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Ti porterò a Ischia

Autrice
Deborah D'Addetta
Ciclo #12 - Spaghetti Montecristo
Narrativa generale
17 novembre 2022

TI PORTERÒ A ISCHIA
Ti porterò a Ischia.
Non era un invito o una dichiarazione d’amore quella del signor Amato, ma una minaccia.
Nella sua famiglia, che da generazioni e generazioni, arrampicandosi fino al ramo francese dei Regnanti di Napoli (o almeno, così piaceva dire alla signora Amato), si occupava solamente di fare salotto, esisteva una leggenda e la leggenda era questa: qualsiasi nato o nata sotto lo stendardo a strisce bianche e blu della casata non avrebbe potuto mettere piede sull’isola verde, a meno che non avesse intenzione di porre fine alla propria storia d’amore.
Vi chiederete come abbiano fatto ad avvalorare una simile tesi.
Ebbene, la prima separazione, come tutte le prime separazioni, avvenne in sordina, e il trisavolo del signor Amato diede la colpa a una partita di ostriche andata a male. La moglie morì. Il secondo episodio vide la figlia andare incontro a un simile destino: durante un viaggio di piacere perse il marito, quella volta non morto però, ma fuggito insieme a una governante molto prosperosa dell’Hotel Regina Isabella. La terza separazione, e come si dice tre indizi fanno una prova, capitò a un cugino, uno stolto con mezza calotta cranica bruciata per un incidente d’infanzia, lui e una pentola d’olio bollente, lasciato all’improvviso dalla moglie subito dopo una villeggiatura a Ischia.
Detto fatto, in famiglia si proibì a tutti di approdare su quelle sponde.
Com’è ovvio, il divieto fu ignorato bellamente dai rampolli più giovani, che però, puntualmente, venivano scaricati o si trovavano costretti a scaricare. Era una vera e propria maledizione che non faceva altro che regalare prestigio e credibilità alla nobile dinastia.
Il signor Amato non ci credeva per niente: etichettava quelle storie come stupide credenze, le valutava clinicamente come sciocche superstizioni del bisnonno, della nonna, del padre, del cugino, che non avevano avuto il coraggio di lasciare o, peggio, di essere lasciati. La signora Amato invece, nata Capasso, la cui famiglia invece di fare salotto si preoccupava di costruire salotti, era piuttosto preoccupata dalla frequenza di divorzi, decessi e disastri causati dall’influenza dell’isola e così non aveva mai acconsentito a visitarla.
Una napoletana mai stata a Ischia. Era una cosa che non si era mai sentita.
La coppia, complici la ricchezza di lui e l’amore per lo sperpero di lei, aveva viaggiato intorno al mondo, ma Ischia no, a Ischia non si poteva andare. Il signor Amato spesso appellava la moglie “stupida capèra” per quella storia, e lei gli rispondeva “stupido ignorante”, sempre per quella storia. Battibeccavano in continuazione, pur non avendo figli né cani né uccelli, per qualsiasi sciocchezza, ma soprattutto perché il signor Amato aveva grande desiderio di visitare le terme e i café e le chiese di Ischia e la signora no.
Passarono dieci, venti, trenta, quaranta, sessant’anni. Arrivati all’età di ottanta l’uno e ottantadue l’altra, decisero di tirare le somme della loro esistenza. Si sedettero in salotto, un salotto tutto legno e marmo, cadente e avvizzito proprio come i suoi padroni, e sorseggiando un dito di Cointreau, parlarono.
Ti porterò a Ischia, disse lui. Non essere sciocco, disse lei. Sì, invece, è ora, rispose lui. No, non è ora, rispose lei. Andarono avanti così per una buona ora, finché la governante, piatta come un campo di grano delle Murge, non suonò il campanello perché era pronta la cena.
La discussione riprese anche a tavola.
Ormai siamo vecchi, cara, se avessimo voluto lasciarci, l’avremmo già fatto, insistette lui. Non stuzzicare il destino, non si può mai sapere, insistette lei. Non capisco proprio perché ti ostini a farmi morire senza aver visto Ischia, ribatté lui. Non ti ho mai proibito di andarci da solo, ribatté lei. Ma non sarebbe la stessa cosa, obiettò lui. Certo che no, non sei capace nemmeno di allacciarti le scarpe da solo, obiettò lei. E il discorso subì una battuta d’arresto.
Il signor Amato odiava quando la moglie lo trattava come un bambino.
In realtà odiava tante cose di lei, che lo trattasse come un bambino, che si incaponisse nell’indossare sempre lo stesso abito di domenica, odiava il rumore gorgogliante che faceva quando mangiava, il tremolio alla mano sinistra quando si pettinava quei quattro capelli che le restavano, odiava le sue gambe storte e quel seno orribile che era sempre stato cascante, anche a vent’anni, e odiava la sua voce.
In definitiva, odiava tutto della moglie.
La voleva morta. Stecchita. Sotto cinque metri di terra.
Probabilmente lei lo sapeva e si vendicava di quel mal pensiero trattandolo ancora peggio. Quando litigavano allora, l’offesa peggiore era proprio dirle “Ti porterò a Ischia”.
Beh, io ci vado, riprese lui. No che non ci vai, riprese lei. E come pensi di impedirmelo? chiese lui. Sei un inetto, rispose lei. E tu sei una stupida capèra, ribatté lui. E tu uno stupido ignorante, insultò lei. Allora io ci vado, addio! urlò lui, alzandosi all’improvviso da tavola (all’improvviso per un uomo di ottant’anni con i reumatismi) e si avviò in salotto, per sedersi e riflettere sul da farsi.
La moglie lo seguì e gli ribadì che non poteva. Si era però risvegliato un ricordo nel signor Amato, un riverbero del momento prima delle loro nozze, quando per caso sentì la sua promessa sposa piangere tra le braccia della sorella e dire no, non lo sposerò quel rospo orrendo con il naso a forma di pitale. Se lo ricordò proprio in quel momento, seduto in salotto, chissà perché. Non aveva assolutamente il naso a forma di pitale. Certo, era stato un matrimonio combinato, ma il suo naso era a posto. Una rabbia, tuttavia, per quell’offesa, una delle tante, s’impossessò di lui.
L’avrebbe portata a Ischia e l’avrebbe lasciata, o meglio, assassinata.
Il giorno dopo si fece preparare le valigie dalla governate. La signora Amato, incapace di compiere mezzo passo senza il marito, fu costretta a seguirlo. Misero piede sull’isola in una giornata di giugno tutta azzurra e oro. Le minacce sembravano lontane, non si poteva di certo morire in una giornata come quella.
Il signor Amato continuava a non credere alla maledizione di famiglia, ma era deciso a spingere sul pedale del destino per non confutarla. La signora, da parte sua, conquistata subito dalla bellezza del posto, dimenticò all’istante quella storia: spese fior di quattrini nelle boutique, nelle gioiellerie, nei ristoranti, nei lidi, riconquistando anch’essa una certa bellezza giovanile, un vigore mai provato prima. Le sembrò un posto magico e si rimproverò di aver ceduto alle superstizioni per tutto quel tempo.
Intanto, l’astio del signor Amato cresceva sempre di più, e tanto lei ringiovaniva quanto lui s’avvelenava.
Una sera, proprio sulla terrazza dell’Hotel Regina Isabella, tentò di farla ubriacare, così da spingerla, farla cadere in un precipizio e far passare tutto per un incidente. Quello che alla fine si ubriacò però fu lui e per poco non si ruppe l’osso del collo scivolando dalle scale del primo piano.
La moglie rise, rise tantissimo, dicendogli ben ti sta. L’astio si trasformò in odio puro.
Un’altra sera tentò di avvelenarla, sciogliendo del veleno per topi nella bottiglia di Evian che teneva sul comodino. Poi se ne dimenticò e, sentendo una fortissima sete di notte, chiese alla moglie di passargli un bicchiere d’acqua, che lei non aveva neanche sfiorato. Non appena una goccia toccò la sua lingua, sovvenne, e lanciò il bicchiere contro un muro.
La signora Amato rise, rise tantissimo, sei un vecchio rincoglionito, pazzo, disse, proprio pazzo.
Decidete voi se l’odio può peggiorare in qualche altro sentimento analogo, fatto sta che a tentare la via dell’assassinio ci provò pure la signora Amato, senza rendersi conto che stava compiendo proprio ciò che aveva sempre voluto evitare. Amava il marito? No, chiaro, quel naso a forma di pitale non l’aveva mai potuto soffrire, ma l’isola le faceva bene, stava ringiovanendo, e quindi il signor Amato poteva anche levarsi di mezzo.
Un’altra sera, dopo quella sulla terrazza dell’Hotel Regina Isabella, cercò di ripagarlo con la stessa moneta: gli fece lo sgambetto, con falsa noncuranza, persino con eleganza, ma lui resistette, aggrappandosi a una tenda. Fecero finta di niente. Il secondo tentativo per poco non andò a segno: con la stessa indifferenza, lasciò cadere il phon acceso nella vasca dove il marito faceva il bagno. Quando vide l’apparecchio fare scintille stava quasi per urlare di gioia, ma poi tutto si concluse con una nuvoletta di fumo grigio e l’uomo che la fissava, nudo e rinsecchito, dall’altra parte dell’ammollo. Anche in quel caso fecero finta di niente. Scusa caro, mi è scappato, disse lei. Non temere cara, ho visto, disse lui.
Le cose stavano così: dopo tre settimane sull’isola, nessuno dei due aveva tirato le cuoia, e anzi, la vicenda era diventata talmente esilarante da essere ormai un gioco. Il signor Amato però cominciò a convincersi che l’isola fosse veramente stregata perché la signora non ne voleva sapere di crepare, mentre la signora cominciò a convincersi che quelle storie raccontate dalla famiglia del marito fossero tutte stronzate, pensò proprio così, perché il signor Amato non ne voleva sapere di crepare.
Allora, se la morte non era la strada, provarono semplicemente a lasciarsi. Un giorno, sdraiati entrambi su un lettino imbottito sulla spiaggia di Citara, tutta a ovest dell’isola, il marito disse ti lascio e la moglie rispose come vuoi. Rimasero però sdraiati a prendere il sole. La sera stessa la moglie disse ora ti lascio io e il marito rispose era ora. Finirono però lo spaghetto con le vongole eccellente che lo chef aveva preparato apposta per loro.
E andarono avanti così, con questo botta e risposta patetico, per altre tre settimane.
Ciò che non avevano compreso entrambi era che l’isola non amava essere stressata. Era Ischia a decidere la sorte dei propri abitanti o visitatori e fin tanto che il signor Amato forzava la mano avvelenando acque e risotti e fin tanto che la signora Amato spingeva “per caso” un vecchio giù dalle scale, lei se ne stava inerme. Osservava e poi prendeva le sue decisioni.
Era in quel modo che aveva valutato i predecessori della famiglia Amato: il trisavolo era stato tiranneggiato tutta la vita dalla moglie e l’isola aveva optato per una brutta morte: intossicazione alimentare. Aveva fatto in modo che un pescatore trovasse delle ostriche malate e che quelle ostriche malate giungessero solo, e dico solo, alla bocca della donna. Allo stesso modo sua figlia era stata lasciata dal marito, che aveva ben pensato di svinghiarsela con la governante, perché più tardi avrebbe incontrato una donna, una donna che a letto amava le donne piatte come tavole. Per ultimo, e solo ai fini di questa storia e per riassumere, il cugino matto era stato mollato proprio perché matto e la moglie meritava un’esistenza migliore con qualcuno che avesse un cervello intero e che non ripeteva troia troia troia ogni quarto d’ora.
Dunque era l’isola che ti voleva morto o stecchito o abbandonato.
Per vendicarsi, dunque, delle forzature dei coniugi Amato, orchestrò le cose in questo modo: in un attimo, nel mezzo di una curiosa tregua tra i due, il signor Amato ebbe un malore. Infarto! urlò la signora Amato, presto presto! dimenticando completamente che il marito stava effettivamente crepando come aveva desiderato.
Arrivò il medico e il medico lo dichiarò deceduto. Il cuore della signora non resse lo shock, l’insulto ultimo del marito che aveva voluto morire senza che lei ne avesse colpa. Toccò a lei avere un infarto. Lei però morì sul serio. Qualche minuto dopo, mentre il medico provava a farle un massaggio cardiaco, il signor Amato si svegliò. Il medico non resse, manco lui, lo shock. Gli venne un infarto (era la maniera dell’isola di punire anche lui, per chissà quali crimini che ora non ci interessano).
Quando vide la signora Amato a terra, il marito pianse amaramente, perché non aveva avuto parte in quella bellissima morte. L’isola allora gli piazzò proprio di fronte agli occhi una luna come non se n’erano mai viste, un segno di una bellezza inimmaginabile, ché quelle bozze e quelle macchie e quelle grinze di Selene gli ricordavano tanto le bozze e le macchie e le grinze della faccia della sua sposa.
Così corse e corse (beh, insomma, “corse”) fino ad arrivare ai bordi di un precipizio, con l’intento di buttarsi. Poi però rifletté: la maledizione della famiglia aveva funzionato! L’aveva portata a Ischia e a Ischia era morta. Però, era morta perché lui era morto. Si era preoccupata talmente tanto che il suo cuore era esploso. Sentì la puntura del rimorso. Alla fine, l’aveva uccisa lui, certo, non volontariamente, ma per una fiammata di amore orgoglioso e tardivo.
Si sentì in colpa per due minuti soltanto. L’isola di Ischia valutò velocemente la vacuità del suo animo, che neanche di fronte a quella constatazione aveva provato a redimersi.
Fanculo la vecchia, pensò il signor Amato, che si fotta all’inferno.
Una delle sue scarpe aveva un laccio sciolto. Per “un puro sgambetto” del destino quel laccio si incastrò sotto l’altra scarpa, il signor Amato perse l’equilibrio e finì nel burrone, urlando Anna, Anna
Il nome di sua moglie.

Così terminò la vita dei due coniugi che avevano voluto vendicarsi l’uno dell’altra.
Solo allora l’isola di Ischia si accoccolò sotto quella luna splendida, gongolando al pensiero degli altri membri della famiglia Amato, che sicuramente sorebbero dovuti tornare a recuperare i cadaveri dei consorti e per i quali avrebbe architettato le migliori morti e le peggiori vendette.


A illustrare il racconto: variazione su due illustrazioni originali di Robbie Shilstone.