Parole sans langue
Le signe linguistique unit non une chose et un nom, mais un
concept et une image acoustique. Cette dernière n’est pas le son
matériel, chose purement physique, mais l’empreinte psychique de
ce son, la représentation que nous en donne le témoignage de non
sens […].
Ferdinand de Saussure (1857-1913)
Udì le voci in modo indistinto. L’avevano strappata a un buio del quale sentiva ancora la presa. Gli arti erano come un’entità lontana, immaginò di muovere le dita, di piegarle almeno. Incordò i muscoli delle gambe, pensò di farlo cercando di ricordare con esattezza come agire, quale forma avessero, si concentrò sui quadricipiti, ma la parte inferiore e quella superiore, il corpo nella sua interezza non le rispose sottraendosi di netto all’impulso volontario. Di sé percepiva il respiro. La gabbia toracica si allargava appena e si contraeva subito dopo, avvertì la sensazione del risucchio dell’aria dovuto alla spinta automatica del diaframma. Sono viva, si limitò a pensare dopo che la questione respiro perse il primato fra i pensieri.
Non riusciva ad aprire gli occhi, ma le voci divennero più chiare, melodiche e maschili, continuarono a costituire un frammento sonoro che la distraevano, avrebbe voluto soltanto muoversi, aprire gli occhi, dire sono sveglia, sono viva. Perché poi sentiva tale bisogno, si interrogò, mentre le palpebre le resistevano. Era sicura che si sarebbe risvegliata, e, a parte il grande fastidio che provava non potendo esercitare alcun controllo, pensò che la causa fosse dovuta al corpo lento, rimasto chissà dove rispetto a lei che si figurava già in piedi, ridanciana, felice d’essersela cavata con così poco. Le sembrò che le palpebre fossero come incollate mentre una delle voci le si avvicinò all’orecchio, il caldo proveniente dalla bocca colmò il padiglione auricolare. Sentì la voce, ma non comprese ciò che diceva. Avvertì, invece, il tocco dei polpastrelli sulla pelle della faccia, qualcuno sistemava un piccolo oggetto al di sotto delle narici. La pelle tradusse quei tocchi come caldi e leggeri. La voce parlò ancora e seppe soltanto che era una voce maschile, cantata. Ora inizio a contare fino a otto e poi mi muovo. Uno. Due. Tre. Le voci si allontanarono. Quattro. Cinque. Avrebbe voluto tenere conto dei vari otto ogni qual volta ci fosse arrivata, ma la mancanza della percezione delle mani, anche di una sola, vanificò la conta. Ciò nonostante, contò e contò. Sei. Sette. Otto. Immaginò di muovere gli arti più e più volte fin quando non si sentì attraversata da una scossa; una prima sensazione di dolore, intensa e breve che le restituì una dimensione propriocettiva del corpo.
Era come pensarsi reale, possibile. Si concentrò sul dolore, il formicolio residuo scontornava gli arti inferiori, il loro posto nello spazio. Avrebbe detto che sapeva di possedere delle gambe. Non le rimaneva che pensare alle braccia, alle mani, a tutto quello che costituiva una forma corporale e riappropriarsene.
Dalla finestra l’alba disegnava i contorni degli edifici e delle chiome separando cielo da non cielo. Vide, nella lentezza del sorgere del mattino, la stanza ampliarsi attraverso quel primo sguardo: il letto occupato alla sua destra, la dormiente nella luce flebile ignara di essere osservata avidamente nella massa informe che il suo corpo raggomitolato offriva alla vista, scrutata nei minimi particolari e pieghe del lenzuolo, tra ombre e avvallamenti. Ebbe l’impressione che fosse una montagna umana respirante. Alla sua sinistra il letto era vuoto, il materasso nudo esposto in maniera perfetta. Quando l’intensità della luce fu maggiore percorse con lo sguardo il proprio, di corpo. Mosse un piede e poi l’altro, incantata dal movimento lieve, dal fruscio che l’atto creava a contatto con il tessuto. Le dita delle mani le rispondevano sollecitate da un’improvvisa gioia, un’epifania dei gesti. Non riuscì a muovere per intero le braccia. Conterò ancora, non preoccuparti mio corpo. L’immobilità dei giorni precedenti, quanti saranno stati, pensò, non le era di disturbo. Aver sostato in un tempo di solo buio le era sembrato rinvigorente. Sapeva di avere una volontà propria, costante. In breve, decise, sarebbe ritornata lei, com’era una volta. Ancora un po’ di tempo, me ne serve poco poco.
La porta si aprì lasciando entrare un inserviente. Quando la vide sveglia le si avvicinò portando con sé anche un sorriso discreto. Lei lo sentì parlare, la voce poteva essere una di quelle già sentite nel dormiveglia, non ne fu certa. Ma non comprese alcuna parola. Il suono le parve continuo, senza respiro, intervallato da un’articolazione bizzarra, provò a leggere il labiale, a concentrarsi sul modo in cui venivano pronunciate le parole. L’inserviente ripeté la stessa frase una, due, tre volte. Poi passò ai gesti. Indicò il suo corpo parlando più lentamente. Lei ascoltò sperando di riconoscere tra i tanti suoni qualcosa che assomigliasse a una parola. E vedendosi l’indice puntato contro ripeté, ad alta voce, parte di ciò che aveva udito. Mi sta chiedendo chi sono io, probabilmente. L’inserviente puntò ancora l’indice e lei rispose allo stesso modo. Dunque, tu sei Io, le disse, I-o; rimarcò indicando sé stesso, più e più volte, Egli, E-gli. Che cosa strana che costui si chiami Egli, pensò Io, che pronuncia insolita. E, soprattutto, si meravigliò che fosse consentito, in un contesto ospedaliero, l’uso di personale non in grado di parlare la stessa lingua dei pazienti.
Egli destò la paziente accanto, le parlò più rapidamente, ma nella stessa sequenza di suoni che aveva rivolto a lei; quella sembrò aver inteso tutto, parola per parola perché rispose allo stesso modo, in una forma semi cantata usando le bizzarre articolazioni foniche sentite in precedenza. Allora è a causa sua, pensò Io. Egli si girò verso di lei, le disse qualcosa, indicò varie volte la porta e se ne andò. La paziente accanto si rigirò nel letto dandole la faccia e iniziò a parlarle, ma Io non aveva voglia di intraprendere la tortuosa ripetizione di nuovo; perciò, chiuse gli occhi e finse di dormire. Non passò molto tempo che Egli rientrò nella stanza. Lo seguiva un altro inserviente, minuto, dalle braccia esili e delicate, un colorito appena accennato sulle guance. Sorrideva, come l’altro, e parlava allo stesso modo. Ma com’è possibile che qui siano tutti di un altro mondo, si stizzì Io. Egli avvicinò la faccia alla sua, quel tanto che lei potesse aver contezza del labiale e disse Altro svariate volte indicando il collega, finché Io non capì che Altro era un nome proprio. Egli e Altro parlarono simultaneamente, aggiungendo gesti, mimando quella loro strana e nuova lingua, indicarono le sue gambe, sollevarono il lenzuolo e cominciarono a toccarle e a manipolarle i piedi a partire dalle piante. Io avvertì un solletico leggero, piacevole. Sentì le ginocchia sollevarsi durante la manipolazione, sentì il rumore netto delle articolazioni irrigidite dall’immobilità. Pensò che quei due stessero piegando i suoi arti come si piega una fisarmonica, adagio e continuamente, e ne rise. Egli e Altro risero con lei e il sollievo di quell’immediatezza linguistica le fece impressione. Ci sarà bene qualcuno qui dentro che mi capisca, si disse Io, mentre si abbandonò a essere strumento nelle mani dei due.
Di colpo aprì gli occhi. Si era addormentata. Attorno al suo letto stavano Egli, Altro, un paio di inservienti nuovi e due dottori. Io suppose che fossero dottori dalle diverse uniformi e, forse, dallo sguardo. Cosa succede, si chiese, perché mi fissano a quel modo? Uno di loro iniziò a parlare. Io riconobbe la cantilena solita e guardò i due inservienti dall’aspetto famigliare. Parlò anche il secondo dottore. Parlarono tutti, a turno. E lei continuò a non sapere cosa dicessero, ma dalle loro facce capì che non era una cosa normale. La paziente di destra la osservava con meraviglia, a bocca aperta. Io cercò allora di dire, di affermare, di validare la sua esistenza linguistica. Per un primo attimo le era sembrato di non saper parlare, aveva avvertito l’esitazione del respiro, la presenza della lingua nella propria bocca, pronta a diventare un tramite fra pensiero e articolazione, i denti serrati, la saliva che scarseggiava; poi tutto le era sgorgato con naturalezza, aveva parlato e parlato. Solo che, mentre parlava, coloro che l’ascoltavano mutarono le espressioni facciali innumerevoli volte, c’era chi pareva incredulo, chi stupito, chi disperato. Egli sembrò addirittura inorridito. Pian piano, aggiunsero le loro voci alla sua in un caotico torrente vocale. Nell’agitazione qualcuno uscì dalla stanza per ritornarvi con un mucchio di fogli spiegazzati. Il secondo dottore iniziò a ricoprire di segni alcuni di essi e, senza nemmeno preoccuparsi di nascondere una certa qual smania di sapere nell’urgenza che la situazione aveva portato, glieli mostrò tenendoli sollevati in aria. Io guardò i segni e non li riconobbe. Erano semplici, un susseguirsi di aste, piccoli tratti, cerchi, un insieme privo di qualsiasi bellezza. Il dottore ne ricoprì altri e glieli mostrò di nuovo. Si girò verso l’assemblea lì riunita non sapendo come procedere. Altro gli suggerì qualcosa con le braccia indicando la paziente, la quale allungò una mano in direzione del pennarello tenuto dal dottore e fissandolo con insistenza. Il dottore glielo porse procurandole i fogli e un sostegno rigido al quale appoggiarsi. Io, infastidita alquanto di essere sotto esame tra tanti sconosciuti, pensò di scrivere soltanto il proprio nome. Muovere la mano non le riuscì facilmente. Il dottore aggiustò l’impugnatura sul pennarello, le piegò il braccio e sistemò meglio i fogli. Io iniziò a vergare, lentamente, i segni di cui il nome era composto. Ci mise molto tempo, il disegno era complesso, nella parte inferiore aveva fatto una sbavatura. Quando terminò di scrivere quella prima parola si sentì esausta. I dottori e gli inservienti guardarono lo scarabocchio sul foglio. Nessuno osò leggere. Io si stupì di non essere compresa. Tenendo il capo sul cuscino pronunciò più volte il suo nome. Alle orecchie degli astanti arrivò un insieme sconclusionato di suoni gutturali, assimilabili a delle consonanti. Nessuno riuscì a riprodurre quei suoni. Più Io ripeteva e più si stancava, finché non si addormentò sul colpo.
Nei giorni a venire la stanza si era riempita di personaggi nuovi, di lavagne poggiate su treppiedi improvvisati. In parte nascoste dalle suppellettili, le mani degli scriventi riempivano di segni più o meno complessi tutto quello spazio vuoto, a ripetizione. Quando il primo si stancava ecco che appariva qualcun altro pronto a dare il cambio. Non c’era segno, tra le decine di alfabeti ordinati e classificati, che Io riconoscesse. A sua volta era stata costretta a scrivere sui fogli che puntualmente erano sistemati accanto al suo braccio. Le avevano installato un’estensione alla sbarra laterale del letto sulla quale trovava il necessario. Quando le indicavano di scrivere, registravano poi, tramite un apparecchio apposito, l’emissione sonora che Io ne dava, una volta che quegli scarabocchi erano terminati. Ai medici si erano affiancati studiosi e letterati, linguisti, glottologi, filologi, storici, tutti quelli che avrebbero potuto restituire un senso di ciò che la strana paziente andava dicendo. E più si sentiva studiata, più Io cadeva in una disperazione difficile da esternare. Non si era trovato nessuno che l’avesse conosciuta prima del suo ingresso in ospedale, le poche infermiere con le quali aveva avuto a che fare giuravano e spergiuravano che parlasse normalmente la lingua comprensibile di tutti. Com’è possibile che nessuno mi capisca, si domandava Io in maniera ossessiva. Il suo trovarsi al di là di un linguaggio conosciuto, parlato e scritto, la fece desiderare di appartenere ancora a quel buio denso che aveva preceduto il suo risveglio. Tentò di ricordare come si era sentita, di quanto aveva sperimentato per riconquistare i propri gesti, i movimenti di un intero corpo. Perché le mie parole sembrano non appartenere ad alcuna lingua, si domandò. Gli studiosi erano giunti a una prima ipotesi, ossia che la paziente fosse caduta in uno stato ipnotico particolare, dovuto probabilmente all’anestesia impiegata, ed era regredita, a livello linguistico, a una specie di protolingua, ma di quale tipo ancora non si azzardavano a stabilirlo. Nessuno degli esperimenti effettuati aveva portato allo stesso risultato. In altre stanze dell’ospedale, in un reparto di cui pochi sapevano, risiedevano, per un periodo non ben specificato, i volontari che si erano sottoposti all’anestesia nel nome della conoscenza. Non importava quale anestesia, a frotte si erano offerti di dormire a comando. Al risveglio, però, nessuno dei dormienti diede i segni di regressione sperata, nemmeno umorale. Nel frattempo, si era riuscito a identificare alcuni concetti tra gli innumerevoli disegni prodotti dalla paziente associandoli alle parole corrispondenti e, quotidianamente, un maestro era incaricato di istruirla. Io ripeteva le nuove parole, conosciute da tutti, con grande fatica. Le troppe vocali le riempivano la bocca e si sentiva costretta a spingere la lingua contro i denti o a flettere le labbra in modo inusuale.
Le settimane passarono. Io apprendeva non più di una parola al giorno. Inspiegabile questa sua lentezza; di questo passo, affermarono gli studiosi, ci metterà anni per acquisire una conoscenza elementare della nostra lingua. Se la pronuncia delle parole apprese diventava accettabile, altrettanto non si poteva dire per la parte scritta: Io non riteneva alcuno dei segni grafici che le venivano insegnati per più di un giorno. Al mattino, a ogni risveglio, il maestro di turno riscopriva in lei una tabula rasa. I segni con i quali riempiva i fogli erano sempre i segni della sua protolingua e sempre differenti.
Io era rimasta l’unica paziente nella stanza. La donna montagna era stata dimessa una volta raggiunti i minimi obiettivi motori. Al contrario, Io non faceva progressi tali da essere indipendente. Le gambe necessitavano di una manipolazione costante, i due inservienti, Egli e Altro, se ne occupavano come all’inizio. Ma di quelle manipolazioni Io non sapeva più che farsene. Si lasciava toccare e piegare con indifferenza. Le articolazioni subivano quella sollecitazione passiva senza memorizzare, nei rispettivi muscoli, i gesti, gli atti necessari al movimento. Una volta conclusa l’ora, Egli e Altro uscivano dalla stanza, lasciandola con un vago senso di nausea e vertigine, come se quella sollecitazione fisica nuocesse a quel che lei aveva nella testa. Più imparava a dire, meno aveva da dire.
L’incomunicabilità della lingua dentro di lei stava subendo un cambiamento di cui nessuno si era ancora accorto. Lei invece ne aveva certezza, ma non capiva perché accadesse. C’erano segni che stavano scomparendo, nello sforzo quotidiano di mostrare agli altri le unità minime di significato, si era accorta che qualcuno scompariva dalla sua memoria. Un segno alla volta, un concetto alla volta. Se continuo di questo passo non avrò più alcuna lingua in cui pensare, si disse. E questo la atterriva, la privava del sonno. Come posso sopravvivere senza una lingua mia, cosa me ne faccio delle parole isolate, delle parole a me sconosciute?
L’alba di ogni mattina la riportava sul limite verbale, il crinale dal quale si sentiva precipitare ogni qual volta sostituiva un segno nuovo a uno antico. Sapeva, Io, che quel che stava accadendo fosse un lento, inesorabile meccanismo di cancellazione di una lingua prima a favore di una lingua povera, fatta di suoni vocalici e consonantici mescolati secondo un criterio quasi matematico e i cui segni elementari erano privi di grazia. Come spiegare quel che racchiudevano i suoi disegni, l’ampiezza dei concetti espressi nell’unicum del segno grafico, come esprimere la paura di perderli per sempre. A chi importa, si chiese.
La luce dell’alba non era ancora sufficiente a distinguere le superfici. Io galleggiò in quella penombra a lungo prima di desiderare l’impossibile. Cosa se ne faceva di un corpo se i pensieri non potevano avere una lingua propria? Lasciami, si disse, lasciami andare. Abbandonami qui, in questo letto, ho solo voglia di essere luce. Io mormorò quel desiderio, nella gutturalità degli unici suoni a lei cari, finché non esaurì le sue forze.
Al loro ingresso nella stanza il personale medico trovò un corpo addormentato, non ci fu modo di risvegliarlo. Sulla cartella personale della paziente fu aggiunta la parola coma alle tante altre già presenti.
A illustrare: Shane Keisuki Berkery, via Pinterest.