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L’ultimo bacio del rettile

Autore
Nicole Trevisan
Ciclo #25 - The Spaghetti Grand Hotel
Narrativa generale
30 aprile 2026

Non se lo aspettava. E lo ripeteva a chiunque gli chiedesse come stava andando la navigazione, che non se lo aspettava: il Nilo non sa di niente. Né di pesce né di fango. L’acqua era viva, di pesci e uccelli, e di certo le popolazioni dei villaggi ci cagavano dentro, ma il fiume non aveva alcun odore.
La culla della civiltà, avevano declamato i figli: come il Tigri e l’Eufrate.
«Non lo vedi, papà, com’è fertile la terra?»
Si era concesso una smorfia inorgoglita, frammista al prurito che solo i bambini con solo dieci in pagella potevano scatenare. Sua moglie aveva finto di ascoltare e capire, annuendo dentro a una canzone araba in cuffia. Aveva cercato su Shazam l’intera playlist che martellava nel negozio di souvenir della nave. Per entrare nel mood, aveva detto.
Anche i colleghi di lavoro erano interessati a certi dettagli. Musica, divertimento, e cosa facesse la sera, ad esempio, anziché a questioni liminali come l’odore del fiume. Ma lui non aveva molta voglia di confessare, ad esempio, che il giorno prima c’era stata una serata a tema e si erano introdotti nel ristorante due uomini vestiti da cavallo, seguiti da altri due uomini vestiti da cavallo, e che le creature imbizzarrite, fasulle e coperte di gualdrappe, si erano inseguite a tempo di musica. Si era poi tenuto uno spettacolo di danza del ventre, ma la ballerina era una panciuta quarantacinquenne con i leggings e non gli aveva suscitato altro che una palpitazione di tristezza, scesa dal torace al basso ventre, dove si era diffusa ai quadricipiti mischiandosi all’acido lattico.
Non era in forma. Le escursioni nel deserto avevano falciato la sua opinabile preparazione atletica e l’idea di ripetere l’esperienza della sveglia alle cinque del mattino per i successivi cinque giorni lo annientava. Meglio pensare all’odore del Nilo. Distrarsi dal crollo della sua idea di vacanza rilassante, assecondata dall’agenzia viaggi con i suoi dépliant patinati e dai racconti di quei colleghi che gli avevano rifilato certe storie viscide con tocchi di fumo e danzatrici glabre.

Voleva solo farli contenti. I bambini, fan sfegatati delle piramidi, e anche Manuela. Era dalla luna di miele che lo implorava di portarla all’estero. Quando aveva proposto il viaggio in Egitto, gli era saltata al collo e l’aveva coperto di baci come se avesse ancora l’abito bianco addosso. Lui si era ritratto imbarazzato e innamorato come non mai del risolino eccitato che sua moglie nascondeva dietro alle mani. Non ci sperava più, gli aveva detto, credevo non ti importasse. A Manuela pensava sempre, anche quando lei non faceva che lamentarsi che era stanca e mancavano i soldi e i bambini facevano casino. Che scopavano poco per questo, la stanchezza, i soldi, i figli. E lui si corrucciava ad accumulare ore di straordinari che risolvessero almeno la questione economica, cercando di limitare almeno uno dei problemi che minavano la sua serenità familiare, finché non era arrivato il bonus di produzione e aveva deciso di investirlo a beneficio della sua vita sessuale. E rilassarsi, e far contenti i figli.

Che saltellano nella polvere. Del gruppo, gli unici a manifestare segni di vita davanti al tempio di Kom Ombo mentre la guida, in tunica e jeans, articola una spiegazione sull’architettura sacra e il culto di Sobek, il dio coccodrillo.
«Il Nilo e i terremoti hanno danneggiato la struttura del tempio, dice, ma andiamo, prego signori, iallà iallà.»
E li spinge dentro, impedendo a Manuela di scattare la ventesima foto del colonnato, che si innalza verso un cielo dall’azzurro intoccabile. Prende le mani dei bambini, lasciandolo solo tra i vestiboli, con la felpa e i pantaloncini corti che lo fanno tremare di freddo. Il gruppo si sposta in una sala interna. La guida intima di fare attenzione, di non toccare niente. Supera i dorsi degli smartphone, schermando una sequenza di corpi stesi a terra.
«Quelle che vedete, senhores, sono mummie di coccodrillo del Nilo. Alcune delle trecento rinvenute tra le sabbie, custodite in omaggio al dio Sobek, dio delle acque, della fertilità e protettore dei faraoni.»
I bambini si raggrumano addosso a Manuela, affascinati dall’orrore di quei cadaveri grigiastri, dal muso solenne e addormentato, le zampe rattrappite contro il ventre. Lei libera una mano per ritrarre in foto anche loro, come i cortili e i colonnati. Lui, invece, cerca di misurare a mente quei rettili, assorto sulla fisionomia delle fauci sigillate nei secoli. Alcuni sembrano sorridere, altri sono raggelati nel dolore del trapasso. Si domanda quante persone siano servite per ucciderne anche soltanto uno. Se la grandezza del dio non stia nel pericolo generato dai suoi figli, sacrificati a eterna memoria. Uscendo, allunga una mano e accarezza col pollice il dente appuntito che sbuca dal labbro di uno dei coccodrilli. Attento a essere l’ultimo a lasciare la sala, sfrega il polpastrello di pollice e indice, ricalcando il solco invisibile di quella zanna millenaria. Decide di lavarsi le mani alla prima toilette e di non lesinare sul disinfettante da borsetta di sua moglie.

Un’altra serata a tema. Stavolta, una festa nubiana: lo annunciano al rientro in nave, con l’immediato tentativo di vendere altre tuniche, copricapi e spille ai passeggeri. Manuela acquista una sciarpa da fianco decorata con monetine e frange. Quando torno a casa, gli sussurra, mi iscrivo a un corso di danza del ventre. Suona maliziosa, e il pensiero di proiettarla sul letto matrimoniale, sopra a una cascata di finti petali di rosa e un cigno fatto di asciugamani potrebbe mutarsi in realtà se i figli non irrompessero a scariche di: «andiamo in piscina? Andiamo, mamma?»
Lei si spoglia e mette il costume.
«Dopo», rimanda il discorso premendogli l’indice sotto l’ombelico, e quel dopo – la cena scialba, lo spettacolo, il reggaeton affatto nubiano – arriva, all’alba delle ventitré, con i bambini impastati tra coperte e respiri pesanti di sonno: marito e moglie strisciano uno davanti all’altro, avvolti per formalità in pigiami leggeri, cominciano a baciarsi. Lui chiude gli occhi. Immagina una stanza che lasci fuori i figli, protetta da tende di velluto e odore d’incenso. Lei struscia il bacino contro il suo, grattandogli l’inguine con l’osso pelvico: ricorda che gli piace. Sa cosa accadrà subito dopo, tende la mano per sentirlo crescere nel palmo, ma carezza il vuoto, pur cercando di aggrapparsi a quel che trova e titillare l’idea di un accoppiamento rimandato, che esplode tardivo e fragoroso tra i cuscini. Manuela tira, stiracchia, succhia e resta delusa. Lui non ha niente da offrirle, se non una rassegnata masturbazione vaginale, eseguita con perizia infallibile e che termina in un orgasmo sussultorio, consolante, in un morso sulla spalla.

In piscina, il giorno dopo, deve andarci con addosso la t-shirt. I bambini sguazzano e fanno a gara a chi sputa l’acqua clorata più lontano. Forse prenderanno la salmonella, forse una gastroenterite: distanzia il pensiero, che concentra sulla consistenza del fiume. Sembra piatto, descritto da onde minime, persino poco profondo. Ai lati, la riva di vegetazione scarmigliata e uccelli migratori lo distrae appena dalla ricerca del dorso del naturale abitante del Nilo. Si volta verso uno degli inservienti, un ragazzo sulla ventina impegnato a spazzare il ponte e gli domanda se per caso ne vedranno uno. Indica l’acqua. Il ragazzo scrolla la testa e sorride.
«No no, tranquillo mister. Niente coccodrilli qui, è safe.»
Lui insiste, chiede se non siano animali notturni, se per caso non compaiano col buio, ma l’inserviente non capisce già più la sua lingua e continua a dondolarsi trascinando la scopa, con un ghigno che spezza il tedio del suo lavoro, da un capo all’altro della nave.
Prova a indagare con i figli, quando riemergono.
«Avete visto dei coccodrilli?»
Loro farneticano di mostruosità di venti metri di lunghezza, allargando braccia e gambe per imitare il colossale rettile, inattendibili per definizione, finché non vengono prelevati dalla madre, che li spedisce al bar a prendere una bibita. Manuela si siede accanto a lui e gli carezza una coscia, entrando sotto al costume.
«Quindi? Ti stai divertendo?»
Sorniona come una lucertola gonfia d’insetti – la immagina così, con lo stesso sorriso piatto. Orripilante: l’idea deturpa la pace del momento e ogni possibile erezione, deludendo le brame della moglie. Le dice di non sentirsi bene, che forse ha preso qualcosa. Un principio di gastroenterite, magari. Lei, premurosa, lo stringe al collo viscido di sudore e viene raggiunto da un capogiro che gli impugna le tempie.
«Va’ a stenderti.»
«Ok.»
«Ti amo.»
«Scusa.»

Sul letto, tra altri petali di rosa e foglie di plastica, accanto a un intreccio di asciugamani che imita un elefante con una coppia di caramelle al posto degli occhi, si impone di riposare. Il viaggio lo sta sfiancando, l’agglomerato di abitudini estranee lo blocca, è evidente, del tutto normale; persino i chatbot confermano la sua teoria. Deve essere gentile con sé stesso, comprensivo. E rilassarsi, soprattutto, o non riuscirà a rendere giustizia alle decorazioni ignobili con cui il personale di bordo arreda la cabina un giorno dopo l’altro. Timido, prova a trastullare il pene, che si intristisce al cospetto di un’ostinazione prima scialba, poi venata di rivalsa. Con la mano libera, cerca il numero di un andrologo online. Poi usa entrambe per cercare in un’enciclopedia le possibili cause dell’impotenza prima dei cinquant’anni. Si addormenta fiaccato dal pessimismo. Non si accorge di russare, naviga su una superficie verde di riflessi e calore discendente, più intenso sulla pelle ora che si nasconde tra le lenzuola. Gli pesa addosso un corpo familiare, vasto e immobile, che mischia il respiro al suo, intimo con il suo sonno come se l’avesse vegliato da sempre. Muove una mano per sfiorargli il ventre liscio, descritto da placche morbide. Il turgore dell’addome della bestia contamina il suo sesso. Che risorge: si sfrega contro di lui, irritato ed eccitato dalla grana crudele delle sue squame. Si sente immortale e il tempo, dapprima lentissimo, formicola finché l’orgasmo non lo inchioda a quel piacere innaturale e lo risveglia nell’umida penombra del tramonto. Il dio Sobek l’ha benedetto.
Un’evidenza sgradevole. Un incidente certamente dovuto al caldo, a una concatenazione di possibili cause che elenca, di nuovo, come una litania. Che sogno assurdo. Si lava e cambia le mutande prima del ritorno della famiglia, evita di passare davanti alle finestre orizzontali che affacciano sull’acqua, consapevole di cosa cercherebbe, da che presenza si sentirebbe osservato, sebbene l’inserviente e internet la valutino impossibile. I coccodrilli del Nilo non frequentano quella zona. Il dio Sobek non esiste. Dio non esiste. Scuote la testa. Si propone di fare un secondo tentativo con la masturbazione, più tardi. Quando tutti dormiranno e il respiro di moglie e figli trapasserà le pareti ricordandogli tutto il suo squallore.

Nel fine settimana sbarcano al Cairo. Il Nilo è cambiato, lurido, spacca la città in due. Lui ci pensa spesso. Dice ai colleghi che non se l’aspettava, che la cosa più affascinante fosse un fiume. Che cambia sempre, anche se non sa di niente, e trascina il paesaggio nell’acqua. Di notte, quando intorno ogni cosa è nera e scompare, sentiva di muoversi sulle vertebre di una creatura stregata. L’ha raccontato a Manuela, una volta. Aveva sognato Sobek e il pene era rimasto abbastanza eretto da espletare la pratica: si era rassegnato a sfruttare quel residuo di desiderio, approfittando del buio per immaginarla coperta di squame. Enorme, ferocissima.
«Hai visto? Dovevi solo rilassarti.»
«Penso di essermi abituato alla barca. Sarà strano scendere, non avere più il Nilo fuori dalla finestra. Mi sembra una cosa viva.»
Lei, soddisfatta, si era accoccolata sul suo petto e aveva deciso che era stato colto da un fulminante mal d’Africa. Meglio della gastroenterite, aveva riso. Forse no, aveva risposto lui.
Scendono a vedere le mummie, i sarcofagi, il tesoro di Tutankhamon. L’hotel è un quattro stelle di catena: niente più asciugamani a forma di animale intrecciati sul letto. Niente acqua in bottiglia per lavarsi i denti. La civiltà occidentale soffia più forte e la sveglia è tornata a suonare alle otto. Sfilano già nostalgici tra i reperti, stringendo una guida cartacea, con le cuffiette che amplificano le spiegazioni sussurrate di una guida di città, in polo e pantalone cachi. I bambini hanno lo zaino carico di braccialetti, rose del deserto, statuine a forma di piramide o maschera funeraria. Manuela lo tiene per mano e gli dice che è stato il viaggio più bello della sua vita.
«Grazie, amore.»
«E di che.»
E di che. Prima dell’alba e del primo canto del muezzin, strozza in pugno il pene durissimo fino a un attimo prima, chiude gli occhi e spera di tornare a sognare. Di essere amato da un dio millenario, che ora gli sfugge nell’acqua bassa e che cerca di ritrovare, fantasma, sotto le palpebre e le lenzuola, nel corpo troppo caldo della moglie che ogni tanto, se è fortunato, gli incide un morso sulla spalla.