Diciotto minuti
Le camere si fanno in diciotto minuti. Lo ha deciso qualcuno che non le ha mai fatte, in un ufficio, con un cronometro e un foglio Excel. Di questa programmazione ignorante rimane un numero stampato sul carrello accanto ai saponi: 18. Diciotto minuti per spogliare il letto, rifarlo, pulire il bagno, passare l’aspirapolvere, rifornire, controllare. Quattordici camere a turno. Lei si chiama Esther, ma sul cartellino c’è scritto solo HOUSEKEEPING, perché i cartellini con i nomi costano e cambiano troppe ragazze per farne stampare uno a testa.
Entra nella 214 con la chiave magnetica e per un secondo, solo un secondo, prima di accendere la luce e prima che cominci il conto dei diciotto minuti, la stanza è ferma. Profuma di un altro, profumo da uomo e sigaretta nascosta. Le tende sono tirate. Il letto è una battaglia.
Poi accende la luce e la stanza torna a essere solo lavoro.
I clienti la stanza non la vedono. La attraversano. Ci dormono come si dorme in un treno, con la diffidenza e l’abbandono di chi sa che il posto non è suo e domani sarà di un altro. Lasciano l’asciugamano a terra perché tanto non è casa loro, la TV accesa su un canale che non guardano, le bottigliette d’acqua mezze bevute. Per loro, la 214 è un non-luogo, un buco tra un aeroporto e una riunione, una cosa che non si ricorda.
Per Esther la 214 è il luogo più reale che ha.
Spoglia il letto. Le lenzuola raccontano, se uno sa leggere, e lei sa. Questo qui ha dormito da solo ma su tutti e due i lati, irrequieto. Sul comodino, un bicchiere con due dita di whisky e dentro, sul fondo, una fede sfilata, lasciata lì come ci si toglie una scarpa stretta a fine giornata. Esther non la tocca, la fede. Versa il whisky nel lavandino e la fede scivola fuori, andrà agli oggetti smarriti dove nessuno tornerà a cercarla.
In bagno, l’uomo ha lasciato il lavandino pieno di peli della barba, una salvietta sporca di sangue, un taglio, niente, e l’odore. Gli specchi trattengono ancora l’alone del fiato e del vapore. Esther pulisce, e mentre pulisce conosce quest’uomo meglio di quanto lo conosca sua moglie, perché sua moglie non vede la fede nel bicchiere. I clienti credono di non lasciare niente. Lasciano tutto.
Le mani di Esther sono la mappa di tutto. La candeggina le ha mangiato le impronte digitali fin quasi a spianarle, al telefonino nuovo non riesce a sbloccare lo schermo col dito perché il dito non ha più abbastanza disegno. La pelle tra le dita è spaccata e bianca, ammollata, perché i guanti buoni durano due giorni e poi si bucano e quelli che passa l’hotel sono di un lattice sottile che si rompe a guardarlo, e comprarseli di buoni vuol dire toglierli alla spesa, quindi le mani stanno a nudo nell’ammoniaca e nel piscio asciugato attorno alle tazze degli altri. Lei ha trentanove anni, le sue mani sessanta.
Diciotto minuti. Ne ha consumati già nove.
Rifà il letto. Questo lo fa bene, sempre, anche quando è in ritardo, anche quando la governante è già alla porta della 215 col cronometro negli occhi. Tira il lenzuolo, lo tende, lo rimbocca a quaranta gradi come le hanno insegnato, una cosa che si chiama “angolo a busta”, e che è l’unica cosa bella che le abbiano mai insegnato a fare. Gonfia i cuscini. Stende il copriletto bianco senza una piega. Quando ha finito, la 214 è perfetta. È più bella di qualsiasi posto in cui Esther abbia mai dormito.
E allora fa quella cosa, certe volte, quando è in anticipo di un minuto e la governante è lontana.
Si siede sul bordo del letto appena fatto. Poi si sdraia. Sopra al copriletto, con le scarpe ancora ai piedi tenute fuori dal bordo per non sporcare, le mani spaccate aperte sul cotone fresco. Guarda il soffitto. Per quaranta secondi, per un minuto, è una donna in una camera d’hotel. Non quella che la pulisce. Una che ci vive. Una per cui qualcuno ha tirato il lenzuolo a quaranta gradi, ha gonfiato i cuscini, ha lasciato la lucina del comodino accesa. Il soffitto è bianco e non ha crepe. C’è un silenzio così pieno che lo si potrebbe toccare.
A casa di Esther, invece, si sente tutto. Si sente la vicina, si sente il figlio grande che russa nella stanza che divide col piccolo, si sente l’acqua nei tubi e si sente, sempre, la sveglia per il turno delle sei. La casa è un posto pieno di altri. La 214, per un minuto, è un posto vuoto e pulito che è solo suo, e il fatto che non sia suo, che non sarà mai suo, che tra due ore ci dormirà qualcuno che lascerà la fede nel bicchiere, non c’entra. Per un minuto, Esther esiste in un posto dove nessuno la chiama, dove nessuno ha bisogno di niente, dove è solo un corpo lungo e dritto su un letto bianco.
Poi si alza. Liscia con la mano il punto dove era sdraiata, lo fa sparire, non deve restare la forma di lei. Niente deve restare. Lei, nei posti, non lascia tracce. Lei, le tracce, le toglie.
Aspirapolvere. Bottigliette nuove. Saponi intonsi allineati al bordo del lavandino, l’apertura rivolta in fuori come da regolamento. Controlla. Diciotto minuti, forse diciannove, la governante non ha cronometrato.
Spegne la luce. Sulla porta, un secondo, la stanza è di nuovo ferma e buia e profuma di pulito, di niente, di qualunque vita ci passerà stanotte. Pronta a essere dimenticata da chi ci dorme.
Esther chiude. Spinge il carrello fino alla 215. Sul carrello il numero stampato: 18. Tira fuori la chiave. Entra. Per un secondo, prima della luce, la stanza è ferma.
E la mano non trova l’interruttore. O non lo cerca. Perché è entrato con lei, dalla 214, quell’odore ( il dopobarba, la sigaretta nascosta, il calore di un corpo che ha dormito) e adesso è qui dentro, anche in questa stanza, tiepida, buia, che sa di notte di qualcun altro. La schiena le fa male dalla nuca al coccige. Le gambe sono due tubi di piombo. Le manca ancora mezzo turno, sette camere, la 216 la 217 la 218 e giù fino in fondo al corridoio, e poi l’autobus, i figli e poi di nuovo la sveglia delle sei. Sente tutto questo insieme, come un peso appoggiato sul petto, e le viene da sedersi. Solo sedersi. Un secondo.
Si siede sul bordo del letto degli altri.
È tiepido. È morbido in un modo in cui il suo letto non è più da anni. E le budella le si sciolgono, quella cosa che le succede una volta ogni tanto quando smette di correre e il corpo capisce che per un attimo può smettere, e allora non ce la fa più a rialzarsi.
Il letto è ancora sfatto, tiepido dei corpi di quella notte, l’incavo dove qualcuno ha dormito. Il rito vorrebbe che lo spogliasse, che tirasse via tutto e ricominciasse il bianco.
Invece ci si butta dentro. Nella forma calda di un altro, la faccia nel cuscino che sa di sudore e di capelli non suoi, le scarpe sporche sul copriletto. Il cotone sotto la guancia come una borsa dell’acqua calda.
Le mani i muovono da sole. Le stesse mani che tutto il giorno stringono spugne e tazze degli altri, adesso addosso a sé, sotto la divisa, sulla pancia che nessuno tocca da anni, sui seni, giù. La pelle è calda, è ancora sua. Una mano preme dove non c’è niente da pulire e il corpo risponde subito, affamato, come se aspettasse dal mattino della sveglia delle sei.
Dice alla schiena di inarcarsi e la schiena si inarca. Dice alla bocca di stare zitta e la bocca resta aperta contro il cuscino di un altro, il fiato corto, corto, corto. Ne vuole ancora. Sempre ne ha voluto ancora e non gliel’hanno mai dato. Adesso se lo prende da sola, nel buio, sul letto sbagliato, e viene con un tremito che le parte dalle dita rovinate e le arriva fin dentro i denti.
Poi resta lì. Molle. Il cuore le batte nel collo. La stanza è ferma.
Si alza. Non liscia via la forma di sé. La lascia, il suo incavo di fianco a quello dello sconosciuto, due buche nel letto, una accanto all’altra.
A illustrare, The Curious Maid, Wilhelm Amberg (1822-1899)