Un hotel, mille hotel
Il vantaggio di un hotel è quello di essere un ottimo rifugio dalla vita domestica.
(George Bernard Shaw)
Prima o poi, nella vita, tutti passiamo da un hotel. Stamberghe piene di pidocchi, raffazzonati alberghetti arredati con truciolato Ikea, alberghi a ore, love hotel giapponesi, mitologici motel lungo la Route 66 o lussuosi paradisi a cinque stelle dove ha alloggiato questo o quel vip: l’hotel ha un fascino che ha conquistato ogni tipo di forma d’arte.
C’è qualcosa in questo luogo – o non-luogo, come diceva Augé – che ci permette di alienarci dalla realtà, per un’ora o un breve weekend. In una camera d’hotel si è se stessi e nessuno, si può fingere, dimenticare, ricordare, ci si porta l’amante, si consuma la prima notte di nozze, si festeggia una ricorrenza o, come si usava fare un tempo quando il denaro era denaro, ci si vive.
Celeberrimo il caso di Fellini, che prese possesso di una stanza – la suite 315 – al Grand Hotel di Rimini; Dino Risi alloggiò per moltissimo tempo, dopo la separazione dalla moglie, all’Aldrovandi di Roma sostenendo di preferire l’albergo “perché la casa è uno spazio angusto dove si vive uno addosso all’altro”; Coco Chanel visse per trent’anni al Ritz di Parigi; Oscar Wilde trascorse gli ultimi anni della sua vita all’Hôtel d’Alsace, sempre a Parigi; e gli esempi di ospiti longevi sarebbero innumerevoli.
Per non parlare dei film in cui le storie sono ambientate negli alberghi: solo per citarne alcuni, Shining, The Grand Budapest Hotel, Pretty Woman, Lost in translation, Psyco, Le conseguenze dell’amore, The palace. E nella pittura abbiamo esempi stupendi con Edward Hopper – Hotel Room e Western Motel – o Monet – Hotel des Roches Noires.
Lo stesso si può dire per la musica: Hotel California degli Eagles; Hotel Supramonte di De André; Albergo a ore di Ornella Vanoni con Herbert Pagani; Hotel di Lucio Dalla e Heartbreak Hotel di Elvis Presley.
E la letteratura offre esempi ancora più variegati: Grand Hotel di Vicki Baum; Albergo Bertram di Agatha Christie; il già citato Shining di Stephen King (autore che pare ossessionato dagli hotel); Marigold Hotel di Deborah Moggach; nonché alcuni dei migliori libri e scritture teatrali di Marguerite Duras.
Insomma, gli hotel piacciono a tutti e ognuno vi costruisce il proprio immaginario: raccolgono in un piccolo spazio circoscritto – come una matrioska – infinite vite di passaggio, amori effimeri, morti improvvise, drammi transitori e profonde malinconie.
Quello che noi del collettivo chiediamo per la nostra nuova call – The Grand Spaghetti Hotel (in onore al film di Wes Anderson) – è di scrivere un racconto che sia ambientato in un qualsiasi tipo di albergo: hotel stellati, ostelli, B&B, boutique hotel, alberghi a ore, love hotel, pensioni, locande d’affitto, residence, garni. Indifferente la tipologia, purché i personaggi si muovano in questo luogo, che può essere circoscritto a una sola camera ma anche spaziare in tutti gli altri ambienti dell’hotel come la reception, i saloni, i giardini, l’ascensore, le scale, la cucina, il garage, i sotterranei.
Indifferente anche il genere: può essere horror come Psyco o Hostel, romantico come Pretty Woman, di fantasia come 1408 o The Lobster.
Aprite la matrioska e guardateci dentro: in qualsiasi parte del mondo vi troviate, ci sarà sempre un hotel ad aspettarvi.
Editoriale di Deborah D’Addetta
A illustrare: variazione su locandina di The Grand Budapest Hotel (AI)