Uno spiacevole incontro notturno, #1

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Uno spiacevole incontro notturno, #1
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A Eliana sembrava di essere in un film dell’orrore.
Aveva le mani legate dietro la schiena, mentre la testa toccava una sbarra di ferro. La bocca era imbavagliata con una stoffa umida che odorava di acqua ossigenata. Dalla fronte, le iniziarono a scendere gocce di sudore che morivano sulle guance. Il pavimento sotto di lei era duro, di terra battuta. Intorno, solo il buio. Provò a muovere i piedi e le gambe e urtò ancora contro qualcosa di metallico. Realizzò di essere in una gabbia. Il respiro divenne affannoso, mentre un dolore subdolo e profondo che le partiva dalla nuca e si dipanava fino al collo, la costrinse a ricordare ciò che era appena successo.
Doveva calmarsi, innanzitutto. Calmarsi e ragionare. L’uomo della baracca, il contadino: ecco chi era stato.
La sua mente tentò pian piano di sistemare e mettere in ordine ogni singolo tassello di quella giornata.
La lezione su Dante tenuta la mattina, il giro in Duomo nel pomeriggio e poi in Corso Buenos Aires per fare shopping, l’aperitivo con Andrea sui Navigli e… la presentazione del suo ultimo libro alla Biblioteca di Dresano. Chiuse gli occhi come per focalizzare i suoi ricordi.
«Siamo felici di averla qui, dott.ssa Marini! Il suo saggio è davvero molto interessante e credo che riscuoterà un discreto successo.»
Dei manifesti rossi appesi alle pareti delle scale che pubblicizzavano il suo Destino di Paolo e Francesca, l’analisi del V Canto dell’Inferno. Incontro con l’autore alle ore 21.00 presso Biblioteca Civica di Dresano.
«Lo spero proprio, lo considero uno dei miei lavori migliori», le aveva risposto.
Erano presenti una ventina di persone, tra cui suoi allievi, qualche professore di lettere e appassionati di letteratura medievale. Subito dopo la discussione e le risposte alle domande di rito, Eliana aveva partecipato al rinfresco allestito dagli organizzatori. Si sentiva entusiasta per la presentazione e si era concessa più di due bicchieri di spumante. Amava e curava molto il suo fisico, seguendo una corretta alimentazione che di solito escludeva le bevande alcoliche. Aveva trentadue anni e ancora non era sposata, ma i suoi spasimanti erano innumerevoli, tutti desiderosi di poter stringere tra le labbra quel seno sodo e sbizzarrirsi tra quelle cosce lunghe e dritte.
Ma poi qualcosa era andato storto, quella sera. Mentre stava ritornando a casa percorrendo le campagne della paullese una gomma era esplosa e lei era stata costretta a fermarsi. La strada era deserta a quell’ora della notte.
Aveva provato a contattare Andrea, ma non c’era campo. Poteva solo effettuare le chiamate d’emergenza.
“Mannaggia. Ci manca solo che si metta a piovere, adesso!” aveva pensato. “Una donna che rimane a piedi di notte in aperta campagna. Nemmeno in un libro di King!”
Aveva dato un’occhiata alla gomma distrutta e al ruotino di scorta sul retro. Peccato fosse sempre stata negata per i lavori manuali.
La nebbia di novembre stava cominciando a salire ed Eliana avvertiva brividi di freddo. Che fare?
Si accorse che a circa mezzo chilometro dal punto in cui si trovava, una debole luce, immersa nei campi coltivati, faceva capolino.
“E se andassi a dare un’occhiata laggiù? Mica posso chiamare i carabinieri per una cosa del genere, ma sicuro non posso trascorrere qui tutta la notte!”
Aveva indossato una felpa di pile che portava sempre nel cofano e si era avventurata in direzione della lucina. Mentre avanzava lentamente sentiva i suoi tacchi sprofondare nella fanghiglia. La pioggia del giorno prima aveva reso il terreno morbido.
Intorno a lei, buio assoluto.
Eliana aveva messo male il piede ed era scivolata, così si era infangata tutti i vestiti e il viso leggermente truccato.
Iniziò ad avere paura.
Si voltò per scorgere la sua auto, ma non c’era più. Era tutto nero. Era come ritrovarsi in mare aperto, senza sapere che direzione prendere per raggiungere la riva. Il cuore cominciò a martellarle forte nel petto. Non aveva più neanche la forza di piangere.
L’unica cosa che le dava una piccola speranza era quella debole luce, che ora vedeva più vicina. Non c’era altro da fare che proseguire.
Si tolse i tacchi e si mise a correre a piedi nudi.
Man mano che si avvicinava, si delineava la sagoma di una casa rustica. Affianco alla struttura, sorgeva una stalla in legno. Si fermò, piegandosi sulle ginocchia, e prese fiato. Un lungo sospiro di sollievo. Sicuramente c’era qualcuno.
“Devo chiedergli aiuto! Saprà come si monta una ruota, o almeno… un telefono… ho bisogno di un telefono!”
Si avvicinò cauta alla porta per dar più tempo al suo corpo e al suo aspetto di riprendersi e bussò.
Rumore di una sedia che si sposta. Passi lenti. La porta si apre.
Eliana si trovò davanti un vecchio alto e secco con dei capelli bianchi e sporchi sistemati alla bell’e meglio sulla testa. Incavati gli occhi grigi e raggrinzita la pelle. A primo acchito, Eliana gli diede 120 anni! Indossava una camicia di flanella e delle bretelle che gli cadevano larghe sul petto smunto.
«Le chiedo scusa se le piombo così a quest’ora, ma davvero ho bisogno del suo…»
«Lo so», fece il vecchio con voce cavernosa.
«Cosa sa?», fece Eliana, spiando gli interni dell’abitazione. Non c’erano piastrelle sul pavimento, ma terra battuta, a tratti irregolare. Un ammasso di fieno, accatastato alla parete di fronte, con sopra una coperta e un cuscino, doveva fare da letto. Notò un caminetto col fuoco acceso; una poltrona consumata e un tavolo di plastica era l’unico altro arredamento visibile.
Il vecchio la fissava senza fiatare.
“Questo è pazzo!”, pensò Eliana “Ho beccato il più matto della pianura Padana. Brava, Eliana, bel colpo!”
«Va bene, scusi se l’ho disturbata!» Fece per voltarsi quando…
«Ti stava aspettando… il mio Jonathan ti stava aspettando!»
«Cosa…» Non ebbe il tempo di finire la frase, né di girarsi. Sentì un colpo forte dietro la nuca, il mondo intorno a lei che ruotava e, poi, l’oscurità profonda.

“Oh mio Dio, mi ha rapito” pensò Eliana “mi ha rapito e mi tiene prigioniera!”
Inferno! Si sentiva all’inferno.
Era sempre stata affascinata dal mondo demoniaco, aveva studiato con zelo tutte e trentatré le cantiche dantesche. E ora le sembrava di riviverlo.
Chi poteva essere quel maledetto vecchio? Un serial killer? Un sadico? Cosa poteva volere da lei? Forse non ucciderla, altrimenti lo avrebbe già fatto. L’idea che le attraversò la mente la fece rabbrividire: forse il vecchio voleva semplicemente torturarla e solo dopo farla fuori.
Era in una gabbia. La poteva sentire con la schiena e con le punte dei piedi. Una gabbia a forma di cubo. Lui l’aveva trascinata nella stalla, tant’è che captò un odore di fieno e di letame. Non c’erano finestre, ma anche se ci fossero state, c’era il novilunio. Nulla da fare.
Le lacrime, espressione della sua impotenza, divennero copiose. “È la fine! Questa è la fine!” I polsi legati all’indietro le facevano male, gli avambracci erano irrigiditi.
D’un tratto sentì qualcosa, qualcosa di viscido che le saliva per le gambe. Poi un suono, un sibilo leggero e impercettibile. Aveva un animale addosso e non poteva che essere un serpente.
Una sensazione di orrore le travolse il cervello, voleva urlare, ma la bocca era tappata. Cominciò a respirare a fatica.
Stai calma, stai calma o sei morta.
L’unico modo per evitare la morte era far finta di essere morta. Non appena sentì quel viscidume salirle fino all’ombelico, si paralizzò il suo corpo.
Il respiro. Controlla il respiro.
Il sibilo divenne più intenso, la lingua del serpente le aveva sfiorato l’addome, lo aveva percepito.
Ora lo sentiva tra le sue tette. Lo sentiva curvare verso destra e procedere attorno al collo.
Aveva un rettile come sciarpa! Eliana chiuse gli occhi. Pensò alla presentazione del libro, doveva trasmigrare la mente altrove. Adesso sopravvivere era solo una questione di testa e sangue freddo.
Pensò allo spumante…ecco che se ne va… il viscido le stava scendendo lungo le spalle. Pensò alla direttrice che le aveva detto che il suo saggio era davvero molto interessante… se ne va… se ne sta andando… Il serpente era sulla parte alta della natica. Doveva essere lungo un metro e mezzo circa. Eliana constatò il rigonfiamento dell’abito di seta sulla coscia destra. Se ne va, se ne va. Resisti solo un altro po’.
Ginocchio, stinco, piede. Ora non c’era più. Eliana si lasciò andare in lacrime silenziose e respiri profondi.
Si accese di colpo una luce e la prima cosa che vide fu il vecchio seduto davanti a lei che la fissava, con un cobra sulle spalle.

– A illustrare il racconto, Minosse alle porte dell’Inferno, ritratto da Gustave Doré.

Carmine Madeo
Nato in Calabria nel 1987, vive e lavora a Milano. Autore del romanzo L’Ultimo rigore (La Ruota Edizioni, 2016). Ama la narrativa breve, in particolare i racconti di Stephen King, e il cinema di Hitchcock.

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