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Hentai, Giovanni e Belzebù

Autrice
Deborah D'Addetta
Ciclo #15 - Spaghetty Scorretty
Narrativa generale
6 luglio 2023

«Mastroseccia».
In piedi, l’uomo fissava i suoi alluci carbonizzati. Provò a sollevare la testa per guardarsi intorno, ma quella cadde di lato e il collo si piegò in un angolo innaturale verso la spalla. L’afferrò con tutte e due le mani per rimetterla dritta. Era circondato da una vastità di nuvole azzurrine, un loop infinito e vaporoso fin dove arrivava l’occhio. Lo schema s’interrompeva bruscamente solo alla sua destra: due frecce al neon rosso galleggiavano e luccicavano senza produrre ombre. Una puntava verso l’alto, l’altra verso il basso.
«Mastroseccia!»
Non sentiva né caldo né freddo, non aveva fame o sete, non era stanco, non doveva fare cacca o pipì. D’improvviso sentì un blop. Si era dimenticato dello stato precario della sua testa e il collo si ripiegò a novanta gradi, ma riuscì comunque a vedere una piccola salsiccia scura che si agitava ai suoi piedi.
«Uè Giova’! Sei tu!»
Un bassotto nano dagli occhietti vispi e la coda mozzata gli abbaiò contro. Mentre si chinava per accarezzarlo notò che aveva il pelo bruciacchiato, mentre lui portava un camice da ospedale. Sul petto teneva appuntata una targhetta che recitava “Mastroseccia Nunzio – I”.
Un colpo violento ai reni lo fece cascare in ginocchio. A Giovanni, che non abbaiava mai quando il caso lo richiedeva, tremarono le orecchie.
«Vieni avanti oppure ho tempo di farmi un ditalino?»
Nunzio non sentì dolore. Si rimise in piedi, raddrizzò la testa e finalmente si accorse di non essere solo: alle sue spalle troneggiava una grassona avvolta in un tailleur color indaco; sulla testa portava una parrucca alla Moira Orfei dello stesso tono di blu e in punta del naso, aggrappati a un porro roseo, resistevano un paio di occhiali con le paillettes. Se ne stava seduta davanti a una scrivania su cui era posto un faldone aperto.
«Dove stiamo qua? Chi sei tu?»
Donna – questo era il suo nome – chiuse il volume con uno scatto e lo voltò verso di lui: sulla copertina c’era scritto Mastroseccia Antonio Nunzio (nato il 28-04-1963, morto il 06-07-2023).
«Ti sembra forse il Papeete Beach?» ribatté quella, «sei morto, coglione».
Nunzio sbiancò, Giovanni si mise a pisciare in giro.
«Sei luglio… ma è oggi!» urlò, «so’ morto oggi!»
Donna si rimise il faldone sotto il naso e lo riaprì. «Vedi di calmarti. Per colpa tua e della tua famiglia di mentecatti ho dovuto spostare l’appuntamento con l’estetista del Terzo Girone. Si fa pagare oro, quella troia, ma è la migliore dell’Averno. Psss, lo sai che li ingozzano come porci laggiù? Quel satanasso è proprio un genio. Fossi al posto tuo, ringrazierei di non essere un goloso».
Un altro blop spaventò Nunzio: apparvero sua moglie Catena; Andrea e Flavia (suo fratello +1); nonna Lina, nonno Paolo e sua figlia Valeria. Erano tutti scalzi, indossavano lo stesso camice da ospedale e sulle targhette c’erano i loro nomi e varie “I” e “P” accanto.
Erano variabilmente carbonizzati, chi più chi meno.
«Eccoli qua» sbottò Donna, tirando fuori una sigaretta elettronica azzurra, «i Mastroseccia al completo. Quanto cazzo siete brutti, Dio caro».
Catena, una femminuccia insignificante il cui unico pregio era la ricetta per il sartù di riso, si portò le mani alla bocca. O almeno, a quel che ne restava.
«Uh Maronna mia, Nunzie’… pecché tieni la capa appesa?»
Nunzio strinse gli occhi per leggere la sua targhetta: “Catena Mastroseccia – I”. Si domandò cosa volesse dire quell’uno romano accanto al nome. Forse, almeno da morti, erano primi in qualcosa. Donna intanto aveva incrociato le braccia e spippava fumo azzurrognolo sorridendo.
Sulla scrivania erano comparsi altri sei faldoni di spessore diverso.
«Oh Nu’, ma che è qua?» gli sussurrò suo fratello Andrea, «non ti pare chill’albergo a Lugano?»
Nunzio lanciò un’occhiata a Flavia, la compagna di suo fratello: si guardava intorno con la faccia da beota. Accanto al suo nome aveva una “P”. Cercò di ricordare le lezioni di latino del ginnasio: forse la “P” stava per cento? Mille? Intanto Giovanni ancora pisciava in giro contro pali della luce immaginari. Donna schioccò le dita facendo comparire un nano vestito da Sailor Mercury: afferrò il cane, gli fece un nodo al cazzo e gli diede un bacio sulla testa.
«Questa è sessualizzazione del corpo queer» protestò la giovane Valeria, indicando la gonnellina a pieghe. Il nano, in risposta, svanì in un puff di fiocchetti e piume azzurre.
Donna scoppiò a ridere.
«Ho una notizia per te, lella. Dio è un maschio giapponese, originario di Akihabara. I suoi sottoposti, per contratto, devono vestire da marinarette. Compra le divise Made in Hell® e le mutande usate dalle lussuriose del Secondo Girone, manda me a prenderle quando vado a fare la manicure. Sottovuoto. Però gli straordinari mica me li paga, quel porco».
«Si dice maschio cis» corresse l’altra, arrotolandosi il camice per scoprirsi un po’ le cosce ustionate.
Donna sbatté le mani sui faldoni.
«Adesso basta, stronzi. Vi devo smistare, così vi levate dal cazzo e io posso scendere di sotto. Sarei in ferie, sapete? Ho un volo per il Cerchio degli Spiriti Amanti che parte stasera».
«Lina» biascicò il nonno senza dentiera, «ma Titina delle poste era accussì chiatta pure ajere?»
Donna posizionò meglio il culone sulla poltrona, afferrò il faldone di Nunzio e lo aprì all’ultima pagina, all’indice.
«Allora, Nunzietto, facciamo una cosa rapida, eh? Qui leggo: frode e riciclaggio. Poi, tradimento, onanismo – ma detto tra noi, questo non è un peccato grave, il Sommo lo fa sempre e anche i preti – omosessualità! Ahi, ahi! Dio non va d’accordo coi froci, sai? Coi froci e coi tirchi. I primi inculano gli altri, i secondi nessuno. Sai, Lui è fissato con la passera e con le chiappe, ha fatto un accordo con Allah per farsi le ferie d’agosto nello Janna, ha in mente una gang bang con le loro settantadue vergini. Vanno d’accordo quei due, checché ne diciate sulla Terra: odiano le stesse cose».
Andrea si avvicinò a Nunzio e gli diede una gomitata.
«Che significa onanisimmo?»
«Gesù bambino, Gesù bambino» gemette Catena.
«Devi solo confessare che ti sei ficcato svariati ortaggi e oggetti oblunghi nel culo e che hai imbrandato tuo cugino Mimmo a sedici anni in quel pisciatoio di Rimini» riprese Donna, scorrendo con un dito su un rigo, «ma devo dirti che, in qualsiasi caso, finirai all’Inferno. Precisamente… Sezione Sodomiti – Terzo Girone del VII Cerchio dell’Inferno. Mimmo ti raggiungerà tra venti anni esatti, morto affogato a causa di un panino con la mortazza. Che simpatico burlone il Divino: un porco per un porco».
Catena scoppiò a piangere, il bassotto a guaire; nonna Lina tastava le frecce al neon cercando di capire se fossero piante esotiche e Flavia continuava a guardarsi intorno con una faccia da fessa.
«E tu Catena!» esclamò Donna, chiudendo il faldone di Nunzio e aprendo il suo, «che probabilità di successo e felicità potevi mai avere con un nome così? Ovvio che ti sia capitato un marito ricchione…»
«Oh, ‘nu mumento!» urlò Nunzio, tenendosi la testa, «ma se devo andare all’inferno pecché sulla mia targhetta ci sta scritto uno?!»
Donna abbassò lo sguardo, il mento si appoggiò su tre o quattro rotoli di grasso.
«Ricchione e pure ritardato. Quello non è un uno, ma una i maiuscola. “I” sta per Inferno».
Nunzio si sentì svenire, ma riuscì a resistere solo spinto dall’urgenza di leggere sulle targhette degli altri. Anche sua moglie aveva una “I”, afammocc, pensò, brutta frigida fessa chiusa. Tutti gli altri avevano una “P”.
«Ma… e Valeria allora? È lesbica!»
Donna alzò gli occhi al cielo.
«Cristo… hai sentito quando ho detto che Dio è maschio e giapponese? Due femmine che si succhiano il clitoride a vicenda, hai presente? Fosse per lui abolirebbero tutte le puntate di Berserk e manderebbero in onda solo hentai, ma il satanasso di sotto non ne vuole sapere. Kentarō Miura – che è il suo bestie – gli fa il culo a strisce se interrompono il manga e l’anime».
«Io non sono lesbica, pa’! Quante volte te lo devo dire? Sono una genderqueer-non-conforming
«Nunzie’, Nunzie’!» gemeva Catena, «Gesù bambino, aiutami tu!»
«Amore, ti faccio uno spoiler» sbottò Donna, «Dio non è mai stato bambino, sarebbe stato un periodo di astinenza troppo lungo. Bene, ora passiamo al tuo smistamento!»
«Mica aggio capito arò stanno ‘e puttane ‘e Lugano…» sussurrò Andrea.
Donna diede una svapata alla sigaretta elettronica, prese a sfogliare il faldone di Catena fino all’indice e sorrise.
«Se c’è una cosa che il Suino Onnipotente odia più dei froci e dei tirchi sono i boomer su Facebook che scrivono tutto in CAPS LOCK e credono che la loro opinione sia indispensabile» spiegò Donna, gli occhiali che mandavano bagliori dorati, «qui c’è una lista Excel che mi hanno stilato i ragazzi della sezione Crimini Social: sette account fake su Facebook e quattro su Instagram, post contro i vegani – e qui tesoro, detto tra noi, andiamo d’accordo, che cazzo campi a fare se rifiuti una bella bistecca o un polpo arrostito? – contro i trans che sponsorizzano le piastre GHD – sotto questo video hai scritto “meno male che mio marito è pelato”, e sotto quest’altro, fingendoti Andrea, “ma a nessuno piace più la pheega?” – insomma, tutto bene fin quando la gente si limita a piangere dallo psichiatra o a vomitare nel cesso, ma i tuoi commenti hanno spinto una persona a suicidarsi, e qui prendiamo il suicidio molto sul serio. Ricordi? Quella ragazzina a cui davi addosso ogni singolo giorno perché faceva vedere il culo su Instagram? Quando ti ammazzi non puoi più scopare né bere né strafocare, ti neghi ogni piacere della vita, e Dio è un viveur, non so se mi spiego – le puttane, le conigliette di Playboy e le attrici di OrgasmicTipsForGirl.com hanno un posto speciale nel suo cuore e nel suo cazzo».
«Si dice sex workers!» protestò Valeria.
«Nun so’ per niente pelato, io!» gridò Nunzio, toccandosi la testa, «e comunque la colpa nun è ‘a mia! Papà è stato! Lui registrava i filmini di Telecapri sulle nostre cassette di Aladino e Peter Pan!»
«Tiempe belle ‘e ‘na vota» sospirò nonno Paolo. Lina continuava a tastare le frecce fosforescenti.
«E non è peccato allora essere come Flavia?» insistette Nunzio, «che vita è chella?»
«Flavia ha la 104 e porta i soldi a casa. Andrea li spende tutti generosamente donandoli alle sex workers, quindi a lui spetta il limbo dei lussuriosi eterosessuali. Sono andata bene, Valeria?»
Nunzio cadde in ginocchio, in lacrime. Il collo si spezzò di lato.
«Ma famme ‘o piacere, Nunzie’!» sbottò Andrea, «manco fosse la prima volta che ti mitte a pecora! Lo sapevamo tutti che eri frufru! Perciò a Lugano hai fatto finta ‘e tenè ‘a cacarella!»
Donna si alzò in piedi e schioccò le dita. Sparì la scrivania, i faldoni, la sigaretta elettronica. Le frecce davanti a nonna Lina cominciarono a lampeggiare con violenza.
«Mi avete fracassato il cazzo, voi Mastroseccia» disse, puntando le mani nei fianchi lardosi, «sono le quattro di pomeriggio, tra qualche ora ho il volo e non ancora sono scesa a farmi le unghie».
Comparve il nano, vestito stavolta da Chibiusa, con tanto di parrucca bionda e campanellini e una bacchetta a forma di falce di luna.
«Oh, oh! Aspe’!» urlò Valeria, «ma io voglio sapere come so’ morta!»
Donna sospirò, portandosi una mano al petto.
«Una fuga di gas in casa. Il vostro pianerottolo è completamente esploso. La frigidona di tua madre si è scordata la valvola aperta dopo che ha preparato il pranzo della domenica. Siete morti tutti nell’esplosione, tranne Nunzio, che è stato prima decapitato da una lamiera. Ora basta, levatevi dai coglioni».
Il nano puntò la bacchetta contro ognuno di loro: Nunzio e Catena sparirono all’Inferno, nonno Paolo, Andrea e Valeria in Purgatorio. Sulle targhette di Flavia e nonna Lina baluginò una “P” dorata. Donna si avvicinò alle due.
«Flavia cara, sei troppo scema e troppo bona per essere sprecata. Il Sommo ti vuole nel suo harem. E tu, vecchia, serve un giardiniere che curi il suo campo di orchidee Miltonia. Sai com’è, il porco ci tiene ai regali d’anniversario e ha intenzione di portare un mazzolino a ognuna delle meretrici arabe».
Il nano agitò la bacchetta un’ultima volta. Con un colpo di polso sparì lui, Flavia, nonna Lina e anche le frecce. Donna guardò l’ora su un Tissot immaginario, alzò una cornetta immaginaria e compose un numero immaginario.
«Pronto, puttanella. Sì, lo so, sono in ritardo, ma ho dovuto sfangare una pratica che non ti dico. Puoi chiedere a Cerbero di passare a prendermi, che facciamo prima? Sì, le voglio color mela-del-peccato così si abbinano ai miei prendisole nuovi. Ah, sta arrivando un tizio nuovo dai Sodomiti, magari quando torno andiamo a vederlo correre sotto la pioggia di fuoco…prendi i ticket! Mi raccomando, prima fila! A tra poco, ciao cara».
D’improvviso Donna sentì un guaito. Abbassò gli occhi e si rese conto che Giovanni era ancora lì.
«Cazzo, non si finisce più oggi».
Lo prese in braccio, se lo sistemò sotto l’ascella e si avviò verso il bianco infinito.
«Ti porto da Cerbero, che dici? A lui piacciono i bassotti piscioni. Potrebbe anche fare di te un nuovo strumento di tortura. Almeno non ti devi più sorbire le perversioni del tuo padrone, povera stella. Ti fa tanto male il culetto?»
Giovanni si leccò il pisello annodato. Pregò che Cerbero sistemasse anche quello, nei video porno che guardava Andrea aveva sentito dire che all’Inferno circolavano parecchie cagne.


A illustrare: Maestro Muten, aka il Genio delle Tartarughe di Dragon Ball. Artista: Toyotarō. Fonte: Pinterest.