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La Donna Ragno

Autore
Stefano Bonazzi
A scelta dello Chef
Narrativa generale
24 febbraio 2023

Un uomo mi tiene per mano. Dice, vieni, vieni nel mio parco dei divertimenti.
La strada che facciamo è deserta, polverosa. Crepe emerse dalla terra formano un tratto sconnesso per arrivare alla biglietteria. Attorno, un nulla bianco di luce e foschia. All’entrata del parco non c’è nessun altro in coda. Sento una musica provenire da una bancarella di zucchero filato, un ciccione con barba e trucco da donna sta leccando un bastoncino rosa. Gli occhi socchiusi nel piacere, contornati da ciglia scure e lunghissime con le punte inzuppate di lustrini. La sua lingua sporge avida da un paio di labbra fucsia coi contorni tutti sbavati. Lo zucchero gli si appiccica sulla barba, sulla canottiera sporca di sudore.
L’uomo che mi ha portato fin qui non smette di lasciarmi la mano. Adesso dice vieni, vieni nella casa infestata. C’è una cosa che devi assolutamente vedere. Io cammino in mezzo a tutto questo bianco e queste giostre che si vedono appena, di cui sento ogni nota stonata. È come se filassero nell’aria per poi scivolare verso il basso come la melassa delle mele candite accanto al giostraio. Ci siamo solo io, l’uomo che mi tiene per mano e loro, i giostrai. Nessun bambino sta correndo al calcinculo, nessun adulto prende a pugni il sacco della boxe. I cavallucci dondolano e ruotano piantati sopra un disco di luci colorate che baluginano nella nebbia.
E poi c’è lei, La meravigliosa casa infestata.
L’aspetto, sghembo e fatiscente, promette più di tutti quei mostri di cartapesta messi insieme con lo spago per il pollo. Voglio andarci, voglio andarci. Sono io che lo dico, anche se la voce sembra uscire da qualche parte nel bianco infinito attorno a noi. Dobbiamo visitare la casa infestata.
Sei sicuro?
Chiede il nano all’entrata.
Sta facendo roteare un birillo sulla sua fronte larga. Sul tendone che sventola appeso alla tettoia c’è scritto che è la cosa più spaventosa del mondo.
Certo che ne sono sicuro. Dobbiamo, dobbiamo, dobbiamo. E mentre lo ripeto, sento qualcosa di nuovo che si muove in mezzo alle gambe. Pulsa e spinge come un soldatino testardo contro la stoffa dei pantaloni. Qualcosa che non sembra appartenere al mio corpo. Dobbiamo, dobbiamo, dobbiamo.
L’uomo consegna il biglietto al nano giostraio, quello lo valida staccandone un pezzetto con l’unico dente rimastogli in bocca.
Su, forza, accorrete, fate in fretta! Oggi c’è la nostra attrazione migliore. Vengono persone da tutto il mondo solo per vedere lei. La Donna Ragno! L’unica! L’originale!
Il nano tira un cordone e le tende si schiudono. Dal varco all’entrata proviene un’altra di quelle musichette scordate che sembrano uscire da un grammofono sghembo.
Avanti, avanti. Non fatela aspettare. Se si arrabbia vi divora!
L’uomo stringe la presa, fa un passo avanti. Di colpo siamo dentro questa stanza enorme che non sembra più una giostra, neppure una casa infestata, semmai una camera da letto ma non come la mia. Una camera da letto per adulti, con un letto più grande, cuscini più grandi, tutto più grande. Una camera di quelle dove si entra per strusciarsi e sospirare, fare quelle cose che ascoltavo di nascosto e non capivo mai se fossero di piacere o di dolore. Letti e corpi che respiravano assieme, nelle stanze chiuse a chiave, sempre più grandi, con un solo foro da cui sbirciare, sempre più piccolo.
L’uomo finalmente mi molla la mano, si avvicina, prende un cuscino: è rosa, enorme, sembra fatto di zucchero filato. Lo mette in terra accanto ai miei piedi.
Vieni, siediti, aspettiamo che arrivi la Donna Ragno.
Mi spinge giù e sorride, la luce di un faretto fende il buio della stanza e illumina il centro di quel materasso affamato che sembra dilatarsi e ingrandirsi a ogni mio respiro.
Eccola, preparati! Eccola che arriva!
Poi un rumore strano, come di corda che si tende. Qualcosa da un punto lontano, in alto, così in alto che pare arrivare dal cielo stesso, si apre nell’oscurità. Una botola, un cigolio, ante che scorrono su cardini arrugginiti ed ecco che lentamente una macchia nera cala  nella stanza.
La Donna Ragno. Appesa a un filo di seta trasparente. Un tronco senza gambe, senza braccia. La Donna Ragno, eccola. Un bozzolo di carne fasciata da una calzamaglia tessuta in quello stesso filo che la lega al soffitto.
Guardala, guarda bene come ondeggia mentre scende verso di noi.
L’uomo mi afferra il mento, mi costringe a fissare quel pezzo di corpo. Si dimena furioso nel raggiungere la superficie del letto. Attaccati agli arti ci sono solo pochi centimetri di pelle. I moncherini sono stati cuciti alla meglio. Grumi di grasso e nervi si muovono sopra le sporgenze delle ossa recise come labbra di bocche strizzate e ammassate le une sulle altre.
Guardala, Guardala bene. Tanto lei non ti può vedere. Le ho cavato gli occhi. Non ti può sentire. Le ho strappato le orecchie. Non ti può parlare. Le ho mozzato la lingua. Ma sente. Sente tutto. Il tuo odore. L’odore della tua carne in mezzo alle gambe. È una donna ragno, le basta questo. Sapere che c’è un uomo nella sua stanza. Un uomo che può darle quello che cerca. Perché una donna ragno cerca solo una cosa.
La Donna Ragno ha raggiunto il letto. Il mezzo-corpo si muove sulle coperte luccicanti di paillettes come un bruco sulla foglia bagnata di rugiada. Si divincola per staccarsi da quella corda di seta che ora riesco a vedere anch’io, il punto esatto da cui proviene.
Hai visto? Gliel’ho cucito e arrotolato tutto dentro, nella fica, mi sussurra l’uomo nell’orecchio. Sei stato tu a farle questo? Chiedo all’uomo che ora non mi stringe più la mano ma sorride, sorride con gli occhi bianchi, pazzi e lucidi di un innamorato al suo primo appuntamento. Tu lo sai cosa fa una femmina di ragno dopo essersi accoppiata con il suo compagno? Io non so che rispondere. Lo divora. Capisci? Prima lo sfrutta, poi se lo mangia e passa a quello dopo. Ti sembra giusto? Ti sembra qualcosa di sensato? L’uomo è tornato a stringermi, ma ora la sua morsa è una scarica che mi blocca. La Donna Ragno è sorda eppure il suo corpo sembra travolto da un fremito improvviso, con uno scatto si stacca di colpo dal cordone di seta, muove quei pezzetti di braccia e gambe come un insetto impazzito. Sì, ci ha sentito. Si sta muovendo. Viene verso di noi. L’ha fatto anche con me. Prima mi ha sfruttato e poi ha cercando di mangiarmi, di mangiarsi tutto quello che avevo. Tutto quello a cui tenevo. È un animale, una bestia. Dice l’uomo con gli occhi così lucidi e grandi che sembrano sul punto di esplodere in un fiotto di lacrime. Voleva tutto. Lo voleva sempre. Non era mai sazia. Un giorno l’ho seguita. L’ho spiata. Andava in una camera come questa. Una camera piena di ragazzi. Ragazzi giovani. Ragazzi eccitati. La Donna Ragno li attirava sul letto e se li divorava. Li spolpava della loro innocenza e questi se ne uscivano diversi. Se ne uscivano uomini. L’ho lasciata fare, una volta. Ho pensato, magari adesso smette. Poi è successo una seconda volta. E poi una terza. Una quarta.
Cerco di alzarmi ma l’uomo mi tiene inchiodato a terra mentre quel mostro goffo e scoordinato continua ad avanzare verso di noi. Un giorno ho aspettato che tornasse a casa e le ho tagliato un braccio. Poi l’altro. Poi una gamba, poi l’altra. Un pezzo del suo corpo per ogni giovane con cui mi aveva tradito. Buffo, no? Volevo ucciderla e invece l’ho resa ancora più speciale, un’attrazione.
Mi sale il panico, non riesco proprio a divincolarmi.
Adesso puoi averla quante volte ti pare, anche tu. Adesso che non sei più un bambino e hai capito cosa succede nei letti degli adulti. Adesso che ricordi.

Capisco finalmente cosa mi tiene a terra. Non è il suo braccio. C’è dell’altro. Qualcosa di più appiccicoso e viscido. Una tela. La tela di un ragno.

Lasciati andare. Lascia che la Donna Ragno torni da te.

L’uomo mi sbottona i pantaloni. Il mio uccello schizza fuori dalle mutande. Non è più l’uccello di un bambino. È duro, rosso, ricoperto di vene così gonfie che non sembrano provenire dal mio corpo.

Lasciala fare.
Lasciati divorare.


Urlo.
La Donna Ragno è davanti a me. I suoi occhi scavati nel nero, i moncherini tesi, lucidi di sudore, bramosi di toccarmi. Il suo corpo sempre più vicino, la pelle trasparente, la peluria fine sulla testa, la sento bene, ora, che strofina sul mio inguine. Spalanca la sua voragine senza lingua. Ingoia il mio cazzo.
Schizzo, esplodo.
Mi sveglio.
Sono nel mio letto, il letto degli adulti, le mutande inzuppate di sperma.
Mi porto una mano al petto e aspetto che il battito rallenti. La stanza è immersa nella penombra, dalla botola socchiusa del lucernario proprio sopra di me filtra un sospiro di vento.
Nessun parco giochi, niente case infestate o nani giocolieri.
Solo io e i miei figli, separati da una sottile parete, i giovani con cui lei mi ha tradito.
Quattro adolescenti arrapati e troppo curiosi, senza più una madre che possa divorarli su un letto, questo, che sembra dilatarsi e ingrandirsi a ogni respiro.


A illustrare il racconto: incisione di Gustavo Doré per il XII canto del Purgatorio raffigurante Aracne – La Divina Commedia di Gustavo Doré.