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Parole sans langue

Autrice
Oana Alexandrescu
A scelta dello chef
Narrativa generale
25 marzo 2024

Le signe linguistique unit non une chose et un nom, mais un  
concept et une image acoustique. Cette dernière n’est pas le son  
matériel, chose purement physique, mais l’empreinte psychique de  
ce son, la représentation que nous en donne le témoignage de non  
sens […]. 
Ferdinand de Saussure (1857-1913) 

Udì le voci in modo indistinto. L’avevano strappata a un buio del quale sentiva ancora  la presa. Gli arti erano come un’entità lontana, immaginò di muovere le dita, di piegarle  almeno. Incordò i muscoli delle gambe, pensò di farlo cercando di ricordare con esattezza  come agire, quale forma avessero, si concentrò sui quadricipiti, ma la parte inferiore e quella  superiore, il corpo nella sua interezza non le rispose sottraendosi di netto all’impulso  volontario. Di sé percepiva il respiro. La gabbia toracica si allargava appena e si contraeva  subito dopo, avvertì la sensazione del risucchio dell’aria dovuto alla spinta automatica del  diaframma. Sono viva, si limitò a pensare dopo che la questione respiro perse il primato fra  i pensieri. 
Non riusciva ad aprire gli occhi, ma le voci divennero più chiare, melodiche e maschili,  continuarono a costituire un frammento sonoro che la distraevano, avrebbe voluto soltanto  muoversi, aprire gli occhi, dire sono sveglia, sono viva. Perché poi sentiva tale bisogno, si  interrogò, mentre le palpebre le resistevano. Era sicura che si sarebbe risvegliata, e, a parte il grande fastidio che provava non potendo esercitare alcun controllo, pensò che la causa fosse dovuta al corpo lento, rimasto chissà dove rispetto a lei che si figurava già in piedi, ridanciana,  felice d’essersela cavata con così poco. Le sembrò che le palpebre fossero come incollate  mentre una delle voci le si avvicinò all’orecchio, il caldo proveniente dalla bocca colmò il  padiglione auricolare. Sentì la voce, ma non comprese ciò che diceva. Avvertì, invece, il tocco  dei polpastrelli sulla pelle della faccia, qualcuno sistemava un piccolo oggetto al di sotto delle  narici. La pelle tradusse quei tocchi come caldi e leggeri. La voce parlò ancora e seppe  soltanto che era una voce maschile, cantata. Ora inizio a contare fino a otto e poi mi muovo.  Uno. Due. Tre. Le voci si allontanarono. Quattro. Cinque. Avrebbe voluto tenere conto dei  vari otto ogni qual volta ci fosse arrivata, ma la mancanza della percezione delle mani, anche  di una sola, vanificò la conta. Ciò nonostante, contò e contò. Sei. Sette. Otto. Immaginò di  muovere gli arti più e più volte fin quando non si sentì attraversata da una scossa; una prima sensazione di dolore, intensa e breve che le restituì una dimensione propriocettiva del corpo.
Era come pensarsi reale, possibile. Si concentrò sul dolore, il formicolio residuo scontornava  gli arti inferiori, il loro posto nello spazio. Avrebbe detto che sapeva di possedere delle gambe.  Non le rimaneva che pensare alle braccia, alle mani, a tutto quello che costituiva una forma  corporale e riappropriarsene. 

Dalla finestra l’alba disegnava i contorni degli edifici e delle chiome separando cielo  da non cielo. Vide, nella lentezza del sorgere del mattino, la stanza ampliarsi attraverso quel  primo sguardo: il letto occupato alla sua destra, la dormiente nella luce flebile ignara di essere  osservata avidamente nella massa informe che il suo corpo raggomitolato offriva alla vista,  scrutata nei minimi particolari e pieghe del lenzuolo, tra ombre e avvallamenti. Ebbe  l’impressione che fosse una montagna umana respirante. Alla sua sinistra il letto era vuoto, il  materasso nudo esposto in maniera perfetta. Quando l’intensità della luce fu maggiore  percorse con lo sguardo il proprio, di corpo. Mosse un piede e poi l’altro, incantata dal  movimento lieve, dal fruscio che l’atto creava a contatto con il tessuto. Le dita delle mani le  rispondevano sollecitate da un’improvvisa gioia, un’epifania dei gesti. Non riuscì a muovere  per intero le braccia. Conterò ancora, non preoccuparti mio corpo. L’immobilità dei giorni  precedenti, quanti saranno stati, pensò, non le era di disturbo. Aver sostato in un tempo di  solo buio le era sembrato rinvigorente. Sapeva di avere una volontà propria, costante. In  breve, decise, sarebbe ritornata lei, com’era una volta. Ancora un po’ di tempo, me ne serve  poco poco. 
La porta si aprì lasciando entrare un inserviente. Quando la vide sveglia le si avvicinò  portando con sé anche un sorriso discreto. Lei lo sentì parlare, la voce poteva essere una di  quelle già sentite nel dormiveglia, non ne fu certa. Ma non comprese alcuna parola. Il suono  le parve continuo, senza respiro, intervallato da un’articolazione bizzarra, provò a leggere il  labiale, a concentrarsi sul modo in cui venivano pronunciate le parole. L’inserviente ripeté la  stessa frase una, due, tre volte. Poi passò ai gesti. Indicò il suo corpo parlando più lentamente.  Lei ascoltò sperando di riconoscere tra i tanti suoni qualcosa che assomigliasse a una parola.  E vedendosi l’indice puntato contro ripeté, ad alta voce, parte di ciò che aveva udito. Mi sta  chiedendo chi sono io, probabilmente. L’inserviente puntò ancora l’indice e lei rispose allo  stesso modo. Dunque, tu sei Io, le disse, I-o; rimarcò indicando sé stesso, più e più volte,  Egli, E-gli. Che cosa strana che costui si chiami Egli, pensò Io, che pronuncia insolita. E,  soprattutto, si meravigliò che fosse consentito, in un contesto ospedaliero, l’uso di personale  non in grado di parlare la stessa lingua dei pazienti.
Egli destò la paziente accanto, le parlò più rapidamente, ma nella stessa sequenza di  suoni che aveva rivolto a lei; quella sembrò aver inteso tutto, parola per parola perché rispose  allo stesso modo, in una forma semi cantata usando le bizzarre articolazioni foniche sentite  in precedenza. Allora è a causa sua, pensò Io. Egli si girò verso di lei, le disse qualcosa, indicò  varie volte la porta e se ne andò. La paziente accanto si rigirò nel letto dandole la faccia e  iniziò a parlarle, ma Io non aveva voglia di intraprendere la tortuosa ripetizione di nuovo; perciò, chiuse gli occhi e finse di dormire. Non passò molto tempo che Egli rientrò nella  stanza. Lo seguiva un altro inserviente, minuto, dalle braccia esili e delicate, un colorito  appena accennato sulle guance. Sorrideva, come l’altro, e parlava allo stesso modo. Ma com’è  possibile che qui siano tutti di un altro mondo, si stizzì Io. Egli avvicinò la faccia alla sua,  quel tanto che lei potesse aver contezza del labiale e disse Altro svariate volte indicando il  collega, finché Io non capì che Altro era un nome proprio. Egli e Altro parlarono  simultaneamente, aggiungendo gesti, mimando quella loro strana e nuova lingua, indicarono  le sue gambe, sollevarono il lenzuolo e cominciarono a toccarle e a manipolarle i piedi a  partire dalle piante. Io avvertì un solletico leggero, piacevole. Sentì le ginocchia sollevarsi  durante la manipolazione, sentì il rumore netto delle articolazioni irrigidite dall’immobilità.  Pensò che quei due stessero piegando i suoi arti come si piega una fisarmonica, adagio e  continuamente, e ne rise. Egli e Altro risero con lei e il sollievo di quell’immediatezza  linguistica le fece impressione. Ci sarà bene qualcuno qui dentro che mi capisca, si disse Io, mentre si abbandonò a essere strumento nelle mani dei due. 

Di colpo aprì gli occhi. Si era addormentata. Attorno al suo letto stavano Egli, Altro,  un paio di inservienti nuovi e due dottori. Io suppose che fossero dottori dalle diverse  uniformi e, forse, dallo sguardo. Cosa succede, si chiese, perché mi fissano a quel modo?  Uno di loro iniziò a parlare. Io riconobbe la cantilena solita e guardò i due inservienti  dall’aspetto famigliare. Parlò anche il secondo dottore. Parlarono tutti, a turno. E lei continuò  a non sapere cosa dicessero, ma dalle loro facce capì che non era una cosa normale. La  paziente di destra la osservava con meraviglia, a bocca aperta. Io cercò allora di dire, di  affermare, di validare la sua esistenza linguistica. Per un primo attimo le era sembrato di non  saper parlare, aveva avvertito l’esitazione del respiro, la presenza della lingua nella propria  bocca, pronta a diventare un tramite fra pensiero e articolazione, i denti serrati, la saliva che  scarseggiava; poi tutto le era sgorgato con naturalezza, aveva parlato e parlato. Solo che,  mentre parlava, coloro che l’ascoltavano mutarono le espressioni facciali innumerevoli volte,  c’era chi pareva incredulo, chi stupito, chi disperato. Egli sembrò addirittura inorridito. Pian piano, aggiunsero le loro voci alla sua in un caotico torrente vocale. Nell’agitazione qualcuno  uscì dalla stanza per ritornarvi con un mucchio di fogli spiegazzati. Il secondo dottore iniziò  a ricoprire di segni alcuni di essi e, senza nemmeno preoccuparsi di nascondere una certa qual smania di sapere nell’urgenza che la situazione aveva portato, glieli mostrò tenendoli  sollevati in aria. Io guardò i segni e non li riconobbe. Erano semplici, un susseguirsi di aste,  piccoli tratti, cerchi, un insieme privo di qualsiasi bellezza. Il dottore ne ricoprì altri e glieli  mostrò di nuovo. Si girò verso l’assemblea lì riunita non sapendo come procedere. Altro gli  suggerì qualcosa con le braccia indicando la paziente, la quale allungò una mano in direzione  del pennarello tenuto dal dottore e fissandolo con insistenza. Il dottore glielo porse procurandole i fogli e un sostegno rigido al quale appoggiarsi. Io, infastidita alquanto di essere sotto esame tra tanti sconosciuti, pensò di scrivere soltanto il proprio nome. Muovere la  mano non le riuscì facilmente. Il dottore aggiustò l’impugnatura sul pennarello, le piegò il  braccio e sistemò meglio i fogli. Io iniziò a vergare, lentamente, i segni di cui il nome era  composto. Ci mise molto tempo, il disegno era complesso, nella parte inferiore aveva fatto  una sbavatura. Quando terminò di scrivere quella prima parola si sentì esausta. I dottori e gli  inservienti guardarono lo scarabocchio sul foglio. Nessuno osò leggere. Io si stupì di non  essere compresa. Tenendo il capo sul cuscino pronunciò più volte il suo nome. Alle orecchie  degli astanti arrivò un insieme sconclusionato di suoni gutturali, assimilabili a delle  consonanti. Nessuno riuscì a riprodurre quei suoni. Più Io ripeteva e più si stancava, finché  non si addormentò sul colpo. 

Nei giorni a venire la stanza si era riempita di personaggi nuovi, di lavagne poggiate  su treppiedi improvvisati. In parte nascoste dalle suppellettili, le mani degli scriventi riempivano di segni più o meno complessi tutto quello spazio vuoto, a ripetizione. Quando  il primo si stancava ecco che appariva qualcun altro pronto a dare il cambio. Non c’era segno,  tra le decine di alfabeti ordinati e classificati, che Io riconoscesse. A sua volta era stata  costretta a scrivere sui fogli che puntualmente erano sistemati accanto al suo braccio. Le  avevano installato un’estensione alla sbarra laterale del letto sulla quale trovava il necessario.  Quando le indicavano di scrivere, registravano poi, tramite un apparecchio apposito, l’emissione sonora che Io ne dava, una volta che quegli scarabocchi erano terminati. Ai  medici si erano affiancati studiosi e letterati, linguisti, glottologi, filologi, storici, tutti quelli  che avrebbero potuto restituire un senso di ciò che la strana paziente andava dicendo. E più  si sentiva studiata, più Io cadeva in una disperazione difficile da esternare. Non si era trovato  nessuno che l’avesse conosciuta prima del suo ingresso in ospedale, le poche infermiere con le quali aveva avuto a che fare giuravano e spergiuravano che parlasse normalmente la lingua  comprensibile di tutti. Com’è possibile che nessuno mi capisca, si domandava Io in maniera ossessiva. Il suo trovarsi al di là di un linguaggio conosciuto, parlato e scritto, la fece  desiderare di appartenere ancora a quel buio denso che aveva preceduto il suo risveglio.  Tentò di ricordare come si era sentita, di quanto aveva sperimentato per riconquistare i propri  gesti, i movimenti di un intero corpo. Perché le mie parole sembrano non appartenere ad  alcuna lingua, si domandò. Gli studiosi erano giunti a una prima ipotesi, ossia che la paziente  fosse caduta in uno stato ipnotico particolare, dovuto probabilmente all’anestesia impiegata,  ed era regredita, a livello linguistico, a una specie di protolingua, ma di quale tipo ancora non  si azzardavano a stabilirlo. Nessuno degli esperimenti effettuati aveva portato allo stesso  risultato. In altre stanze dell’ospedale, in un reparto di cui pochi sapevano, risiedevano, per  un periodo non ben specificato, i volontari che si erano sottoposti all’anestesia nel nome  della conoscenza. Non importava quale anestesia, a frotte si erano offerti di dormire a comando. Al risveglio, però, nessuno dei dormienti diede i segni di regressione sperata,  nemmeno umorale. Nel frattempo, si era riuscito a identificare alcuni concetti tra gli  innumerevoli disegni prodotti dalla paziente associandoli alle parole corrispondenti e,  quotidianamente, un maestro era incaricato di istruirla. Io ripeteva le nuove parole,  conosciute da tutti, con grande fatica. Le troppe vocali le riempivano la bocca e si sentiva  costretta a spingere la lingua contro i denti o a flettere le labbra in modo inusuale. 

Le settimane passarono. Io apprendeva non più di una parola al giorno. Inspiegabile  questa sua lentezza; di questo passo, affermarono gli studiosi, ci metterà anni per acquisire  una conoscenza elementare della nostra lingua. Se la pronuncia delle parole apprese diventava  accettabile, altrettanto non si poteva dire per la parte scritta: Io non riteneva alcuno dei segni  grafici che le venivano insegnati per più di un giorno. Al mattino, a ogni risveglio, il maestro  di turno riscopriva in lei una tabula rasa. I segni con i quali riempiva i fogli erano sempre i  segni della sua protolingua e sempre differenti. 
Io era rimasta l’unica paziente nella stanza. La donna montagna era stata dimessa una  volta raggiunti i minimi obiettivi motori. Al contrario, Io non faceva progressi tali da essere  indipendente. Le gambe necessitavano di una manipolazione costante, i due inservienti, Egli  e Altro, se ne occupavano come all’inizio. Ma di quelle manipolazioni Io non sapeva più che farsene. Si lasciava toccare e piegare con indifferenza. Le articolazioni subivano quella  sollecitazione passiva senza memorizzare, nei rispettivi muscoli, i gesti, gli atti necessari al  movimento. Una volta conclusa l’ora, Egli e Altro uscivano dalla stanza, lasciandola con un vago senso di nausea e vertigine, come se quella sollecitazione fisica nuocesse a quel che lei  aveva nella testa. Più imparava a dire, meno aveva da dire. 
L’incomunicabilità della lingua dentro di lei stava subendo un cambiamento di cui  nessuno si era ancora accorto. Lei invece ne aveva certezza, ma non capiva perché accadesse.  C’erano segni che stavano scomparendo, nello sforzo quotidiano di mostrare agli altri le unità  minime di significato, si era accorta che qualcuno scompariva dalla sua memoria. Un segno  alla volta, un concetto alla volta. Se continuo di questo passo non avrò più alcuna lingua in  cui pensare, si disse. E questo la atterriva, la privava del sonno. Come posso sopravvivere  senza una lingua mia, cosa me ne faccio delle parole isolate, delle parole a me sconosciute? 
L’alba di ogni mattina la riportava sul limite verbale, il crinale dal quale si sentiva  precipitare ogni qual volta sostituiva un segno nuovo a uno antico. Sapeva, Io, che quel che  stava accadendo fosse un lento, inesorabile meccanismo di cancellazione di una lingua prima  a favore di una lingua povera, fatta di suoni vocalici e consonantici mescolati secondo un  criterio quasi matematico e i cui segni elementari erano privi di grazia. Come spiegare quel  che racchiudevano i suoi disegni, l’ampiezza dei concetti espressi nell’unicum del segno  grafico, come esprimere la paura di perderli per sempre. A chi importa, si chiese. 
La luce dell’alba non era ancora sufficiente a distinguere le superfici. Io galleggiò in  quella penombra a lungo prima di desiderare l’impossibile. Cosa se ne faceva di un corpo se  i pensieri non potevano avere una lingua propria? Lasciami, si disse, lasciami andare.  Abbandonami qui, in questo letto, ho solo voglia di essere luce. Io mormorò quel desiderio,  nella gutturalità degli unici suoni a lei cari, finché non esaurì le sue forze. 
Al loro ingresso nella stanza il personale medico trovò un corpo addormentato, non  ci fu modo di risvegliarlo. Sulla cartella personale della paziente fu aggiunta la parola coma  alle tante altre già presenti.

A illustrare: Shane Keisuki Berkery, via Pinterest.