Uno spiacevole incontro notturno, #2

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Uno spiacevole incontro notturno, #2
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La colonna sonora di Psycho partì per la terza volta e a quel punto Andrea decise di alzarsi dal letto. Non era di certo la musica più adatta per un dolce risveglio, ma lui adorava i film di Alfred Hitchcock e Psycho era il suo preferito. Appena levò via le coperte, avvertì un brivido di freddo: aveva dimenticato di azionare il timer del condizionatore e la sua camera sembrava una cella frigorifera. Il naso era gelido come un cubetto di ghiaccio. Odiava l’inverno milanese e soprattutto era alla ricerca di un alloggio più confortevole del suo triste monolocale di viale Zara. Sistemò con pigrizia il divano letto nuovo di zecca, unica concessione della sua locatrice e accese il fornellino del gas per prepararsi il caffelatte. Diede un’occhiata al suo smartphone: nessuna notifica su Whats App. Eliana non si era fatta sentire. Una smorfia di delusione.
Quella ragazza gli piaceva proprio, Andrea non aveva dubbi in merito. Eppure non riusciva a fare il passo decisivo, a rompere quel confine tra l’amicizia e il qualcosa di più.
“Aveva detto che mi avrebbe scritto, una volta tornata a casa” pensò mentre si lavava la faccia per levare ogni traccia del sonno “che mi avrebbe informato su come era andata la presentazione del libro… e invece non l’ha fatto”. Forse Eliana non aveva alcun interesse per lui, forse lo considerava un semplice amico. D’altronde quanto erano diversi loro due? Lei, una donna ambiziosa, di cultura, scrittrice di libri, studiosa di letteratura; lui un carabiniere semplice con uno stipendio da impiegato, troppo basso per vivere in una città metropolitana. Mentre inzuppava una crostatina di nutella nel caffelatte ripensò al loro primo incontro della settimana scorsa.
L’aveva avvistata nei pressi dell’Arco della Pace, in zona Sempione, intenta a leggere un libro su uno dei lastroni bianchi che circondavano il monumento. Andrea non aveva mai letto un libro nel suo tempo libero. Eliana indossava dei jeans molto stretti che solleticavano le fantasie di Andrea. Era un’immagine seducente, e lui si innamorò subito di quei capelli neri ondulati e di quell’aria da intellettuale e di donna in carriera che lei lasciava trasparire. Doveva in qualche modo intraprendere una conversazione e pensò di andare a chiederle se aveva da accendere, il tipico approccio da sbirro medio. Forse Dio, nel captare quell’intenzione tanto scontata, volle darle un pizzico di originalità. E cosa c’era di più originale di una grandinata improvvisa e violenta?
In un lampo il cielo fu assalito da minacciose nubi che diedero luogo a un’inaspettata bufera d’acqua e ghiaccio.
«Vieni, corri da questa parte…la mia auto è parcheggiata lì dietro» le urlò mentre osservava la gente correre a destra e a manca e rifugiarsi nei locali e alcuni tavolini e sedie essere spazzati via dal vento. Eliana non aveva scelta e decise di seguirlo, riparandosi la testa col cappuccio della felpa. Le presentazioni avvennero in macchina e Andrea si offrì di accompagnarla a casa.

«Perché non sali da me? Non farti illusioni, non te la darò! Ma sei stato così gentile che vorrei sdebitarmi con un tè» gli disse non appena arrivati a destinazione. Ovviamente Andrea non se l’era fatto ripetere. i erano rivisti un altro paio di volte a cena e infine ieri per un aperitivo…
Squillò il telefono. Andrea ebbe un sussulto, ritornò al mondo reale. Era Tommy.
«Che cazzo vuoi?»
«Il tuo, purtroppo! Stamattina devo accontentarmi del tuo cazzo moscio»
«Wow che bello! Ci divertiremo a fare gli spadaccini»
«Vedo che ti sei svegliato con il pepe al culo! Sto per passare, sbrigati a scendere da quel buco di merda in cui vivi»
Andrea chiuse la conversazione con un rutto. Bevve in fretta quello che rimaneva del latte e si vestì per prepararsi ad affrontare il solito giro di perlustrazione che lui e Tommy facevano da un mese a questa parte. Un lavoro inutile, pensava Andrea, ma d’altronde erano queste le direttive dei capi e a lui non restava altro da fare che adeguarsi.
“Il mistero delle donne avvelenate” pensò mentre scendeva dalle scale del suo condominio “ma vaffanculo! Sembra un giallo di Agatha Christie”. Si assicurò che il registratore fosse nello zainetto a spalla. Non aveva assolutamente voglia di scrivere le informazioni che avrebbero fornito le persone della pianura padana. Anche se, in realtà, non ci sarebbe stato molto da scrivere: nessuno sapeva niente, nessuno aveva mai visto quelle tre donne ritrovate nei campi a una settimana una dall’altra con due forellini sulle cosce.
«Il morso di un cobra reale» aveva detto il medico legale.
«Un cobra reale, in Italia?» gli aveva risposto Tommy con gli occhi fuori dalle orbite.
«La capisco, eppure è così. Ho fatto analizzare il veleno che ho trovato nei cadaveri a un laboratorio specializzato. In effetti è uno dei serpenti più letali, ma si trova nel sud-est asiatico»
«Crede che possa essere lo stesso serpente?» aveva fatto Andrea.
«Non posso esserne certo, però la zona del ritrovamento è la stessa, ergo…» il dottore aveva inarcato le spalle, a mo’ di conferma.
Le domande che travolgevano la mente di Andrea non erano ancora riuscite a trovare una risposta plausibile: cosa ci facevano quelle donne nei campi di Dresano? Come erano arrivate fino a dove i loro corpi erano stati ritrovati? E, soprattutto, dove cavolo erano finite le auto?
Lui e Tommy avevano interrogato i parenti e familiari delle vittime, ma l’unico punto in comune che erano riusciti a trovare era che tutte e tre, la sera della scomparsa, avevano percorso la strada paullese.
Miriam Gentile stava ritornando a Milano dopo aver fatto visita alla nonna che abitava a San Donato; la vecchia signora Erika Ganci stava per raggiungere il circolo delle giocatrici di bridge di cui era presidentessa; Marta Ruffini, dopo essersi ubriacata al Jambo, aveva voglia di una dose di coca ed era alla ricerca del suo spacciatore – il quale era stato poi messo sotto torchio da Andrea e Tommy senza successo.
«Siamo da mezz’ora in macchina e ancora non hai detto una cazzata. Che ti succede?» chiese Tommy ad Andrea, mentre si sistemava i Rayban per coprire gli occhi dal pallido sole mattutino. Percorrevano la paullese per raggiungere Peschiera Borromeo dove avrebbero sentito un pensionato che aveva chiamato più volte il 112 per ribadire con forza di aver visto un tipo sospetto aggirarsi per il paese. Tommy e Andrea sapevano bene che non potevano trascurare neppure la più piccola traccia in quel periodo e soprattutto in quella zona, ma sapevano altrettanto bene che sarebbe stato l’ennesimo interrogatorio inutile.
«È che mi sembra tutto così strano…»
«Che c’è di strano?»
«Nulla! Un serpente serial killer si aggira nella zona e noi indaghiamo su di lui!»
Tommy rise sguaiatamente. «Mi pare ovvio che dietro ci sia la regia di uno psicopatico: uccide e come arma usa un animale» riprese, lisciandosi la barba incolta.
«Ma non arriveremo da nessuna parte. Le auto spariscono, nessuna traccia. Nessun elemento per capire il percorso delle vittime, non sappiamo se siano state ammazzate sul posto o altrove».
Andrea sospirò «Comincio a pensare che ci sia qualcosa di demoniaco dietro a tutto questo!»
Demoniaco. Demoniaco. Demoniaco. Divenne un’eco nella mente di Andrea.

Era pomeriggio inoltrato quando Tommy stava per lasciare il suo collega a casa. Come previsto, le informazioni assunte dal vecchio si erano rivelate deliri da arteriosclerotico. I due avevano proseguito fino a San Donato, percorrendo principalmente le zone di campagna. La speranza era di trovare un nonsoché di illuminante così da svoltare le indagini. Ma, nulla. Nulla di nulla.
«A domani socio» fece Andrea prima di scendere dall’autocivetta. «Dì a tua moglie di ciucciart…»
D’un tratto squillò il suo smartphone. Indugiò qualche istante, poi guardò Tommy: «È il boss…»
«Guai in vista?»
«Presumo»
«E rispondi, cazzo!» urlò Tommy. Andrea gli lanciò un dito medio nel portare il telefono all’orecchio.
«Buonasera comandante… Sì, certo… tutto al solito; calma piatta… come dice? Una denuncia di scomparsa? Ah, dove? Dresano? Okay, veniamo subito in caserma a recuperare la foto… come si chiama?» All’improvviso Andrea impallidì, lo smartphone gli scivolò dalle mani.
«Ti senti bene?» fece Tommy preoccupato.
Andrea non rispose. Si limitò a guardarlo, ma gli occhi erano persi nel vuoto.

Carmine Madeo
Nato in Calabria nel 1987, vive e lavora a Milano. Autore del romanzo L’Ultimo rigore (La Ruota Edizioni, 2016). Ama la narrativa breve, in particolare i racconti di Stephen King, e il cinema di Hitchcock.

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