Aerei
«Quello è il tuo amico?»
Laura indicava la Tv. Sullo schermo un uomo di cui mi erano familiari i lineamenti duri, lo sguardo vispo, i baffi disordinati. Riconoscevo le singole parti ma non l’insieme.
«Papà la mela, la mela.»
Finii di sbucciare la mela a Davide. Quasi gliela ficcai in bocca.
“…forse il suggerimento di questo film è di avere coraggio, di non restare chiusi in sé stessi e andare a sbattere verso una decisione dalla quale non c’è ritorno…”.
La voce finalmente mi restituì un nome. Era Michele. Da ragazzi eravamo inseparabili.
“…se leggo un bel libro e capita di conoscere l’autore, gli auguro sempre che non diventi un film…”.
L’intervistatrice rise.
Mia moglie era incredula.
«Fa l’attore?!»
«Non lo so, non lo sento da anni.»
Davide masticava a bocca aperta. Il ciancichìo mi entrava in testa come se sgranocchiasse i calli del mio cervello.
“…non è questione di formazione, o sei un attore teatrale o non lo sei, io mi ritengo un attore di teatro prestato al cinema…”
«Anvedi Carmelo Bene» commentò Laura sarcastica.
«Papà guarda, il coso, il torsolo, guarda!»
«Non adesso Davide.»
“…il film uscirà in estate, adesso è in concorso a Venezia. Incrociamo le dita!”.
«Qual è il titolo?»
«Non ho sentito» dissi.
«Siete ancora amici?»
«Certo.»
«Vuoi uomini siete strani.»
«Papà, papà!»
«Cristo Santo, Davide, aspetta un attimo.»
Andai in camera e tirai fuori uno scatolone da sotto al letto. All’interno la mia collezione di DVD rimasti lì dal trasloco. Nella nuova casa e nel nuovo millennio non avevano trovato posto. Scorsi i titoli impolverati. Alcuni non erano nemmeno granché, ma l’idea di buttarli mi faceva star male. Dicono i DVD abbiano una scadenza. Non avevo modo di verificare, anche i lettori erano spariti. L’alternativa a quello scatolone era la spazzatura. Ogni tanto Laura minacciava di buttarli. Rispondevo che avrebbe dovuto buttare anche me. A volte avevo paura che lo avrebbe fatto.
Per un lungo periodo della mia vita il cinema era stato di grande compagnia. Quando incontravo una persona solitaria, ero sicuro d’incontrare un cinefilo.
Michele occupava l’ultimo banco in un angolo, leggeva fumetti e io volevo essergli amico. Quando mi presentai a scuola con un albo dell’uomo ragno attirai la sua attenzione. Ricordo che venne oltre e disse: se uniamo i banchi ci possiamo scambiare i fumetti.
Anni dopo eravamo al cinema, dentro enormi cappotti di pelle, a vedere Matrix Reloaded. Negli anni duemila Neo era più atteso del ritorno di Cristo. Avevamo con noi delle pistole giocattolo e durante la proiezione sparavamo pallini di plastica in testa alle persone.
Dieci anni fa l’ho visto per l’ultima volta. Ogni venerdì ci ritrovavamo a cena con gli amici del teatro. Credevo che quel periodo della mia vita non sarebbe mai finito. Che ogni venerdì fino ai capelli bianchi ci saremmo visti al ristorante. Adesso nemmeno ci telefoniamo. È strano, da allora penso che ogni cena possa essere l’ultima. Che non rivedrò più quelle persone e non farò più quelle conversazioni. Più invecchio più la sensazione di fatalità aumenta. Questa potrebbe essere l’ultima scampagnata coi vicini; l’ultima rimpatriata con i colleghi dell’università; l’ultimo Natale con i cugini, l’ultimo calcetto coi colleghi. Non so spiegarmi perché, le persone semplicemente dimenticano.
Richiusi lo scatolone e sedetti sul letto. Da qualche parte avevo ancora il numero di Michele.
« Ti ho visto in TV Miche’, sei diventato famoso?»
Rise. Raccontò della rocambolesca produzione del film. Della costumista che si scopava nei camerini. Di come passava le serate al Pigneto. Sembrava contento di risentirmi.
«Mi ha detto Alessandro che hai fatto un figlio.»
«Ha quattro anni.»
«Mannaggia, non ce posso crede’! Non m’hai invitato al matrimonio?»
«Ci siamo sposati in comune Miche’, solo familiari, per risparmiare.»
«Lavori ancora in ufficio?»
Facevo il contabile per un’azienda di serramenti. Un colletto bianco, un impiegato amministrativo, un topo da ufficio, uno di quelli che impazziscono tipo Micheal Douglas in Un giorno di ordinaria follia o Tyler Durden. Gli anni novanta ci avevano messo in guardia ma nessuno li ha presi sul serio con quei jeans slargati, i maglioni oversize e le boy band.
«Non è proprio quello che sognavo da piccolo.»
«Cosa te frega! Io abito con due studenti. Sto a fa’ la fame.»
«Almeno fai quello che ti piace.»
«Macché, il cinema è morto.»
I film non incassavano. E poi c’era l’AI che stava soppiantando tutto.
«L’altro giorno ho sentito un amico di Milano, stanno già sperimentando per i primi lungometraggi generati al computer. Niente più troupe, set, operatori, macchine, luci, direttori della fotografia.»
«E niente costumiste.»
«Porco giuda, è veramente finita un’epoca.»
Rimanemmo in silenzio un attimo.
«Che fai se il cinema chiude?»
«Faccio l’autore. Magari ti chiamo e scriviamo assieme, come quando eravamo giovani.»
Una volta un amico che gestiva un piccolo teatro ci pregò di mettere in scena qualcosa per riempire il palinsesto. Era dicembre e scrivemmo uno spettacolo di Natale postmoderno. La trama si incentrava su un Babbo Natale platonico e un folletto nichilista che discutevano su come giudicare i bambini. Non ricavammo un euro. Oggi, non potrei rifarlo con moglie e figlio. Anche se spesso mi chiedo dove sia il confine tra una difficoltà e l’arrendevolezza. È un po’ come quel sogno che faccio sempre. Devo partire, ho un aereo prenotato, e realizzo che la valigia non è pronta. Non importa cosa metta dentro, manca sempre qualcosa. Alla fine perdo l’aereo.
«Ricordi quando uno spettatore venne a dirci che la vicenda era troppo realistica.»
«Sì, sì, quel coglione.»
«Tu gli rispondesti che in realtà Babbo Natale non esisteva.»
«Infatti.»
«Ero piegato dalle risate.»
Avvertii un gran baccano dalla cucina. Davide aveva mangiato anche i semi della mela e sua madre sosteneva fossero velenosi.
«TUO FIGLIO RISCHIA UN’INTOSSICAZIONE, DOVE SEI?!»
Portai una mano alla testa. Massaggiai le palpebre, pesanti come un sipario, e mi ressi la fronte.
«Devo andare Miche’.»
«Sentiamoci.»
«Sicuro. Mi ha fatto davvero piacere.»
«Anche a me.»
Gettai il telefono tra le coperte, misi via i film e tornai dalla mia famiglia. Il nome di Michele rimase per un po’ sullo schermo del cellulare. Poi sparì.
Illustrazione: fotografia in archivio Pinterest