Sulle spalle dei vecchi
Nella nostra famiglia abbiamo sempre vissuto bene finché non è morto il nonno. Da quel giorno per me e i miei fratelli si è prospettato un incubo ricorrente: andare a lavorare. Per nostro padre no, era chiaro che lui non avrebbe mai lavorato. «Quei porci non mi avranno», diceva, «È una questione di principio».
La fortuna però ci viene incontro. Nostro nonno era stato un alto dirigente statale, uno di quei contratti da prima Repubblica; e così la sua pensione, anche se dimezzata, viene girata alla vedova, cioè nostra nonna. Nostro padre non era mai andato d’accordo con lei ma coi suoi soldi invece andava d’accordissimo.
La quiete torna presto nella nostra famiglia e anche lo stile di vita, benché non sia più quello di prima, è ancora alto.
D’estate però muore anche nostra nonna. Non aveva ascoltato i consigli dell’esperto al tg ed era uscita nelle ore più calde. A quel punto sì che l’incubo del lavoro si abbatte su di noi.
«Questo ricatto deve finire!», urla nostro padre a cena. Nostra madre cerca di calmarlo: «Mancano tre giorni ad agosto», suggerisce, «possiamo nascondere il cadavere fino ad allora e per un mese siamo tranquilli».
Sistemiamo il cadavere a letto e per tre giorni continuiamo come se nulla fosse. La pensione arriva puntuale ma in camera di nostra nonna c’è un’aria irrespirabile. Non possiamo andare avanti così ancora a lungo.
Nessuno in casa parla, nostro padre passa un intero giorno a studiare tecniche di imbalsamazione su internet. Viene fuori che la prima e più importante cosa da fare è svuotare il corpo dagli organi, sono quelli che si putrefanno per primi ed emanano i cattivi odori. Ci mostra un video dove un americano del Wyoming eviscera un procione. A fine filmato mostra una mensola con altri otto procioni bloccati in pose plastiche, Here’s what happens to those who root around my shit, dice con un sorriso. Noto che gli mancano due incisivi e un premolare inferiore sinistro.
«Ragazzi… Figli miei… Sangue del mio sangue… Solo a voi posso chiederlo». Io e mio fratello Carlo ci guardiamo. Elisabetta è troppo piccola per occuparsene, nostro padre dice che la sua parte l’ha già fatta comprando il materiale necessario, mentre nostra madre non può fare una cosa simile alla propria. Carlo fa un lungo sospiro e dice di sì: è il maggiore dopotutto, se ne occuperà lui. Nostra madre fa un verso simile a un topo a cui hanno pestato la coda. Porta la mano di fronte alla bocca, gli occhi brillano delle sue lacrime. Esce dal salotto a passo svelto.
Grazie all’eroico gesto di Carlo passiamo tre anni senza doverci preoccupare più di tanto. L’inflazione si mangia un po’ del potere d’acquisto, ma la pensione di nostra nonna è ancora abbastanza. Dopo aver avvolto il cadavere in bende imbevute di formalina, lo abbiamo messo nell’armadio dei cappotti, così adesso Elisabetta ha una stanza tutta sua.
Tutto procede per il meglio finché un venerdì bussa alla porta un uomo in completo grigio e scarpe antinfortunistiche.
«Buongiorno, è qui che abita la famiglia Rossi?»
«Sì» rispondo io.
«Potrei parlare con la signora Angela?»
Un brivido mi percorre la schiena. Sento nostro padre alle spalle raggiungere la porta con passo preoccupato. «Chi la cerca?» dice.
«Sono un funzionario Equitalia, signore, mi chiamo Eugenio Draghi».
Nostro padre mi tira uno scappellotto. «Mi dispiace Eugenio, Angela non c’è. È uscita».
Fa per chiudere la porta ma Draghi la blocca appena in tempo con un piede. Adesso mi spiego le scarpe.
«Ha per caso detto quando tornava? Non ho problemi ad aspettarla con voi».
«Mi dispiace, in effetti».
«E a me dispiacerebbe tornare qui coi Carabinieri».
Draghi fa un sorriso di plastica, nostro padre lo fissa qualche secondo imperscrutabile. Apre l’uscio senza spostarsi, il funzionario gli passa sotto al braccio ed entra in casa. Ricevo un altro scappellotto, poi chiude la porta.
«Dove ha detto che è andata?»
«Oh, beh, esce molto, sa… ha delle amiche, girano… Non è che le stiamo a chiedere ogni volta».
Sono passate due ore. Draghi è sul divano, sfoglia dei documenti, non riesco a leggere di cosa si tratti.
«Vede signor Rossi, ci sono dei sospetti che… come dire, che la signora Angela non sia più fra noi».
«Gliel’ho detto infatti, non è qui».
«No, intendo proprio in questo mondo».
«Oh mio Dio, le è successo qualcosa?»
«Signor Rossi», Draghi fa un sospiro profondo, «basta con questa commedia».
Il siparietto invece va avanti ancora un po’. Nostro padre nega ma l’agente non se la beve più. Dice che tengono la famiglia sotto osservazione da parecchio: nessuno ha più visto nostra nonna in giro, neanche un controllo medico effettuato negli ultimi tre anni, neppure di routine, molto strano per una persona di quell’età. Nostro padre si inalbera, lo accusa di accuse, ne nasce una discussione tremenda piena di parolacce. Deve intervenire nostra madre. Offre una caffè a entrambi per calmarsi. Draghi non vuole ma lei insiste. «Il caffè è sacro». E a questo punto Draghi non ha scampo.
L’agente beve la sua tazzina e la sua faccia si contorce dallo schifo.
«Che c’è agente, non le piace il mio caffè?» Nostra madre, seduta accanto a nostro padre, lo scruta torvo, «Non si è mai visto un italiano a cui non piaccia il caffè della moka!».
«Buonissimo signora».
Mia madre si fa seria, gli occhi attraversati da un velo di tristezza: «Angela è morta, è vero».
Nostro padre perde tre tonalità di colore ma lei continua, «Una vita trascorsa sulle spalle dei vecchi… Solo che adesso i vecchi siamo noi e non abbiamo più i soldi».
«Signora, io capisco». Draghi dà un ultimo sorso sforzato al caffè, «Ma questo allo Stato non interessa».
Nostra madre accarezza malinconica una gamba a nostro padre. Lui ha gli occhi sbarrati, le pupille vuote. Le mani gli tremano al punto che un po’ di caffè esce dalla tazza macchiando il piattino. «Immagino di no», dice lei.
Draghi, spiega, tornerà l’indomani coi carabinieri. Il tempo di andare in ufficio e sbrigare le carte. Consiglia ai nostri genitori di non farsi venire strane idee, di non scappare, che sarebbe peggio. Ma nostro padre ormai è un guscio vuoto disciolto nella sua poltrona e neanche risponde.
Nostra madre mi fa cenno di accompagnare l’agente.
Sono talmente sconvolto che apro l’armadio dei cappotti davanti a Draghi. L’armadio dove teniamo il cadavere mummificato di nostra nonna.
Draghi fissa la salma parzialmente nascosta dai vari giacchetti. Si porta una mano allo stomaco: «Non mi sento bene».
Gli passo il cappotto, lo prende velocemente e se ne va.
Quando torno in salotto nostra madre consola nostro padre.
«È finita» continua a dire lui fra le lacrime.
Lei invece è serissima, gli asciuga il viso con un fazzoletto. «Ho messo il veleno nel caffè di quel scurbatt. Non farà in tempo a denunciarci ma dobbiamo trovare una soluzione per il futuro di questa famiglia».
La cena si svolge in un clima di tensione, sembra l’ultimo pasto di una serie di condannati a morte. Nostro padre ripete come una cantilena che non può lavorare. Dobbiamo sbarazzarci del cadavere di nostra nonna, farla cremare e dare un funerale privato. E lui… lui non può lavorare, no.
Verso le undici fisso il soffitto di camera e mi chiedo cosa faremo. Neanch’io ho voglia di trovarmi un lavoro a dire il vero, ho diciassette anni, vorrei almeno finire il liceo.
Carlo entra in camera, silenzioso come un gatto, si siede accanto a me sul letto.
«Forse ho una soluzione, ma dipende da te».
Mi spiega che ci pensava da un po’, nostro padre è diventato un peso e forse è giunto il momento di deresponsabilizzarlo, dice così e non capisco bene cosa significhi ma ha un suono stranamente sinistro. Continua e racconta che lo Stato dà dei fondi ai minorenni orfani anche solo di un genitore. Una cifra tipo diecimila euro, una tantum. Non è molto ma si potrebbe pianificare qualcosa, magari un investimento. Diecimila io, diecimila Elisabetta. Lui niente, è maggiorenne. Forse alla mamma spetterebbe qualcosa in quanto vedova, deve capire bene ma se vogliamo farlo bisogna agire in fretta perché manca poco al mio compleanno.
«Io ho venticinque anni, sono troppo vecchio per lavorare secondo i recruiter, e di andare a fare lo schiavo in un ristorante non mi va».
«E se ti laureassi? Ti potremmo mantenere io ed Elisabetta con il sussidio».
«Una laurea in questo Paese? E che ci faccio?»
Scoppiamo entrambi a ridere. Una risata forte e sguaiata che attenua l’ansia di questa giornata.
«Dormici su, ne riparliamo domani».
Rimasto solo, i miei occhi si posano sulla foto di classe che ho appeso all’anta dell’armadio. Vedo Veronica in terza fila e penso che con la mia parte di soldi potrei farle un bel regalo e convincerla a mettersi con me.
Sento il sonno che avanza. Spengo la luce.
Mentre mi addormento un pensiero si fa spazio nella mia testa: se danno diecimila euro a un orfano di padre, quanti ne darebbero a un orfano completo? Il sorriso mi si allarga piano. Domani chiederò a Carlo, lui saprà di certo cosa fare.
A illustrare: immagine creata con Bing Image Creator