Stato di minima coscienza
Quando entro nella stanza, nonna ha gli occhi aperti. Sono sempre azzurri, solo un po’ meno brillanti. I capelli invece sono più corti, così è più facile per l’infermiera passarle lo shampoo secco. Mamma non era d’accordo, ma papà l’ha convinta a farglieli tagliare.
«La tratterà meglio se le facilitiamo le cose» aveva detto lui, dimostrando un interesse che mi aveva sorpreso. Lui la odiava, la nonna. Ma lei, che era stata una vera rompicoglioni da sveglia, ora che dormiva da quasi sette mesi era costretta a disturbare il meno possibile. Il coma vigile non dava molta speranza, così avevano detto i medici, sarebbe stato meglio uno stato di minima coscienza, in cui nonna avrebbe potuto stabilire contatti visivi, afferrare oggetti o addirittura rispondere a semplici comandi. E invece niente. E mentre la sua coscienza non era neanche minima, il suo corpo continuava a esistere al massimo, impedendoci di dirle veramente addio.
Mi siedo sulla sedia scomoda di fianco al suo letto, come faccio una volta alla settimana, tutte le settimane, e le racconto di me. Quando era sveglia e mia madre mi portava da lei, appena rimanevamo sole mi assaliva di domande e io andavo in affanno per rispondere a tutto quello che mi chiedeva. Nonna mi ascoltava con due occhi grandi così, come se quello che dicevo fosse sempre una questione di vita o di morte. Quando l’interrogatorio finiva era lei a parlare fitto fitto, dandomi consigli su come risolvere i miei problemi, un brutto voto a scuola o un bisticcio con la mia amica del cuore e io lì, a fare su e giù con la testa come un pupazzo a molla e a memorizzare ogni indicazione. Perché poi, la settimana dopo, mi chiedeva com’era andata e se avevo risolto con questo o quello. E io, che non volevo fare altro nella vita che compiacerla e mangiare i suoi cioccolatini al liquore, non potevo andare avanti finché non mettevo in pratica i suoi consigli per risolvere i miei guai. Quando finalmente ci riuscivo, e ci riuscivo sempre, nonna mi guardava con soddisfazione e per festeggiare l’ennesima vittoria, la sua o la mia era lo stesso, mi dava un cioccolatino alcolico e si girava una sigaretta di tabacco per fumarsela in balcone.
«Le medie fanno schifo».
Rimango zitta e mi sento stupida, perché anche se so che non arriverà nessuna domanda a chiedermi di approfondire, dettagliare, contestualizzare, io ci spero ogni volta.
«Mattia non mi lascia in pace. Mi nasconde l’astuccio, mi strappa i libri».
Nonna ha ancora gli occhi aperti, ma nessuna intenzione di tornare da me. I miei genitori rientrano in stanza, il colloquio con i dottori è stato più breve del solito, e mia madre mi fa cenno di andare. Io mi avvicino a quella figura immobile per darle un bacio sulla guancia, rugosa ma così soffice, e la saluto con un’ultima informazione.
«Mi chiama cicciabomba schifosa», le dico.
Poi mia madre mi prende per mano e mi porta verso l’uscita. Non posso esserne certa, ma credo di aver visto una scintilla negli occhi azzurri di nonna.
A casa va sempre peggio. I miei non fanno che litigare, sempre per colpa sua. Mio padre vorrebbe smetterla con l’accanimento terapeutico e lasciare che la natura faccia il suo corso, che in pratica significa liberarsi della rompicoglioni e mettere le mani sull’eredità. So che è una cosa orribile da pensare del proprio padre, ma non lo dico io. L’ho sentito con queste orecchie da mia madre mentre glielo gridava contro. Ho preso da casa di nonna tutti i cioccolatini rimasti e il suo astuccio del tabacco. Sto imparando a girare le sigarette e sono diventata davvero brava. Non voglio iniziare a fumare, non a undici anni e mezzo almeno, le conservo per lei che non si sa mai.
«Ieri mi ha preso il panino e ci ha sputato dentro».
Oggi c’è solo mamma ad accompagnarmi, papà è rimasto a casa perché doveva lavorare, così ha detto. Ma io lo so che non ne può più di venire qui tutte le settimane a guardare una vecchia che muore senza morire mai. Questo non l’ho sentito da mamma, ma dall’infermiera che parlava con quello che ricarica le macchinette del caffè mentre era in pausa sigaretta.
Nonna mi ascolta in silenzio — ancora non riesco ad abituarmi a questo fatto incredibile — e oggi ha gli occhi chiusi. Io continuo a parlare di Mattia. Ormai parlo solo di lui tutto il tempo, perché non c’è più nessuno a consigliarmi come risolvere il problema.
«Lo odio».
La mano di nonna comincia a muoversi, si chiude e si apre come una chela. Non me lo sto immaginando, perché la stoffa del lenzuolo si stropiccia sotto quel movimento scomposto. Mi giro cercando lo sguardo di mia madre, ma lei non c’è e l’infermiera è in pausa sigaretta.
«Nonna, ci sei?»
La mamma rientra nella stanza e si vede che ha pianto. I suoi occhi verdi sono cerchiati di viola e sembrano ancora più belli.
Mi prende e mi porta via con sé, come fa alla fine di ogni visita. La mano di nonna adesso è immobile. Tutto, in lei, è tornato a essere nient’altro che sonno. Comincio a pensare, quasi a sperare, di essermi immaginata tutto, anche se so che non è così.
La mamma ha deciso di seguire i consigli di papà e lasciare che la natura faccia il suo corso. Sospensione dell’alimentazione forzata e delle cure. Papà ha vinto. Lo vedo girare per casa con la faccia accartocciata da un dispiacere che solo se lo guardi davvero capisci quanto è finto. Ma mamma non lo fa più da tanto tempo e a entrambi va bene così. Vorrei dirle che si sbaglia di brutto e che la nonna sta facendo progressi, li ho visti io con questi occhi. Ma poi la guardo e vedo che da quando ha preso la sua decisione sembra più tranquilla, in pace, addirittura felice.
«Oggi ha cercato di farmi fuori» dico a nonna sottovoce.
Faccio fatica, ma trattengo lo stesso le lacrime, perché so che lei non approverebbe. Mi ha insegnato a trasformare la tristezza in rabbia e la rabbia in azione. Solo che, tutte le volte, l’azione me la suggeriva lei. Ora che mi ha lasciata sola, le lacrime non ne vogliono sapere di restare al posto loro.
La nonna continua a dormire, nessuna parola di conforto per me. Nessuna precisa indicazione su come uscirne.
«Voleva colpirmi con un bastone all’uscita di scuola».
Scoppio a piangere con la faccia tra le mani, vergognandomi tantissimo.
Smetto solo quando sento la voce dell’infermiera scherzare con mia madre. Non sentivo ridere mamma da quasi un anno, e non che prima ci si ammazzasse dalle risate.
Ci metto qualche secondo prima di accorgermi che la nonna mi sta guardando. I suoi occhi sono spalancati su di me e non hanno nessuna intenzione di spostarsi altrove. Sento qualcosa scoppiarmi dentro e non saprei dire esattamente cosa. È una sensazione di gioia pura e angoscia. Assomiglia alle mattine dei miei compleanni, quando mi accorgo che sarò felice ancora per poco, prima che qualcuno mi rovini la giornata. Di solito è mamma, con le sue crisi di nervi.
«Ti prego, dimmi cosa devo fare».
Nonna continua a guardarmi, ma i suoi occhi sono opachi come i vetri sporchi della cucina che non si è mai decisa a lavare. Sento la mano di mia madre posarsi sulla mia spalla. Il suo tocco è leggero ma duro, non lascia spazio all’incertezza.
«Tesoro, lo sai che quelli sono riflessi condizionati. Non significano niente».
Mi volto verso di lei e vedo che ha gli occhi lucidi, ma brillanti. Perdere la speranza l’ha resa davvero più bella. Io invece voglio rimanere brutta, perché lo so che nonna è lì dentro da qualche parte. Ma so anche che nessuno mi crederebbe mai, non l’hanno mai fatto. L’unica persona disposta a farlo è quella che lasceranno morire.
«È ora di andare, saluta la nonna» mi dice mia madre e poi si allontana perché sa che mi piace farlo da sola.
I suoi occhi sono di nuovo chiusi, il respiro è regolare. Infilo una mano nel mio zainetto, tiro fuori una sigaretta di tabacco e la poggio sul comodino.
«Per quando vorrai festeggiare di nuovo» le dico.
Gli angoli della bocca di nonna si muovono verso l’esterno. È una smorfia, un altro riflesso condizionato, come direbbe mamma.
Prima di andare a dormire giro altre due sigarette e le nascondo sotto il materasso. Poi mangio l’ultimo cioccolatino al liquore che mi è rimasto. Un attimo prima di addormentarmi, vedo Mattia di spalle, fermo davanti alla rampa di scale della scuola. Guarda giù e fa ciao con la mano. Non sono sicura di chi stia salutando, ma mi sono fatta la mia idea.
Oggi è l’ultima volta che vado a trovare nonna, domani sospenderanno le cure. Non sono nervosa e neanche triste. Ho accettato la cosa come si accetta qualunque altra fine: quella dell’estate, dei miei cioccolatini preferiti, dell’infanzia.
La settimana scorsa, la mattina dopo che sono venuta qui, mi è arrivata la prima mestruazione e ho buttato giù dalle scale Mattia. Mamma era euforica. Per le mestruazioni, ovvio, e non perché ho mandato in coma il mio compagno di classe. E poi non lo sa ancora nessuno che sono stata io. Stanno indagando la dinamica dell’incidente, così ho sentito dire da papà. Quel che è certo è che Mattia non è in stato di minima coscienza. È in coma irreversibile proprio, e molto probabilmente farà la fine di nonna.
Mi siedo sulla mia sedia scomoda e noto che la sigaretta di tabacco non c’è più. L’avrà rubata l’infermiera per fumarsela nella pausa. Rimango zitta. Non ho bisogno di parlare, oggi, perché non ho più bisogno di farmi dire cosa devo fare. Ho cominciato a farlo da me ed è anche merito di nonna.
Lei ha gli occhi aperti e fissa il soffitto grigio. Tra poco sarà libera, e con lei tutti noi.
«Grazie» le dico.
Poi mi chino per darle il mio ultimo bacio sulla guancia, rugosa ma sempre così soffice, e i suoi occhi rimangono opachi. Esco dalla stanza e vado incontro a mia madre che allarga le braccia per consolarmi.
A mamma non posso dirlo, e di certo non lo farò mai, ma quando ho baciato nonna ho sentito l’odore del fumo.
Ad illustrare: Maria Wiik, Vanha nainen sairasvuoteellaan (Old Woman in Her Sickbed), 1895–6