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Non disturbare

Autrice
Marta Fornasiero
Ciclo #27 - The Grand Spaghetti Hotel
Narrativa generale
23 luglio 2026

La ragazza pettina i lunghi capelli con una spazzola tonda, li solleva, li indossa. Controlla allo specchio che l’effetto risulti naturale, sistema una ciocca troppo rigida, l’attorciglia attorno a un dito e poi l’allarga. Ha una divisa da cameriera, aderente sul busto. Si liscia la gonna e stende le grinze delle calze a compressione. Indossa le scarpe, il tacco largo non fa rumore; controlla il nome ricamato sopra il seno sinistro: Clara, c’è scritto. 

Clara è di turno al secondo piano, cinque stanze, tre matrimoniali e due singole. Gli ospiti della camera 24 hanno già fatto il check-out, raccoglie lenzuola e asciugamani e li butta nel cestone, spalanca le finestre e il profumo al tè verde e bergamotto della doccia si disperde insieme all’umidità. Prima di passare l’aspirapolvere bussa piano alla 23, sa che non c’è nessuno, entra. Il cartello non disturbare oscilla sulla maniglia quando accosta la porta. La stanza è in penombra ma non le serve accendere la luce, il suo ospite è un uomo metodico, i vestiti del giorno prima sono piegati sulla spalliera della sedia, davanti al comodino ci sono le ciabatte di spugna; il borsone da viaggio, quasi pieno, è sul reggivaligia sotto la finestra. Sono venti giorni ormai che alloggia in albergo e il portiere ha smesso di chiedergli quanto ha intenzione di fermarsi. La settimana prossima, forse, è così bello qui. Peccato che non sia mai uscito a esplorare i dintorni. Scende per colazione, pranzo e cena, il resto del tempo sta nel salottino a guardare fuori dalla vetrata, un libro sulle ginocchia, due dita di Chablis nel bicchiere. 

La donna con il nome Clara ricamato sul petto appoggia una scatola sullo scrittoio. È di cartone spesso, di quelle che i corrieri lasciano a centinaia davanti alle porte, solo che questa non ha etichette, non ha i bordi chiusi con un nastro adesivo logato, è avvolta solo da uno spago da cucina, chiuso con un nodo doppio.

L’ospite della camera 23 intanto sta guardando il giardino. Nella sua realtà il pacco non esiste, come il resto del mondo, dopo tutto. Potrebbe uscire, passeggiare sotto la pergola gonfia di glicine, prendere il sentiero di lastre di trachite e scoprire cosa si nasconde oltre i cespugli di camelie. Potrebbe rivolgere la parola alla coppia di turisti olandesi che ogni mattina siede al tavolo accanto al suo e discutere l’itinerario del giorno mangiando uova accompagnate da tè forte. Potrebbe leggere il libro che tiene sulle ginocchia e che ormai resta aperto da solo a pagina 57. Potrebbe, certo, ma non lo fa. 

Clara sta svuotando i cestini della stanza 22. Scontrini, fazzoletti, un preservativo usato. Raccoglie i vestiti che intralciano l’aspirapolvere. Appoggia il piccolo orecchino d’oro sul comodino. Certi clienti ti provocano. Si divertono a infamarti. Lei lavora e basta. Non le interessano le squallide intimità che si consumano in quelle stanze provvisorie, non si unisce alle altre cameriere quando a fine turno si confidano le piccole sconcezze in cui si sono imbattute. Lei non vuole sporcarsi con le vite degli altri.  

La scatola, però, è una faccenda diversa. La donna elegante che gliel’ha consegnata l’ha chiamata Pani Hlara, le ha dato una busta con duecentocinquanta euro e le ha ordinato di lasciarla nella camera 23. Lei non ha fatto domande, ha controllato le banconote e ha annuito. La donna si è sincerata che i soldi bastassero anche per la sua discrezione, poi si è allontanata. Indossava un profumo agrumato, ne ha lasciato un’impronta sul cartone. 

Hlara prende l’ascensore di servizio e porta la biancheria sporca e la spazzatura nel deposito. Nella stanza dei dipendenti si spoglia, rimette la parrucca nell’armadietto insieme alla divisa, alle scarpe, alle calze. Timbra l’uscita. Va al bar dell’albergo, Marian le prepara un caffè, l’uomo della 23 è seduto nella poltrona d’angolo, sta sempre guardando oltre la finestra. Piove. Lingue d’acqua scivolano sui vetri del salottino. Il riflesso le mostra il volto dell’uomo, la sta fissando. Che sappia della scatola? Appoggia la tazzina e saluta velocemente il barista. Le sembra che gli occhi dell’uomo la seguano anche attraverso i muri. Cosa c’è nella scatola? Conosce anche lui il suo vero nome? 

Sotto il portico si accende una sigaretta. Il calore sulla punta delle dita, sulle labbra, in bocca, nel petto. Il vento le accarezza i capelli nuovi, sono soffici, una lanugine bionda. Forse sono quelli che l’uomo della scatola osservava, e allora spera che dentro al pacco ci sia qualcosa che gli faccia male, un veleno che gli si infonda nelle vene con la pretesa di essere la cosa migliore per lui. Ti uccido un po’ per farti vivere, è quello che le dice l’infermiera a ogni ciclo. Comprati una parrucca, le hanno ordinato in albergo. Inquieti gli ospiti, volevano dirle, hanno il privilegio di dimenticarsi del mondo finché ci pagano. Piange, le è andato il fumo negli occhi, vorrebbe giustificarsi, ma non c’è nessuno che glielo chieda. 

Il giorno dopo ritorna all’albergo, timbra l’entrata, indossa con cura i capelli di un’altra, la divisa con il nome Clara ricamato sul seno sinistro, le calze, le scarpe che non disturbano. Sale al secondo piano, la stanza 23 ha la porta accostata: l’ospite ha fatto check-out. Aspettava il pacco, pensa. Si impone di seguire il solito ordine: inizia dalla stanza 22, raccoglie la biancheria usata, apre le finestre, svuota i cestini, passa l’aspirapolvere. Il cuore le batte forte sotto la divisa troppo stretta, l’odore del detersivo la nausea. Quando entra nella stanza dell’uomo la scatola è ancora lì, chiusa, al centro del letto. Non capisce. Vorrebbe aprirla, scoprirne il segreto. Esita per qualche minuto, poi l’appoggia sullo scrittoio, raccoglie le lenzuola e spalanca la finestra. Certi clienti ti provocano. Cercano di infamarti. A lei la vita degli altri non deve interessare: la sua non interessa a nessuno, nemmeno a lei.

Fotografia di Marta Fornasiero