Sono un’isola
C’è stato un tempo della nostra vita – la nostra vita recente, intendo dire – in cui ciascuno di noi ha vissuto su un’isola. È stato durante la pandemia. Lo spazio insulare non è soltanto, per definizione, isolato dal resto del mondo – e nel nostro caso, ogni casa era diventata un’isola che non poteva comunicare con le altre se non in remoto. È anche uno spazio più semplice da gestire. Un giorno ti stavi preoccupando delle sorti del mondo, del tuo lavoro, della tua relazione; il giorno dopo non potevi che preoccuparti del calcare sulle pareti della tua doccia o su che torta fare quella sera. Il resto c’era ancora, ma non avevi più modo di esercitarvi alcun controllo, e tanto valeva rimuoverlo. La sua tragica complessità sarebbe tornata anche troppo presto a includerti. Credo di essere stato raramente così felice, in vita mia, come nei primi mesi del Covid.
Adesso il nostro universo è tornato complesso come prima, e ancora più ingestibile; le due crisi economiche, il collasso climatico, l’instabilità politica, la guerra che torna in Europa, l’Europa che si contrae davanti alle sue ex-colonie e tanti che ne bruciano le bandiere, sperando di essere finalmente annientati a fronte di colpe che non espieremo mai. Il greco è diventato fascista, il latino noioso, l’azteco una lingua di santi. Nessuno di noi vive più su un’isola. Io ho provato, umilmente, a tenere in piedi la mia. Ho finalmente preso il posto fisso all’università – famoso microcosmo pieno di disadattati – e vivo in un piccolo appartamento, che tengo pulito e ordinato, e da cui mi sposto malvolentieri. Ci vivo solo. Probabilmente sarà così per sempre. Nessun uomo è un’isola, ma forse io sì.
Mia madre è convinta che io abbia messo il problema dell’amore – e più in generale, quello del sesso – in una scatola, evitando di affrontarlo. Ogni volta che me lo dice sono incerto se suicidarmi o ammazzare di botte lei, assieme alle sue perenni certezze. Dice: una volta che avrai superato il tuo blocco – uomini o donne? – allora finalmente ricomincerai a vivere e amare. Che poi, Giuglio (questa è sempre lei), tu non hai mai vissuto o amato prima; hai un ritardo emotivo, sei uscito ora dall’adolescenza, tutto quello che è successo prima non vale, non eri tu, dormivi. Grazie, mamma, ora ho ancora più voglia di morire, trent’anni passati a vivere e salta fuori che non ero io. Comunque finché questo blocco non si dissolve da solo, almeno a scopare ci terrei un po’, ogni tanto, mica per prendere il vizio eh, solo per non deprimersi troppo.
Le donne non ti rendono, per definizione, la vita più semplice. A, la mia prima ragazza, trovava che io fossi poco virile e poco deciso. Ero un adolescente e tutto sommato non posso darle torto. B, quella dopo, pensava che io fossi troppo poco intelligente e troppo goffo rispetto a lei, che era un genio; e anche lì non posso che concordare, lei è una che fa filosofia dei numeri a Durham, io al massimo capisco se sul papiro c’è scritto kappa o ny. C, quella dopo ancora, credo quella più entusiasta di venire a letto con me, mi torturava ogni giorno pretendendo che io la amassi, cosa che mi ha impedito fin dall’inizio di amarla. Comunque adesso è una body-builder. Mi sono preso anni fa una cotta per una ragazza più giovane di me, a cui però per molto tempo non ho detto nulla perché pensavo che mi trovasse simpatico, ma sessualmente repellente. Una sera mi ha rivelato che mi trovava sexy; ho tentato un approccio, e si è chiusa in posizione fetale, iperventilando. Non è che io ti trovi sessualmente repellente, mi ha detto, è che anche solo sentirmi toccare il piede da te mi dà una sensazione orribile. Questo sono state le donne della mia vita: da mia madre in giù, principalmente streghe.
Storie con uomini non ne ho avute; ma, devo dire, anche nel sesso occasionale che ho fatto con loro, sono spesso riusciti a mettermi a mio agio. Non mi hanno mai chiesto niente più di quello che davo, né io a loro. Gay, etero o bisex, non è mai loro interessato. Contava il momento che stavamo per passare insieme, e domani chissà. Per carità, le teste di cazzo non sono mancate neanche qui, come quello che – per essere stato da me respinto, tanto tempo fa – se ne uscì sei anni dopo dicendo che avevo un problema psicologico: respingevo le persone che mi volevano bene. Io ho provato a spiegargli che non ero interessato a lui. Lui ha risposto, quote unquote: bè ma così sei stronzo hahahahahaha. Io ci ho pensato bene e a lungo, se quello che mi diceva fosse vero. Lui, davanti alla timidezza della mia verità, ha chiuso la porta. Penso e ripenso a tanti momenti di questo genere e mi chiedo: perché non riesco mai a farmi rispettare? Se vieni a dire a qualcuno una cosa così cattiva, devi proprio pensare di passarla liscia. E forse un altro meno cedevole, meno disponibile, non avrebbe subito questo trattamento.
Ma chi non si sa fare rispettare, non dovrebbe semplicemente morire, come da legge della giungla?
Cancella l’ultima frase: si può imparare a farsi rispettare. Diciamo che in quello non mi sono ancora laureato, sono fuoricorso. Sono da un’ora su internet a guardare video su Tristan da Cunha, un’isola nel bel mezzo del sud Atlantico, dove vivono duecento persone coltivando patate e allevando mucche e pecore. I loro bimbi imparano a camminare assieme ai pinguini saltarocce, sulle spiagge di ghiaia nera, vulcanica. Mi sembra di sentire sulla faccia il vento freddo della loro estate, il sole fioco, lo stivale di gomma sul tappeto umido di felci mentre sali il picco della montagna, dove c’è un cratere allagato a forma di cuore. Ecco un’isola che vorrei visitare. Riempirmi gli occhi di quella piccolezza dispersa in quell’immensità, un’isola piccola come me in un mare senza altre isole intorno, perché quello che sono è per l’appunto un’isola, ma in questo mare ci sono solo io; i normali – quelli che hanno risolto la loro dimensione sessuale e affettiva – sono in un altro oceano, dove non sono ancora ammesso. Forse sono l’ultima isola in questo mare; tutti gli altri sono in piena comunione con il proprio sé, hanno superato i loro blocchi, e stanno dietro quell’onda, aspettando che io venga promosso e finalmente li raggiunga. Suona il campanello, eccomi che apro.
Sarà la quinta volta in tre anni che mi vedo con D, frequentazione del tutto occasionale, ma molto affettuosa. Di solito viene da me quando proprio non ne può più con il padre malato (sospetto, moribondo), il lavoro che lo stressa, gli amici in preda ciascuno ai suoi patemi. Ha il corpo che io ho sempre voluto: è magro e muscoloso. Gli piace farsi abbracciare, e in quello sono bravissimo; i lunghi preliminari, e anche lì non mi faccio compatire. Dopo una mezz’oretta lui va a prendersi un bicchiere d’acqua e io torno al piccì, per continuare a vedere il video su Tristan da Cunha. Chiamo D a vederlo con me, e lui ne è contento, perché è un viaggiatore esperto, e più un luogo e lontano, meglio è. Ma, obietta:
«Qui ti romperesti le palle in cinque minuti, Giulio. [Tale e quale a mia madre!] Cosa c’è da fare? vedi le mucche, Sali la montagna, e poi?».
«Ti immergi».
«Ma vatti ad immergere in Thailandia. Ai Caraibi. In Florida. Mica qui».
«Mi piacciono i posti piccoli. Si può stare a leggere col maglione e il plaid, in riva al mare».
D trova la cosa molto romantica e prosegue la mia fantasia aggiungendoci un ipotetico compagno di viaggio. Io rido per educazione, ma chiariamoci: se vado a Tristan, ci vado per i cazzi miei. Sono un’isola, non sono in contatto con nessuno. Al massimo con gli amici – gli amici sono una cosa bellissima, perché non vogliono essere amati da te. Gli basta esser voluti bene, che non è mica meno intenso; è solo qualitativamente diverso. Io e D torniamo a letto con due bicchieri d’acqua – lui non vuole i biscotti e io sono a dieta – e continuiamo a chiacchierare. Mi racconta di tanti piccoli fatti suoi, di come vuole rifare il bagno, di un viaggio che ha fatto, e io ricambio con le preoccupazioni per i miei genitori che invecchiano, per gli anni che avanzano e per la solitudine. D mi conforta con poche parole banali e affettuose. La sua vita non è una tragedia, e non può credere che la mia lo sia. Mi legge in faccia che sto bene, che sono melodrammatico e che esagero sempre un po’. Non credo che io e D siamo amici, o forse lo stiamo diventando? Io ho dei problemi con le relazioni, ma alle nuove amicizie non ho detto mai di no. Forse il mio prossimo, o la mia prossima partner, sarà statǝ prima un amicǝ.
Lo accompagno alla porta, lo vedo rivestirsi, rimettersi il casco e scendere, alla prossima, ciao, ciao. Poi mi tocca una doccia con Barbero sul laptop, insalatona di pollo e avocado e due litri di Pepsi zero gusto lime – oh, dolcezza! – e, se riesco a concentrarmi abbastanza prima di andare a letto, un po’ di scrittura. Bisogna metter su due righe per il prossimo tema di Spaghetti, che è ‘isole’, e io ho giusto in mente una cosuccia delle mie: un tizio, romagnolo, emigra a Pitcairn, quell’isoletta del Pacifico dove gli abitanti hanno solo spose bambine e la molestia sessuale è la norma – però lui ci emigra dopo che l’isola è stata evacuata – e viene molestato non dagli spettri, troppo ovvio!, ma dall’innocenza e dalla felicità perdute degli abitanti ormai lontani, in cura da psichiatri, e che però sull’isola continuano, incorporee, a ricordare la distruzione della loro vita. Amo queste trame dove uno sfigato qualunque, senza particolari dotazioni morali o intellettuali, si ritrova in un contesto ingestibile e rischia di diventare matto. È pari pari la mia lotta quotidiana in questo mondo, ovviamente con qualche filtro. Scriverei molto di più se non fosse che la chat di Spaghetti stasera va a fuoco, c’è un dibattito tra Deb e Lepri su non so che profumo e io anche se non capisco un marone leggo e rido perché voglio bene a questi amici qui, sento di essere rispettato – non solo voluto bene – da loro, e credo che se morissi ci rimarrebbero male. La chat di Spaghetti è un arcipelago.
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A illustrare: i satelliti di google maps