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Il funerale

Autore
Diego De Angelis
Ciclo #27 - The Grand Spaghetti Hotel
Narrativa generale
16 luglio 2026

L’hotel si chiamava Aurora, ma stava dietro a un concessionario di trattori, dove l’alba non si vedeva perché davanti c’era il cartellone della birra. Aveva tre piani, una veranda chiusa con le tende di plastica e un odore di brodo che veniva su dalle scale anche di mattina. Io ci ero finito perché il funerale di mio cugino era alle dieci, e non volevo partire col buio. L’albergo era a cinque minuti dalla chiesa. C’era un’umidità umiliante, da vergognarsi anche dei vestiti.
Mio cugino era morto giovane. Ricordavo le estati passate insieme nella vecchia casa dei nonni, in paese: il soggiorno scuro, i mobili poveri, le immagini dei santi alle pareti. Da bambini ci somigliavamo abbastanza perché mia nonna confondesse i nostri nomi. Crescendo, non avevamo tenuto i contatti.
Mentre facevo il check-in mi guardai attorno. La hall era piccola, con due quadri appesi e una grossa mappa della regione. I quadri sembravano nature morte di Morandi, e la mappa aveva un’aria imprecisa del posto che rappresentava.
Il ragazzo alla reception mi diede la chiave della camera.
«Mi tolga una curiosità. Ma questa è l’Emilia o la Romagna?»
Lui alzò gli occhi dal monitor. Gli passò sulla faccia qualcosa che doveva essere un sorriso.
«…eh, a sem in mèz, sa… » sono le uniche parole che colsi.

La camera sapeva di fumo vecchio e deodorante dozzinale. Lanciai il borsone ai piedi del letto e mi lasciai cadere sul matrimoniale. Rimasi lì sopra senza togliermi le scarpe. Dal muro veniva un rumore d’acqua nei tubi. Guardai il soffitto. C’era una crepa sottile vicino al lampadario.
Avevo ancora addosso la sensazione del viaggio, l’umidità. Presi il telefono per vedere l’ora e finii su Tinder senza averlo deciso davvero.
C’erano un’insegnante, una che amava “il buon vino”, la solita appassionata di arrampicata, una mamma, poi lei. Si chiamava Ksenija. Trent’anni.
Nella prima foto era seduta su una panchina, con un piumino nero e i capelli raccolti. Non sorrideva. Nella seconda era in palestra, piegata su un bilanciere – aveva le cosce in espansione e tatuate, le spalle larghe, gli avambracci tirati.
Aveva scritto nella descrizione:
Born in Belarus. Posso batterti a braccio di ferro.
Piazzai un mi piace a una foto in cui teneva il bilanciere all’altezza delle gambe. Mi sentivo ridicolo per aver aperto un’app di incontri; ancora di più quando il desiderio si diresse verso il basso e mi ritrovai con la mano destra sulla pancia, tra i peli e l’elastico delle mutande.
Dopo neanche un minuto arrivò il match, mi inventai la prima cosa per scriverle, lasciandomi ispirare dal suo paese d’origine.
Ehi 🙂 Non è che sei una spia di Lukashenko, vero?
No. Almeno non oggi.
Meno male. Il mio hotel sembra uscito da un film di spie della Guerra fredda.
Anche il mio.
Aurora?
Sì… Sono giù. Ci vediamo?

Restai a guardare lo schermo. Era stato l’invito più veloce della mia vita. Mi rividi nel riflesso della televisione spenta, collegata a un decoder così vecchio che probabilmente non funzionava più. Il vetro mi restituì una faccia stanca, già un po’ estranea. Per un secondo ci vidi mio cugino e il ricordo di quando, da bambini, ci scambiavano da lontano.
Mi infilai sotto la doccia. Ne uscii poco dopo, con una maglietta pulita e l’intimo fresco. Per abbassare l’ansia che aveva cominciato a galoppare, mi concessi cinque gocce di benzodiazepine.
La trovai in piedi davanti alla mappa. Sfidava il caldo indossando short di jeans e una canotta nera con un logo colorato. Rimasi colpito dall’aspetto autorevole dei suoi polpacci lattiginosi. A differenza delle foto online, aveva i capelli corti, tinti di viola.
«Piacere, Ksenija.»
«Matteo.»
Non ho idea del perché risposi dando il nome di mio cugino.
«Matteo?»
«Alessandro» dissi. «Scusa. Matteo è il mio secondo nome.»
«Ah.»
«Non lo uso mai.»
«Però lo usi quando ti presenti.»
«A quanto pare sì.»
Lei mi studiò la faccia per un istante di troppo.
«Matteo è più bello.»
«Dici?»
«Sì. Ma va bene Alessandro.»
Ci sedemmo nel piccolo spazio adibito a bar, dove la hall finiva senza diventare davvero un’altra stanza. Uno dei quadri alla Morandi e la mappa segnavano il confine; oltre c’erano un bancone di formica, tre paste sotto una campana di vetro e una macchina del caffè che respirava piano. Il barista fingeva di sistemare le tazzine. Per non guardarla subito, fissai la mappa: decine di nomi di paesi e città, scritti in piccolo, illeggibili da dove mi trovavo, e la linea del Po che separava la regione in due.
«Che cosa ci fai qui?» mi chiese.
«In che senso?»
«In questo hotel.»
«Turismo» dissi.
Mi uscì troppo in fretta.
Lei annuì, come se la cosa non le bastasse.
«Turismo? Qui?»
«In Emilia, sì.»
«Questa è Romagna, credo. Non sai dove ci troviamo?»
Rise di gusto. Io no e guardai dietro, oltre l’ingresso dell’edificio, dove si stagliava la terra piatta, un orizzonte chiuso solo da nuvole.
«E tu?» dissi. «Cosa ci fai qui?»
«Domani ho una gara di powerlifting in una città qui vicino.»
«Powerlifting.»
«Sì. Squat, panca, stacco…»
«Pensi di vincere?»
«No. Però in questo periodo mi fa bene stancarmi. Ho incontrato te, è già qualcosa, no?»
Alla fine le offrii un paio di spritz. Poi uscimmo a fare due passi nei dintorni dell’hotel. A pochi metri dall’ingresso, uno dei dipendenti stava trafficando dentro un piccolo garage, con una cassa bluetooth appoggiata su uno scaffale. Dal telefono usciva una canzone che ero sicuro di aver ascoltato più di una volta, anni prima, senza ricordare dove.
Camminammo lungo la provinciale, dove l’asfalto sembrava dividere campi uguali. C’era un cartello arrugginito con il nome di un paese, poi un altro con un altro nome, e io non capivo se stessimo entrando in un posto, uscendone, o restando fermi dentro una differenza inventata. Le cicale frinivano ovunque, così vicine da sembrare sotto i piedi. Poco più avanti, un aratro arrugginito affondava tra ortiche e gramigna.
«Tu lo sai dove siamo?» le chiesi.
«Qui.»
«Bella risposta.»
Arrivammo fino al bar della stazione di benzina, poco avanti. Prendemmo due birre e le bevemmo all’aperto, mentre lei mi raccontava dei posti in cui aveva vissuto dopo che i suoi genitori erano emigrati dal paese d’origine.
Quando tornammo in camera, il sole stava tramontando ed eravamo entrambi più che brilli. Ci baciammo in modo scomposto, come affamati. Mi ritrovai in ginocchio davanti a lei. Cercavo con la bocca i punti in cui il corpo le sembrava più duro. Mi guardò dall’alto e capì che il mio desiderio aveva preso una forma precisa. Allora si mise in posa, in ginocchio sul letto, la schiena dritta, le braccia aperte, i muscoli delle spalle contratti nella luce arancio che entrava dalla finestra. Sembrava una creatura omerica, un idolo pagano invocato nel vecchio hotel.
«Su» disse, «Devi adorarmi, dai.»
E io obbedii. Baciai la curva dei suoi deltoidi, la pelle tesa dei bicipiti, le gambe dure e calde. Lei restò immobile per un po’. Poi mi prese per la nuca, mi tirò su verso di lei, e il resto accadde.
Il muro dietro la televisione si allontanava e la stanza diventava il soggiorno dei nonni, con i mobili poveri e le immagini dei santi alle pareti.
Al centro c’era un cerchio di vermi neri. Sottili, lucidi. Si muovevano tutti insieme, ma ognuno per conto proprio. Accanto, file di formiche marciavano ordinate, entrando e uscendo da una macchia scura sul pavimento.
Presi l’aspirapolvere e provai ad aspirare tutto: i vermi, le formiche, il cerchio. Ma dal tubo usciva altra roba. Capelli bagnati, bugiardini stropicciati, pillole sciolte, garze ingiallite.
Poi qualcuno bussò con tre colpi. Mi avvicinai allo spioncino.
Dall’altra parte c’era Lukashenko. Calvo, coi baffi, il completo scuro, la cravatta troppo corta. Senza sorriso, nella mano destra teneva una busta di farmaci antiemetici. Nell’altra un bicchiere di plastica con dentro un liquido giallo.
«Per lui», disse.
Io non aprii.
Guardai di nuovo il pavimento. Il cerchio di vermi adesso era sotto i miei piedi. Le formiche mi salivano sulle caviglie. Sentii qualcosa muoversi dentro il calzino.
Mi svegliai.
Il lato del letto era vuoto. Rimasi a fissare per qualche secondo il punto in cui aveva dormito Ksenija. Le lenzuola erano tirate da una parte, e sul cuscino c’era una piccola impronta scura dei suoi capelli.

Mi alzai e aprii la finestra. Dal garage arrivava ancora la musica della cassa bluetooth. Da sotto saliva il fumo della sigaretta del receptionist, che al telefono litigava con qualcuno.
Fuori, nel buio, le idrovore e i trattori sembravano dinosauri mummificati.

La chiesa era piccola, un po’ stanca, con i muri color crema e le porte spalancate sul piazzale. L’aria di fuori entrava a folate, portandosi dietro il caldo, il rumore delle auto sulla provinciale e il frinire delle cicale. Dentro resisteva un fresco da cantina, e il caldo sembrava fermarsi sulla soglia. C’erano i fiori, la cera, i vestiti scuri, le facce dei parenti che avevo quasi dimenticato. Li salutai uno a uno, abbracciai gli zii, feci loro le condoglianze. Mi sistemai defilato, abbastanza vicino all’ingresso da sentire alle spalle il piazzale e davanti la voce del prete.
Di tanto in tanto qualcuno saliva all’ambone per leggere un brano del Vangelo o qualche parola scritta a mano. Lo fecero anche i suoi colleghi d’azienda, con voce rigida e imbarazzata.
Poi la vidi alzarsi da una delle prime file e attraversare la navata. Per qualche secondo non riuscii a darle un posto dentro la scena. Aveva un vestito nero al ginocchio e una giacca grigia troppo stretta sulle spalle. Camminava verso il microfono senza guardare nessuno. Non era elegante, ma composta.
Sentii una fitta al petto. Si sistemò davanti al microfono e iniziò a leggere un ricordo di mio cugino, quasi senza esitazioni. Disse che non era stato un uomo facile da amare. Voleva sempre sembrare più forte di quello che era. Poi, verso la fine, aveva imparato a lasciarsi aiutare. A lasciarsi spostare, lavare, sollevare. Alzò gli occhi e incrociò il mio sguardo.

Qualcosa mi si chiuse nello stomaco e per un attimo la chiesa sembrò inclinarsi. Chiesi sottovoce all’uomo accanto a me:
«Ma chi è lei?»
«Lei?» L’uomo mi guardò come se avessi chiesto una cosa assurda. «Ksenija. La sua ex.»
«Ex?»
«Si erano lasciati prima della malattia. Poi l’è turnè. Gli è stata dietro più di tanti parenti.»
Abbassò la voce.
«So che ha preferito dormire in albergo. Per rispetto dei tuoi zii, penso.»

Provai a uscire in fretta, ma venni fermato da una decina di persone. Mi dissero tutti la stessa cosa: che ero uguale a mio cugino, spiccicato, che avevo i suoi stessi occhi e lo stesso sorriso, che eravamo alti uguali, che più che cugini sembravamo fratelli.
Annuii ogni volta. Ringraziai ogni volta, ma mi sembrò di perdere pezzi della mia faccia.
Tornai verso l’hotel maledicendomi per aver lasciato in camera la boccetta di tranquillante. Avevo un mal di testa feroce e camminavo pensando solo a questo: lei aveva dormito accanto a me senza dirmi niente. Forse su Tinder aveva visto la mia faccia e capito la parentela.
Ripensai alla sera prima: a come rideva, alla posa sul letto, alle braccia aperte, al corpo atletico nella luce del tramonto. A come mi aveva guardato quando avevo detto Matteo.
Provai a respirare.
La strada tagliava i campi senza separarli. Da una parte c’erano fossi pieni d’erba scura, pioppi fermi nell’afa, capannoni bassi su cui erano stati incollati poster di sagre paesane sbiaditi dal sole; dall’altra altri fossi, altri pioppi, altri capannoni. Ogni tanto un cartello dava un nome a un paese, poi un altro cartello ne dava un altro a un posto identico.
Ero in mezzo anch’io, ma non sapevo più tra cosa. Tra l’Emilia e la Romagna, tra la chiesa e l’hotel, tra il mio nome e quello di mio cugino, tra il desiderio che avevo avuto e la vergogna che adesso mi stava svuotando.
Camminavo verso l’hotel con la bocca secca e la testa che pulsava. Dietro l’Aurora la pianura continuava, piatta, immobile, piena di lucore. Sembrava senza fine, ma non lo era.

Immagine a cura del Prompt Designer