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L’ultimo giorno di veglia

Autrice
Annachiara Mezzanini
Ciclo #25 - Spaghetti Pisoletti
Narrativa generale
26 marzo 2026

Da tempo non percepisco più la sostanza delle cose. Le tocco, ci strofino sopra i polpastrelli, ma non provo nulla. Sono anestetizzati. Mi guardo le mani, sembrano normali, ma gli occhi bruciano e si chiudono, se il mondo si fa vicino. 
La buccia delle arance appare liscia, il legno della mia scrivania non ha più schegge, i capelli di G. non sembrano avere consistenza. Ciò che non mi appartiene scivola dalle dita, non lo trattengo. Tutto questo mi lascia addosso un senso di insofferenza, muta. Rimango immobile, aspettando che la sensazione ovattata mi inglobi, accogliendo questa sonnolenza, che deglutisco intera.
Da quando ho smesso di dormire la notte, ho iniziato a camminare. Mi accorgo di essere fuori dal letto quando ormai sono fuori casa. Tengo i piedi scalzi, tento di tastare il terreno con altre dita, ma la pietra e l’asfalto e la ghiaia dell’argine e le sue zolle di terreno umido non mi appartengono più. Cammino nel buio della notte fino al paese dopo, quello minuscolo e nemmeno segnalato sulle mappe. Lì, da bambina, correvo spensierata con gli altri figli della mia generazione e, una volta tornata a casa, mi addormentavo immediatamente, serena, avvolta dall’odore della polvere sui vestiti, il rimprovero della mamma nell’orecchio.
Ora sono immobile oltre il confine. Non vedo nulla, nonostante lo sforzo della pupilla di mettere a fuoco i contorni, alla ricerca di una forma di luce. Cerco un punto, qualcosa oltre la boscaglia, forse un riflesso, un bagliore sul pelo dell’acqua. Il fiume, vicino, scorre placido e mi sembra che al mondo siamo le uniche presenze ancora sveglie. Solo dopo, ridestata da un rumore alle mie spalle, mi accorgo di aver avuto sempre gli occhi chiusi, grumosi di lacrime. 
Da quando ho scambiato il giorno con la notte, trascorro nelle prime luci dell’alba momenti di distrazione, tra sonno e veglia. Resto fuori casa, nascosta dalla nebbia spessa che risale i canali di scolo e si mangia i campi. Sola, attendo i primi raggi di sole. G. se n’è andato tempo fa – mi hanno detto – ma io ancora lo aspetto, in piedi, dietro al cancello in ferro battuto. So per certo che lui abita ancora questi spazi; ancora trovo le sue camicie stese nel seminterrato, le sue penne rosse nell’astuccio in cucina, le sue scarpe sporche di fango nella rimessa dietro casa. So per certo che tornerà a riprendersi le sue cose, perché conosco la gelosia per gli oggetti, ho memoria della frenesia delle sue mani nel riordinare quel che è suo, compreso il mio corpo. Anche quando ci amavamo, i vestiti venivano abbandonati con cura tra le lenzuola che stavano per accoglierci e, subito dopo, i nostri peli ancora intirizziti dovevano essere ricoperti da strati di cotone e di viscosa, per evitare che le lingue dei nostri sguardi potessero toccarci e riprendere la danza. Mentre ripenso a quei giorni, sento la testa farsi di gomma e oscillare tra le mie spalle. Cade con un colpo secco sullo sterno, all’attaccatura delle clavicole, e rimbalza subito verso l’alto. Non sento niente, nemmeno il dolore al collo per il rinculo del mio cranio. Quando riapro gli occhi, oltre la nebbia tu non ci sei. 
La strada lungo l’argine è dritta. Davanti a me, fra qualche centinaio di metri, si aprirà l’incrocio bianco verso la principale; il pioppeto si interromperà per un breve tratto e i sassi corrosi da secoli di pascoli verranno sostituiti dalla pece nera e liscia del nuovo millennio. Seguendo la sua traccia, i miei passi non saranno più annunciati, si faranno silenziosi. Diventerò di nuovo invisibile alle orecchie, per l’ennesima volta zittita dal paese. 
Ora che il sole è già sorto, il sonno cala su di me, mi taglia la testa. Decapitata, ritrovo la strada verso casa: il vialetto ricoperto di erbacce, il cancello lasciato socchiuso per il (tuo) ritorno, le chiavi di scorta nascoste tra i gerani gelati. Le gambe sono molli – forse per la camminata appena terminata, forse per la pesantezza del mio corpo abbandonato. La casa puzza di latte bruciato. Una colazione mai consumata, lasciata a macerare nel pentolino dentro il secchiaio. Chissà quante mosche si sono date il cambio, banchettando con questi avanzi. Mi appoggio sul divano un tempo morbido, ora immobile e asciutto. Velluto lino fustagno raso. Non ha materia questa sostanza. E io mi ci addormento sopra. 
Da quando te ne sei andato, io non faccio altro che dormire. Dormo di giorno, dormo sui libri, dormo per terra e anche fuori, tra le foglie di frumento. Non trovo altra attività che mi tenga compagnia; preferisco l’oblio dei miei pensieri a tutto il resto. Ogni spostamento d’aria è un ricordo. La notte, invece, cammino. Ripercorro i sentieri della nostra relazione, quelli che io, un tempo, ti avevo mostrato, gli stessi che, oggi, calpesto priva di coscienza, mentre cerco di tenere gli occhi aperti. I piedi nudi, le mani fredde, lo stomaco vuoto e la testa che dondola in continuazione come il pendolo di un orologio scarico. 
Qualcuno mi ha detto che, subito dopo, ho dormito per tre giorni di fila, ma io non ci credo. Ricordo le prime camminate, la sensazione pungente della notte attorno, il bagliore dei lampioni sulla via. Quello che non ricordo è la fisicità del letto, la consistenza del cuscino sulla guancia, l’odore di pulito sotto il mio naso. Non c’era nulla di tutto questo, perché io non ho più dormito dentro a quel letto, da quando tu non ci sei più. 
Ora che il giorno sta giungendo è bene che io vada. Sento già il primo ricordo riaffiorare, premere dietro a un occhio socchiuso per essere di nuovo osservato. Ma io non ho le forze e tu non vuoi più tornare. Non puoi più tornare. Quella sera lontana nel tempo ritorna al tuo posto, il tuo fantasma seduto accanto, lato passeggero, mi guarda prendere in mano il volante, abbandonare la strada nera e prendere quella sterrata. È la prima volta, dopo l’incidente, che guido. Lascio andare il freno, premo la frizione con poca convinzione, strappo le marce. Non mi accorgo di nulla, penso solo a te, lì a fianco. L’alba è rosata, le nuvole in fondo all’orizzonte assomigliano a una coperta soffice, odorosa di anti tarme. Chiudo gli occhi per un attimo, perdendomi in quel pensiero, sfuggendo alla veglia, ma una buca sul terreno fa sobbalzare il motore e io, come lui, mi riprendo. Il giorno avanza inesorabile e io cerco di rincorrerlo, di acciuffarlo per una spalla, costringendolo a voltarsi. Voglio guardarlo in faccia, voglio che lui mi veda, perché se sono così stanca la colpa è tutta sua. C’è troppa luce, troppa vita, troppi odori. Ma manca sempre qualcosa. Così, mi addormento e lascio agli altri il compito di riempire il tempo. 
Oggi, però, non sono distesa sul divano asciutto, nonostante il giorno. Sto guidando costeggiando il fiume, lo stesso percorso fatto e rifatto a piedi nel buio mille volte. Presto, le persone si alzeranno e andranno a lavorare. Presto, io ritornerò a sorriderti. Lascio uno spiraglio aperto, il finestrino abbassato, così da poter sentire per un’ultima volta l’aria fresca invadermi la faccia, bagnarmi la tempia con il suo alito salmastro. Le narici dilatate captano le molecole d’acqua cariche di odori: la stagione che cambia, l’intenso aroma dolciastro delle piante, inequivocabile segno del loro risveglio. Come un respiro che prende e sputa ossigeno, la vita attorno e dentro me cambia pelle e stagione. 
Mentre spingo sul pedale, i capelli mossi dal vento, sento la stanchezza montare dentro al mio petto e prendersi lo spazio di cui ha bisogno. Mi sono allenata a lungo per questo. La testa parte nella sua solita oscillazione, tutto il resto si fonde assieme alla tappezzeria della macchina. Prima dell’impatto con l’acqua, ti vedo dall’altra parte dell’argine, salutarmi con la mano aperta. Ancora una volta, chiudo gli occhi e mollo la presa.
«Buonanotte».