L’ultima barretta Kälteen
«Amore stai calma!»
Quando l’aveva vista con Aaron, i suoi piedi avevano tirato fuori una volontà propria e prima ancora che suggerisse a sé stessa di andarsene, l’avevano strappata dalla casa e, soprattutto, da lei, così in fretta che adesso aveva male allo stomaco. La voce di Shane la raggiunse alle spalle. Doveva averla seguita quando era corsa via dalla festa, ma Regina non si voltò a guardarlo. “Stare calma” non era un’opzione. Non avrebbe dovuto dirlo, ma Shane era proprio un cretino. E lei stava con uno così. Doveva per forza, visto che Aaron aveva deciso di abbandonarla e sparire dalla sua vita da un momento all’altro. E prima l’aveva trovato su un letto, con lei. L’idea si fece spazio nella sua testa mentre correva. Per la prima volta, pensò che c’entrasse lei, in quella storia. Aaron l’aveva lasciata, perché, a detta sua, un compagno di squadra gli aveva raccontato che Regina lo tradiva con Shane, ma… se invece fosse stata lei, a fare la spia? Oddio, ma perché Shane l’aveva seguita? Adesso aveva bisogno di silenzio.
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio.
Doveva andare via. Mangiare qualcosa, e andare via.
«È come se non potessi più fidarmi di nessuno», disse stizzita, sperando di chiuderla lì, mentre appoggiava con rabbia la borsa sullo sportello della decappottabile. Quando l’aprì, ignorò il luccichio tra le sue cose per non attirare l’attenzione di Shane sul contenuto della borsa. Premura inutile perché lui, come al solito, non si accorse di nulla. Non si accorgeva mai di nulla. Regina era stata abbastanza veloce da tirare fuori la barretta, chiudere la borsa e iniziare a scartare la confezione, prima ancora che Shane si avvicinasse al lato del passeggero.
«Perché mangi una barretta Kälteen?»
Regina George, allora, fece uno sforzo sovrumano per non esplodere, e forse fu il più faticoso della sua vita. Il cuore pulsava così veloce che ne ebbe paura. Le tempie martellavano al punto che pensò di avere dei chiodi incastrati nel cervello. Stava impazzendo? Sì, forse stava impazzendo. Ma se pensava di impazzire, magari non stava impazzendo sul serio, giusto? Doveva mantenere la calma. Non era colpa di Shane, se adesso era così furiosa. Sapeva di essersela già presa abbastanza con lui nell’ultimo periodo, e anche se quella domanda andava pericolosamente a sommarsi a tutto il malessere che ormai la opprimeva ogni volta che metteva qualcosa sotto i denti, cercò di non dare in escandescenze. Aveva già perso tutti, e lui era l’ultima persona rimasta nella sua vita, quindi si limitò a rispondere: «Muoio di fame» senz’aggiungere altro.
«Io la odio quella roba…» borbottò Shane, mentre lei mordeva la copertura di cioccolato della barretta. «L’allenatore Carr ce la fa mangiare quando dobbiamo salire una categoria di peso.»
La testa di Regina scattò in alto. Rotto lo strato di cioccolato, venne fuori il ripieno che avrebbe dovuto sapere di burro d’arachidi ma che in realtà aveva un gusto ferroso e strano. Ricordava quello della plastica. La pappetta di cioccolato, ferro e plastica adesso si scioglieva sulla sua lingua. Sentiva piccoli pezzi di noccioline incastrati tra i denti. Shane aveva in mano uno stupido bicchiere rosso di plastica che puzzava di alcol scadente. Regina scandì nella mente le sue ultime parole: Salire-una-categoria-di-peso.
«Cosa?»
Shane sollevò le spalle, con tutta la semplicità del mondo, e rispose: «Ti fanno ingrassare come un tacchino!»
«Brutta figlia di…» Regina sputò a terra il pezzo di barretta che teneva ancora in bocca, e mentre si domandava perché quell’idiota del suo ragazzo avesse aspettato fino a quel momento per dirle che le barrette Kälteen facessero ingrassare, urlò. Urlò così forte che pensò le sarebbero esplosi i polmoni. Non riusciva a smettere di urlare. Gettò la barretta a terra e guardò ancora la casa di Cady. Cristo santo, chi poteva essere così crudele da farti ingrassare di proposito, prima del ballo di fine anno?
Cady aveva assistito alla sua umiliazione, mentre la commessa le diceva di provare una taglia forte. Era rimasta in silenzio quando le altre le avevano detto di sedersi altrove, visto che non poteva più indossare i suoi bei vestiti taglia zero e doveva accontentarsi delle tute. Ricordò con una chiarezza spaventosa la sua espressione sicura mentre le diceva che quelle barrette l’avrebbero aiutata a dimagrire. Smise di gridare. Si guardò intorno, e constatò che Shane era sparito. Chissà, forse per la prima volta nella sua vita si era accorto di qualcosa e se n’era andato prima che si mettesse male.
Mossa solo dall’istinto, Regina saltò a bordo della sua auto e la nascose due isolati più lontano. Non voleva che qualcuno la riconoscesse. Quando tornò indietro, fece anche attenzione a non farsi notare. Scivolò tra le ombre di alberi e altre case, finché non tornò nei pressi di quella di Cady.
Si pietrificò quando la vide fuori dall’abitazione. Sentì la mandibola irrigidirsi per la rabbia. Era bastata la sua vista per farla scattare con un brusco tac, come una trappola per orsi. Cady era patetica con quel vestitino striminzito, appiccicato addosso per sembrare più sexy. Zoppicava su tacchi altissimi che non era neppure in grado di portare. Gridava contro un’auto, dal marciapiede. Alla guida riconobbe l’amico sfigato di Janice, e esposta dal tettuccio, la stessa Janice che gridava, a sua volta, contro Cady.
Janice e Cady si conoscevano? Dal modo concitato con cui si parlavano, avrebbe detto di sì. E lei non se n’era mai accorta, possibile?
Janice lanciò qualcosa addosso a Cady, una specie di rotolo di carta. L’auto sfrecciò via, mentre il tipo alla guida strillava: «Rivoglio la mia maglietta rosa!», qualunque cosa significasse.
Regina vide Cady aprire quel rotolo, osservarlo, richiuderlo e rientrare in casa, affranta.
Nel giro di un’ora, tutti gli invitati a quella stupida festa se n’erano andati. Le ultime a uscire furono Gretchen e Karen. Le aveva osservate sfilare sul prato, nascosta tra i cespugli.
Belle amiche, quelle due. Quanto ci avevano messo per sostituirla con un suo clone mal riuscito?
Regina riaprì la borsetta e guardò la pistola per un lunghissimo minuto.
Avrebbe ucciso prima Gretchen. Quella sporca, schifosa traditrice. Allungò la mano ma appena sfiorò il calcio dell’arma, le dita tremarono. Non sparava da quando suo padre le aveva insegnato come si faceva, da piccola. Quella pistola l’aveva rubata dal suo cassetto della scrivania, ma per scherzo. Lo aveva ripetuto anche a sé stessa, che lo faceva per scherzo, mentre la infilava nella borsa prima di uscire di casa, nascondendola con cura sotto le barrette Kälteen. Ora voleva davvero sparare a Gretchen? Sì. E poi avrebbe sparato anche a Karen. Oppure no? No. Bisognava ragionare con calma. Richiuse la borsa. Sentiva un’euforia sconosciuta crescere dentro di lei. Si chiese se anche loro due sapessero delle barrette Kälteen. Avevano tramato insieme a Cady per farla ingrassare? Respirò a fondo, più volte. A tempo debito, avrebbe scoperto ogni cosa.
Quando anche l’ultima auto, finalmente, lasciò il vialetto, Regina pensò con più freddezza a cosa fare. Innanzitutto, doveva entrare. Si guardò alle spalle, poi controllò la strada e le case vicine. Nessuno in vista. Uscì con leggerezza dal suo nascondiglio, il peso accumulato negli ultimi mesi non la tradì. S’infilò in casa con facilità, la porta non era chiusa a chiave. Le luci, dentro, erano tutte spente. Nessun rumore rompeva il silenzio della notte. Si mise in ascolto, con attenzione, e si accorse che, dal piano di sopra, arrivavano dei singhiozzi. Quindi Cady era ancora sveglia. Forse doveva aspettare che si addormentasse? E poi, che avrebbe fatto? Sarebbe entrata in camera sua, l’avrebbe svegliata e…? Le brontolò lo stomaco. Aveva così tanta fame, ma con sé aveva solo quelle stupide barrette e giurò a sé stessa che non ne avrebbe più mangiato neanche una briciola finché campava. Non dopo tutta la sofferenza provata ogni volta che era salita sulla bilancia, e ogni volta che aveva trattenuto il respiro per strizzarsi in un paio di jeans ormai troppo stretti. Non era il momento di mangiare, l’avrebbe fatto dopo. Si tolse le scarpe, e con passo soffice salì le scale. La porta della camera di Cady era socchiusa. La spalancò e Cady, per il rumore inaspettato alle sue spalle, scattò a sedere, voltandosi verso di lei. Quando la vide, le riservò uno sguardo sorpreso e spaventato. Regina si appoggiò allo stipite della porta, il collo piegato, una mano infilata nella borsa. «Sono tornata, stronzetta».
«Regina, m-ma…» Fu l’unica cosa che riuscì a dire, prima che l’altra le puntasse, con un movimento fluido, la pistola all’altezza degli occhi. Cady guardò prima la canna della pistola, incredula, e, poi, ancora più incredula, Regina che la impugnava.
Doveva richiamare alla memoria come si utilizzava una pistola, e in fretta. Era carica, di sicuro. E sapeva di doverla tenere con due mani, ma adesso l’altra mano le serviva libera.
«Ti farò delle domande, e tu risponderai solo facendo “sì” o “no” con la testa. Ti avverto, non gridare.» Riusciva a tenerla con una sola mano? Sì, anche se era pesante. Aveva tutto sotto controllo, sì, tutto sotto controllo. «Hai capito?»
Cady annuì, atterrita. Era una paura perfetta, quella. La cosa più bella che avesse mai visto. Le lanciò contro la sua borsa con la mano libera. «Aprila».
Cady non si mosse, e Regina fece un cenno alla pistola che teneva ancora puntata contro di lei. Adesso, con entrambe le mani. «Ti ho detto di aprirla.»
Sul letto, Cady allungò le mani sulla borsetta e l’aprì.
«Guarda dentro.»
Cady eseguì l’ordine di Regina. Guardò nella borsa, sgranò gli occhi e impallidì.
«Ora prendi una di quelle barrette, e mangiala.» Regina sorrise, trionfante. Teneva il mirino puntato alla testa di Cady. Caricò l’arma. «Che c’è? Non vuoi bruciare tutti i carboidrati che mangi?»
«Regina, io—»
«Ti ho detto di mangiarla!» si fece avanti, pestando un piede sul pavimento. «Devi mangiare quella barretta!»
Gli occhi di Cady si erano riempiti di nuove lacrime. Regina si gustò l’immagine della sua nemica giurata che, con le mani tremanti, scartava la barretta e, a poco a poco, la mangiava.
In tutto, ne aveva portate cinque con sé. Una l’aveva sprecata prima, peccato. Le sarebbe piaciuto molto vederla mentre si ingozzava di quella roba schifosa. «Aprine un’altra.»
Cady, confusa, ubbidì. Mentre masticava, Regina riprese col suo interrogatorio. «Sei stata tu a dire ad Aaron che lo tradivo?»
Cady rabbrividì. Regina la incalzò, e Cady, annichilita, annuì.
«Darmi queste barrette… è stata una tua idea?»
Cady fece “no” con la testa. Non smetteva di piangere, e la cosa le dava ai nervi. Lo stomaco le brontolò di nuovo.
«Mangia.» Cady annuì, disperata, scartando la terza barretta. «Chi è stato?»
Cady continuò a mangiare in silenzio.
«Gretchen, Karen?»
Cady scosse la testa, aprì l’ultima barretta Kälteen, e iniziò a mangiarla con lentezza.
«Allora chi?»
Cady non rispose, e mandò giù l’ultimo boccone. Non parlava, eh? Pensava che non le avrebbe sparato, che non ne aveva il coraggio? Allora, quell’aborto della giungla non conosceva affatto Regina George.
«Ti do cinque secondi per rispondere. Anzi, quattro. Uno per ogni barretta che hai mangiato. Uno.»
Nessuna risposta.
«Due.» Silenzio.
«Tre.»
Cady non si mosse, né provò a scappare.
«Quattro».
Un occhio esplose all’impatto col proiettile. Il sangue schizzò sul letto e Cady cadde all’indietro sul materasso, come un manichino. Non fosse stato per quel buco sulla sua testa, e per il fatto che adesso era sdraiata invece che seduta, sarebbe stato tutto uguale a prima del suono umido che aveva fatto il suo corpo mentre si liberava dell’occhio e del sangue. Era stato tenue, rispetto a quello dello sparo, ma in qualche modo più intenso. Regina aspettò di vederla sollevare il busto, ma Cady non si mosse. Faceva finta, di sicuro. A scuola il giorno dopo avrebbe piagnucolato che non aveva più un occhio, che era colpa di Regina, e tutti le avrebbero creduto. Già li sentiva, per i corridoi, mentre dicevano “Povera Cady, Regina le ha cavato un occhio”. Quella schifosa teneva le braccia lunghe sul copriletto e le parve davvero stupido che non le usasse per tirarsi su. Faceva caldo. C’era odore di polvere mista a qualcosa di dolce e acre allo stesso tempo. Le braccia di Cady restavano stupidamente ferme. Poteva anche smetterla con la commedia, adesso. E poi, perché non la guardava? Se ne stava a pancia in su, a fissare il soffitto con l’occhio integro, e fingeva che lei non esistesse. Perché non aveva parlato? Era rimasta zitta quando avrebbe potuto evitare di finire in quello stato, col sangue dappertutto e l’occhio sfracellato. L’aveva voluto lei, l’aveva persino avvisata. Se le avesse detto chi c’era dietro la storia delle barrette, non le avrebbe sparato. Si sarebbe tenuta anche l’altro occhio, e le sue braccia non sarebbero diventate bastoni bianchi inermi. Era ovvio che Regina fosse arrabbiata con lei, dopo tutto quello che le aveva fatto nei mesi precedenti, come poteva aspettarsi che non lo fosse?
«Cady, alzati.»
Sentì il peso dell’arma, quell’odore così forte, sotto gli occhi gli schizzi di sangue, il suo corpo avvolto in quel vestitino striminzito. Le ginocchia sporgevano dal letto, e i piedi, senza i tacchi alti, penzolavano nel vuoto in modo orribile e Regina capì che Cady non faceva la commedia. La sua mano perse la presa, la pistola scivolò sul pavimento con un tonfo secco. Sembrò rendersi conto solo in quel momento di cos’era successo, e si coprì la bocca con le mani. Quella di Cady era spalancata, piena di cioccolato e ripieno al burro di arachidi. Sulle guance aveva sangue e roba molle, gelatinosa, di un rosa pallido lucidissimo. Regina si afferrò la testa e vomitò. Riprese la pistola, la ficcò in borsa in tutta fretta, e per la seconda volta, con lo stomaco che le faceva male, i suoi piedi decisero di portarla via subito e corsero lontano da quella casa e da lei.
A illustrare, immagine realizzata con Canvas