cambiamento e di trarne sempre qualcosa a suo favore.
Ha sposato una donna che ha amato e non ha mai smesso di farlo. Ha avuto dei figli che ha cresciuto con affetto, insegnando loro i valori della vita e della crescita, quella sana e coscienziosa, che vede fiorire persone salde e capaci in ciò che fanno; uomini e donne ben integrate nel processo sociale, dotati della funzione di confine: abili nell’assorbire informazioni dall’esterno ed elaborarle in concetti, emozioni, parole chiave e astuzie che garantiscono loro di tagliare il traguardo del successo.
Doveva essere una domenica il giorno in cui mi recai da lui inconsapevole che sarebbe stata l’ultima volta.
Cresceva in me, quel giorno, il fiore marcio dell’oppressione, bagnato da gocce di malinconia che si riversavano da un cielo plumbeo. Mi capitava da ragazzino e accade tutt’ora, in piena maturità: maschio adulto con barba e capelli che iniziano a tingersi di bianco, un lavoro stabile, un’auto coperta da assicurazione, un appartamento col parquet, i muri in mattoni a vista, il televisore piatto, le riviste di Rolling Stones e GQ e la vasca idromassagio; il giorno in cui me la installarono attesi l’arrivo della sera, mi versai del vino e mi apprestai a provarla entusiasta. Le bolle si sconquassavano a vicenda, implodevano ripetutamente, ciclicamente, e i getti a pressione sollecitavano il mio fondoschiena e le mie gambe.
Cercai di rilassarmi, sorseggiando lentamente il vino. Chiusi gli occhi.
Il borbottio delle bolle si andava mischiando a quello sordo della solitudine.

Arrivai da mio padre all’ora di pranzo. O meglio, la sua ora di pranzo: le due e tre quarti.
Entrai in casa salutando ad alta voce e mi diressi in cucina. Lo trovai in piedi, col palmo delle mani poggiato sul tavolo, le braccia rigide e lo sguardo perso nel vuoto.
Lo chiamai per nome e gli tesi una mano sulla spalla. Lui tentennò per qualche istante, gli occhi puntati al muro.
«Dicono che morirò», disse, volgendo il capo e accennando un sorriso sciocco, le palpebre a mezz’asta.
«Sì? E chi lo dice?», risposi fingendo curiosità.
Mi fissò mantenendo l’espressione stolta e fanciullesca in viso.
«Mangiamo,» disse.
Gli era sempre piaciuto cucinare. La manualità e la ripetitività dei gesti avevano preservato la sua abilità culinaria nei limiti del possibile.
Pasta alle zucchine con un po’ di panna. Due salsicce a testa, qualche foglia di insalata e un bicchiere di vino rosso.
Un pasto amabile condito da quel pizzico di distorta estroversione – peculiare in alcuni soggetti interdetti mentalmente – che si presenta nella gestualità, nel portamento e si estende sino alle cose più piccole e invisibili. Le zucchine sapevano di zucchina e anche di altro; le salsicce erano delle semplici salsicce, ma c’era dell’altro. Forse era solo una mia impressione, ma anche la maniera con cui una persona annebbiata maneggia il cibo, destreggiandosi nella sua preparazione per raggiungere il risultato finale, viene contaminata dalla singolarità derivante dalla propria condizione mentale.
C’è qualcosa, nel pensiero e nelle sue manifestazioni concrete, che può essere definito saccente, estroso, a volte cinico, e che caratterizza i soggetti dalla mente vacua, interdetta, defraudata permanentemente. Qualcosa è andato perduto ma la natura interviene colmando il tassello o i tasselli compromessi con abili trucchi di magia, sopperendo alle mancanze.
Cosicché, uno scoppio di risa senza apparente motivo o un flusso di parole prive di logica nascondono un tentativo di normalità. La follia la si comprende nelle definizioni cliniche della parola. Non la si comprende quando è un tuo caro a esserne sottomesso.
Quando il buio stava muovendo i primi passi mio padre piangeva, si sentiva ferito, spogliato, insultato. Il suo ciclo vitale, la sua routine, le sue abitudini completamente sfaldate, perse. Dovette rinunciare a lavorare.
La sua mente aveva sempre funzionato in modo ineccepibile: lucida e veloce nei riflessi, scaltra e ben distesa. Con il protrarsi dell’oscurità, la sentiva accartocciarsi.
Difettava nell’uso della logica e lo si poteva notare da come reagiva a semplici stimoli o dallo stato di confusione in cui piombava di fronte a ostacoli minimi e banali. Imparò a convivere con la sua nuova logica, che si esplicava in nuovi modi di elaborare e di reagire alla realtà.
Nonostante annaspasse in acque estranee, aveva in tutti i modi cercato di preservare e proteggere la sua personale indipendenza.
Viveva da solo assieme a tre gatti. Si lavava, cucinava e metteva in ordine. Faceva le lavatrici unicamente a trenta gradi e usciva a fare la spesa.

Pranzammo nel silenzio più assoluto. La televisione rimase spenta e non volle accenderla.
Quando si mangia non si parla: così diceva a me e ai miei fratelli quando eravamo piccoli.
La malattia lo rese ferreo e metodico e non tollerava volare una mosca.
Concluso il pranzo, volle subito lavare le stoviglie. Gli dissi che avrei fatto io ma continuò a raccogliere piatti, posate e bicchieri dalla tavola. Aveva appena iniziato a lavare quando ebbe un sussulto, come se gli fosse balenata in mente un’idea brillante o si fosse ricordato di un impegno mancato.
«I tuoi fratelli stanno bene?». Teneva in una mano la spugna e nell’altra un piatto gocciolante. L’acqua scorreva dal rubinetto.
«Tutti bene, tutti bene», dissi.
«Verranno a trovarti presto Lorenzo e Simona». Simona è la moglie di mio fratello.
Riprese a lavare le stoviglie.
«Papà, pensavo che un giorno quando farà più caldo, potremmo uscire e andare a fare una lunga passeggiata. Magari per i boschi, ti ricordi?».
Stava strofinando accuratamente due forchette quando sussultò nuovamente.
«Ho una domanda», disse inespressivo.
«Quale?»
«Simona chi è?».

Il giorno in cui mio padre iniziò a degenerare aveva coinciso con l’abbandono da parte di mia madre. Io e i miei fratelli eravamo già grandi e indipendenti quando nostra madre, dopo un lungo periodo di insoddisfazione, gli aveva comunicato che non lo amava più, che c’era un altro uomo nella sua vita e che si sarebbe trasferita da lui. E poi, solo poi, che le dispiaceva. Da morire.

Non ci dissero niente, né lui né lei. Rimase il loro segreto sino a quando mia madre andò a vivere col suo nuovo compagno. E la casa, insieme a mio padre, affondò.
Ricordo il puzzo di fumo stantio, posacenere colmi di cicche, stoviglie ammassate nel lavello, batuffoli di polvere che rotolavano come balle di fieno nel profondo Texas, sacchi della spazzatura accumulati all’entrata. Persino i quadri appesi alle pareti si storsero, inclinandosi e adattandosi al clima di rifiuto che prosperava avidamente all’interno della casa.
Mio padre era sdraiato sul divano, girato su di un fianco, guardava la televisione.
Chiesi che cosa stesse succedendo, dov’era la mamma, il perché di tutta quella sporcizia e di tutto quel disordine.
«Ho perso tutto, Gabri.»
«Tua madre, ho perso tua madre.»
Gli stetti vicino come mai prima di allora e odiai mia madre con tutto me stesso. La odiai e glielo rinfacciai per un lungo periodo. Poi cercai di razionalizzare e di comprendere la situazione, osservandola con occhi da adulto. E con gli stessi occhi osservai il lento e inesorabile declino di uomo che mi aveva insegnato a evitarlo e a starmene lontano sin da piccolo.

Mio padre, il giorno che seguì il nostro pranzo, si tolse la vita. La mia colpa è stata di non aver captato la veridicità nelle sue parole quando mi aveva detto che sarebbe morto. Ero così abituato ai suoi vaneggiamenti, alle sue digressioni e alle sue uscite impregnate di nonsenso, che non mi accorsi di nulla, non potevo farlo.
Mio fratello mi si avventò contro, urlandomi che avevamo sbagliato tutto, che avremmo dovuto affidarlo a una clinica. Gli risposi che sarebbe morto prima.
Mia madre pianse più di tutti. Da quando si era ammalato portava dentro sé un enorme fardello, che risuonava greve quando le sue memorie tornavano a lui.
Come odiarla? Come possiamo odiare i nostri genitori per gli sbagli che commettono?
Un giorno anche noi verremo odiati poiché inevitabilmente sbaglieremo. Sbaglieremo tanto e senza accorgercene. Lo faremo alcune volte perseguendo fini egoistici. Lo faremo, altre volte, pensando di fare del bene.
Mia madre ha solo commesso l’errore di lasciarsi trasportare dalla vita e dal corso degli eventi, senza opporsi in memoria dell’uomo che non amava più o al dispiacere che avrebbe potuto generare nei suoi figli. Lei è il capro espiatorio su cui sono ricadute più volte le colpe del nostro dolore. Non se lo meritava.

Al suo funerale feci un discorso. Parlai di uomini e donne, dell’amore che li unisce, dell’amore che finisce, di quanto mio padre fosse diventato estremamente piccolo e gracile con l’avanzare del buio e di quanto rimpiangevo la sua vera natura, l’indole grezza ma profonda dell’uomo instancabile quale era stato.
Parlai del mutamento nelle persone e a tal proposito accennai che il cambiamento segue un filo logico e aderisce al destino, agli eventi, alle peripezie di ognuno. Può sembrare, a volte, illogico e privo di senso; in realtà, siamo solo noi a non volerlo accettare.
Quello di mio padre invece fu simile a una crepa. Alterò drasticamente il corso degli eventi successivi, insultando la chimica del suo cervello.
«Mi sento incompreso», mi diceva alcune volte. Non riesco più a comprendere nulla di ciò che mi sta accanto. Non ho più la forza di guardare lontano, verso l’orizzonte, oltre le case, oltre i tetti, oltre e sempre oltre.
Poi mi disse una frase che ricorderò sempre e che oggi voglio condividerla con voi.
Mi guardò, mio padre, e mi chiese cosa pensassi di lui. Era convinto che indugiassi col pensiero e lo reputassi un folle, un matto.
Gli risposi semplicemente che sarebbe passato tutto, che tutti noi gli stavamo vicino, che avremmo riottenuto la sue forze, la sua vitalità, la sua grandiosità. Era grande di animo, così tanto grande che le emozioni lo distrussero.
Ebbene, mi disse solamente una frase. Disse: Gabri, non sono pazzo, ho solo perso il senso delle cose.
Lo abbracciai e scoppiamo in lacrime. Quella fu l’ultima volta che lo vidi piangere.

– A illustrare il racconto, Rorschach Butterfly
Tommaso Primizio
Classe ’93, nasco in Emilia-Romagna e cresco in una cittadina immersa
nelle colline piemontesi. Abile nel compiere scelte sbagliate e nel complicarmi
la vita. Studio, scrivo, leggo, suono e dormo, molto. Nel futuro mi aspetto
quantomeno di svegliarmi al mattino.
Nostalgico inguaribile.

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