Uno spiacevole incontro notturno, #3

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Uno spiacevole incontro notturno, #3
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1360 parole; tempo di lettura stimato: 7 minuti

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Erano due giorni che Eliana non mangiava, ma non aveva alcuna fame.
L’ultima cosa di cui aveva bisogno era proprio il cibo. Le gambe le si addormentavano di continuo, sentiva forti dolori alle natiche e crampi all’addome. La gola era secca e avvertiva continui brividi di freddo a causa dell’umidità della stalla. Per fortuna, aiutandosi con i sostegni di ferro, era riuscita almeno a togliersi il bavaglio e il panno, umido e fetido, che aveva piantato in bocca. Le mani facevano un male cane, sempre legate dietro la schiena.
Quarantotto ore chiusa in quella maledetta gabbia, alta neanche un metro! Eliana provò a cercare una posizione comoda per i suoi muscoli indolenziti, ma doveva cambiarla ogni quarto d’ora. Era con tale continuo contorcersi che aveva trascorso quei momenti interminabili e, soprattutto, bui.
Maledetto bastardo! Maniaco psicopatico!
Lacrime di rabbia cominciarono ad carezzarle le guance.
Mamma, ho paura! Mi starai cercando come una pazza, e io che ti ho sempre trattato male; cosa darei per rivederti di nuovo!
Eliana aveva perso tutte le sue sicurezze, non si era mai sentita così sola. Volle diventare il più piccola possibile e decise di assumere una posizione fetale. Di dormire neanche a parlarne: il nodo nel petto le toglieva il respiro. Per un secondo, chiuse gli occhi e l’immagine del vecchio col cobra le comparve nella mente. Un particolare su tutti l’aveva impressionata, un qualcosa intravisto per un istante: quell’ammasso di ossa rinsecchite aveva ruotato i bulbi oculari e lei aveva potuto così distinguere la sclera e un’infinità di vasi sanguigni. E poi, Jonathan; il serpente. Non era affatto un metro e mezzo come lei aveva creduto, ma tre volte più lungo. Avvolgeva imponente il corpo esile del vecchio dal busto in su, immobilizzandogli le braccia. Faceva capolino da dietro la spalla destra e sembrava osservarla incuriosito, con gli occhi piccoli e maligni, mentre fletteva la lingua biforcuta.
Sembrava osservarla. Forse si stava facendo suggestionare; forse il dramma che stava vivendo le aveva mandato in frantumi il sistema nervoso e vedeva cose per altre.
Acqua! Ho bisogno d’acqua!
Le labbra le si erano increspate, i colpi di tosse spaccavano il silenzio.
D’un tratto, il cigolio di una porta. La luce si accese e Jonathan fece il suo ingresso, lento come gli attimi che precedono un’esecuzione. Attraversò tutto il perimetro della stalla, seguito dagli occhi, ora attenti, di Eliana che si era immediatamente attaccata a un angolo della gabbia; poi strisciò fino al centro, proprio sotto la luce, a un metro dalla donna. Mentre si arrotolava su se stesso, la guardava.
‹‹Lasciami in pace! Va via…›› disse Eliana con la voce disturbata dal terrore.
Jonathan avanzò ancora fino a fermarsi poco prima delle sbarre. Sollevò da terra la parte anteriore del corpo, appiattì il collo, aprì la bocca mostrando due zanne piccole e aguzze ed emise un ringhio bestiale.
Eliana urlò mentre portava le ginocchia al volto. ‹‹Vattene! Vattene! Vattene!››
Poi, successe qualcosa. La testa di Jonathan volteggiò prima a destra e poi a sinistra, come se il serpente fosse ubriaco, e gli occhi la fissavano. Chiudeva e apriva in continuazione le membrane, che costituivano le sue palpebre, e muoveva la lingua in un insolito senso circolare.
Oh mio dio! Sta ridendo! Ma dove diavolo mi trovo? Cos’è quest’ess…
Il pensiero di Eliana fu interrotto dall’apparizione del vecchio. Procedeva a passo lento come uno zombie, reggendo tra le braccia scheletriche una donna imbavagliata e con le mani legate. Sembrava stordita, lo sguardo perso nel vuoto come se fosse drogata. Raggiunto Jonathan il vecchio appoggiò delicatamente il corpo a terra.
‹‹Per te Mio Signore›› fece rivolgendosi al cobra, che subito decise di esplorare il corpo della giovane, attraversandolo da sotto i jeans fino a salire sul seno.
Gli occhi interdetti di Eliana contemplavano l’assurdità della scena.
‹‹Chi sei?›› disse all’uomo con un filo di voce.
‹‹Io sono il Tramite›› rispose lui con calma olimpica e solito tono cavernoso.
‹‹Che cosa significa tutto questo? Perché non mi uccidi?›› La faccia di Eliana era una maschera di sudore.
‹‹Lui ascolta e parla attraverso me, io sono il suo servo. Mi ha scelto.››
‹‹Tu sei fuori di testa, bastardo!›› urlò Eliana con tutte le forze, al punto da attirare l’attenzione di Jonathan, che ritornò verso di lei nella stessa posizione di prima. Di colpo il vecchio cominciò ad avere delle convulsioni, i bulbi oculari ruotarono, la bocca si spalancò:
‹‹Non ho voglia di ucciderti perché la tua sofferenza è dolce››. Le parole erano scandite lentamente e con un suono che a Eliana ricordava la bambina posseduta dell’Esorcista.
‹‹E perché con te mi divertirò…››
‹‹Cosa vuoi? Da dove vieni?›› fece lei in lacrime, dopo aver imposto alla sua mente di mettere da parte i residui di razionalità che le erano rimasti. Ormai Eliana nel pronunciare quelle parole guardava Jonathan. Lui ricambiava con occhi di sfida. Il vecchio continuava a tremare con gesti incontrollabili, la giovane a terra pareva osservare il soffitto e accennava qualche lieve movimento del bacino.
‹‹“Or discendiam quaggiù nel cieco mondo”, cominciò il poeta tutto smorto. “Io sarò primo e tu sarai secondo”. Inferno – Canto IV versetti 13-15! Gioca con me. Continua tu!››
‹‹Io non voglio giocare con te!›› provò a reagire Eliana.
‹‹Se non lo fai, lei muore. Se sbagli la terzina, lei muore.›› Tali parole uscirono fuori dalla bocca del vecchio con un rumore metallico.
‹‹Tu non esisti, tu non puoi esistere›› fece Eliana scuotendo la testa e non appena vide Jonathan avvicinarsi alla giovane a terra fu assalita di nuovo dal terrore.
‹‹Aspetta… E io, che del color…›› deglutì a fatica ‹‹ E io, che del color mi fui accorto, dissi “Come verrò, se tu paventi che suoli al mio dubbiare esser conforto?”››
Il cobra ruotò la lingua, chiuse e aprì le membrane degli occhi più volte: i gesti che Eliana aveva associato al sorriso malefico.
‹‹Io sentia d’ogne parte trarre guai, e non vedea persona che ‘l facesse; per ch’io tutto smarrito m’arrestai. Inferno – Canto XIII versetti 22-24.››
Eliana chiuse gli occhi e portò la testa alle ginocchia. Doveva trovare la massima concentrazione possibile. In un’altra occasione, avrebbe risposto quasi senza neanche pensarci; Ma in quella situazione surreale…
‹‹Cred’io ch’ei credette ch’io credesse che tante voci uscisser, tra quei bronchi da gente… da gente che per noi si nascondesse›› Profondo sospiro di sollievo, anche la seconda era andata.
Senza neanche darle il tempo di rilassarsi, Jonathan attraverso il vecchio proseguì imperterrito: ‹‹Luogo è in inferno detto Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno, come la cerchia che dintorno il volge. Inferno – Canto XVIII versetti 1-3.››
Eliana era sfinita. Le parve di essere in un macabro quiz televisivo condotto da Saw l’enigmista. Ebbe una crisi di nervi e iniziò a urlare. In quel momento, Eliana non avrebbe ricordato neppure il suo nome.
‹‹Fine del gioco!››
‹‹Non farlo! Vattene via!›› gridò e poi con un tono più dimesso e implorante ‹‹Ti prego…››
Senza ascoltarla, Jonathan destò e appiattì il collo e si avvinghiò alla ragazza riversa a terra, poi le diede un morso netto e fulmineo sulla coscia destra, bucando i jeans. La giovane iniziò a gemere prima lentamente, poi man mano più forte. Eliana si costrinse a osservare quello che stava accadendo: vide la pelle della donna che diventava di un colore e di una consistenza diversa, più dura. Si trattava di squame. Le squame squarciarono i vestiti. Era come se il rettile si stesse impossessando del corpo. Erano un tutt’uno.
Eliana rimase esterrefatta. Non le uscivano più lacrime dal viso, né parole dalla bocca, il suo corpo era ormai privo di ogni liquido perché anche il sangue le si era gelato.
D’un tratto le squame che ormai avevano sepolto la carne, scomparvero e lasciarono il posto a un cadavere nudo. Il cobra maligno staccò le piccole zanne dalla coscia della donna, rivolse la testa all’indietro e si leccò il dorso, allo stesso modo di un gatto che si liscia il pelo. Questo piccolo gesto, sebbene potesse sembrare irrilevante rispetto a tutto ciò che era successo, non passò inosservato a Eliana. Senza dubbio era mentalmente provata e fisicamente distrutta, ma ora lei sapeva. Sapeva grazie a quel piccolo gesto.
Sapeva chi era Jonathan.

– A illustrate il racconto, The Waterfall of the Phlegethon di Salvador Dalí.

Carmine Madeo
Nato in Calabria nel 1987, vive e lavora a Milano. Autore del romanzo L’Ultimo rigore (La Ruota Edizioni, 2016). Ama la narrativa breve, in particolare i racconti di Stephen King, e il cinema di Hitchcock.

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