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Babele

Autore
Antonio Esposito
Ciclo #20 - L'uccello che girava gli spaghetti del mondo
Narrativa generale
28 novembre 2024

«È un piacere nascondersi, 
ma è una catastrofe non essere trovati».
D.W. Winnicott

Provare a raccontare quella notte con rigore filologico equivale a girare per le stanze della torre senza una guida. In molti vorrebbero che le fonti fossero più precise, per capire come veramente il cielo abbia potuto interporsi con un unico lampo tra la costruzione e i suoi costruttori. I più antichi documenti sono soltanto frammenti risalenti al I secolo avanti Cristo (i numeri 802, 803, 805, 848, 942 e 943) confrontati a inizio Novecento da Alfred Rahlfs con il codice Vaticano, il Sinaitico e l’Alessandrino. Non è possibile mettere insieme tutte le informazioni e le dichiarazioni; men che mai in quella particolare circostanza. Di certo c’è che da una lingua si passò a tante. 
I papiri aprono proprio con: «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole», sul resto c’è da congetturare. 
Si pongono questioni spinose di fronte al silenzio però: ciò a cui si allude nella traccia scritta risuona più di quanto detto e l’ossessione per il vero agita, inquieta, incattivisce gli studiosi. Accade, scavando tra le righe, che la verità si faccia viva all’improvviso per poi sparire, un po’ come quando il contadino affonda la vanga nella terra: con un gesto porta su qualche frammento dal passato antico e col gesto successivo lo risommerge. Di tali intermittenze del vero una ritorna: più del lampo colpì chi l’aveva scagliato: dal mattino dopo il crollo cominciò ad aggirarsi tra le macerie vestito di stracci, alla ricerca di non si sa che, vagava senza obiettivo apparente, si muoveva seguito da mormorii indecifrabili mentre scavava i detriti; infine, tra la curiosità generale, quasi a dar senso a un’epifania, raccolse un pezzo di papiro, ci scrisse sopra, andò in piazza e mostrò a tutti il messaggio. Stava tra la folla con espressione viva, lo sguardo acceso, luminoso in volto, la barba corta, la pelle lucente, la tunica bianca,  le braccia alzate. 
Cosa fosse scritto sul cartello nessuno poteva capirlo.
È difficile immaginarlo ma la comparsa dell’uomo col cartello fu una novità grande tanto quanto lo stupore di veder crollare la torre. Prima d’allora non era mai capitato di non capire cosa stesse succedendo, cosa si stesse dicendo o scrivendo.
Un tempo gli uomini d’oriente arrivarono nella pianura di Sennaar, vi si stabilirono e l’un l’altro si dissero: «Venite, facciamo per noi dei mattoni e cuociamoli al fuoco». E tutti compresero. Pensarono poi di far uso di quei mattoni e qualcuno disse: «Venite, costruiamo una città e una torre la cui cima possa toccare il cielo». E tutti compresero. Il progetto andò avanti da quel tempo lontano fino al momento del crollo. Tra loro, tra i costruttori, c’era chi di tanto in tanto diceva: «Ecco, siamo tutti un unico popolo con una lingua sola; questa è la nostra opera iniziale, una volta terminata, nessun altro progetto ci sarà impossibile». 
Anche questo fu compreso, poi dimenticato all’arrivo del fulmine.
Di tutte le lingue non fu più possibile farne una.
Chi gettò il fulmine allora divenne parte del paesaggio. Il suo cartello venne imitato, riprodotto, seguito. Chiunque in città aveva racconti sulla sua comparsa. Le narrazioni si contraddicevano, erano smarrite, a gesti e suoni inarticolati la gente provava a farsi testimone di quanto accaduto. Le espressioni confuse di uomini, donne e bambini sembravano dire che alla stessa ora l’uomo col cartello era comparso in più punti della città; e questo alimentava la leggenda. Lo scombussolamento era totale. Insieme alle parole si confusero le idee. Il fatto era ormai al di fuori delle norme della vita e, sebbene fosse incomunicabile, nessuno riusciva a recuperare nella memoria un momento simile. Fino al crollo della torre si poteva dire “casa” di una casa, “mela” d’una mela, “manchi” per un’assenza, “bacio” d’un bacio e ciò permetteva alla gente di stare insieme, fare comunità.
Poi non più: si sa, ridotte di senso le cose si appiccinano, sfuggono alla ragione, diventano invisibili; e se non si può nemmeno più dire “buongiorno”, di dentro si fa più forte il senso di solitudine. D’altronde di fronte a tale stravolgimento s’immagina che qualcuno abbia affrontato con pazienza il momento, seduto in attesa che passassero le ventiquattr’ore, come a sopportare un morbo temporaneo. Ma neppure dopo un giorno si seppe di due ch’erano riusciti a scambiarsi informazioni chiare: ogni comunicazione passava per il dito indice, che ancora ancora poteva esprimere il mondo materiale; mentre per quello immateriale si tentavano lunghe, profuse, incomprensibili e inutili soluzioni chirografiche.
Il sovrano, incapace di dare ordini, fece solo in modo che l’esercito impedisse all’uomo col cartello di allontanarsi. Era chiaro che i simboli sulla pergamena fossero cinque (proprio con l’indice ci si era potuti avvicinare e contare: uno, due, tre, quattro e cinque). Qualcosa vorranno pur dire, pensava. Altra cosa certa era che il suo popolo fosse uno dei più antichi e per ripristinare una condizione d’origine decise di ricorrere a una soluzione che sulle prime gli apparve come una buona idea: sottrarre alle famiglie due bambini appena nati e lasciarli in stato selvatico senza influenzare le loro percezioni linguistiche. 
Per far in modo di riscoprire la lingua delle origini, quella naturale, il sovrano pensò di affidare i due bimbi, figli di persone scelte a caso da famiglie diverse, a un pastore. L’ordine – impartito a gesti, segni e frustranti tentativi di farsi capire – era di non riprodurre in presenza dei due neonati alcun suono e osservare e riportare ciò che avrebbero detto. 
Le loro prime parole dopo i balbettii indistinti, insomma. 
Un progetto di lunga durata, che impiegò due anni per dare dei risultati. 
Dopo questo periodo il pastore si presentò dal sovrano e gli fece intendere che i bambini gli erano andati incontro una mattina urlando: «bekos». Appresa la notizia il sovrano si mise alla ricerca di un popolo che desse nome “bekos” a qualcosa e scoprì che quello era il modo di chiamare il pane dei frigi. 
In prima battuta la scoperta sembrò il grimaldello per farsi spazio in una selva di significati che avrebbero potuto di nuovo di tutte le lingue farne una, ma ciò non avvenne; anche perché risultò impossibile diffondere l’informazione. 
L’uomo col cartello intanto ancora sostava, circondato, davanti ai resti della torre. Sulle macerie non c’erano più i segni del fulmine. 
Sempre più numerose, erano comparse sulle mura alle sue spalle, frasi d’ogni tipo forma e colore che, da tutta la nazione, la popolazione andava a scrivere nel tentativo di capire il senso di quei cinque simboli sul cartello. Ognuno tentava la propria soluzione: qualcuno intuiva si trattasse di una sola parola, altri ricorrevano a lunghe circonlocuzioni. Il fatto strano era che dopo aver scritto la propria idea la gente andava via. 
Gli abitanti si dispersero fino a svuotare la pianura di Sennaar.
Il muro diceva: «Бұл жай ғана жаза» e «我離開家只是為了一塊麵包» e «تم ي س قاذ إنفال األط قط ف» e «Ju nuk i qetësoni mendimet tuaja me mendime të tjera» e «Wenn er mit anderen redet, bin ich in ihn verliebt» e «Þetta er endirinn» e «Peço desculpas à torre» e «अहंके वलं हाय इति वक्तं इच्छाति स्म» e «Sina nguvu ya kuongea» e «te regalamos esas flores» e «Aaway booskii caruurteyda?» e «Ubi est spatium domus meae» e «Би уучлалт гуйж байна, ааваа» e «私はあなたがいなくて寂しいです» e «τα λέμε αύριο» e «Я просто прошу хороших новостей» e «Maite zaitut» e «Nobody wanted the tower» e «Es raudāju, domājot par tevi» e «N’eus ket ezhomm eus luc’hed» e «Rencontrons-nous là où vous préférez» e «Ingen ville ha det tårnet» e «Այդ օրը գեղեցիկ կլինի» e «나는 당신에게 가까이 있어» e «הייתי אומר שנסיים את זה כאן» e «Beni ararsan bulursun»… fino a ricoprire ogni pietra residua della torre.
Dopo ancora dieci anni in quel luogo erano rimaste solo macerie trascritte e la pianura di Sennaar vuota, disabitata. Eccetto i due bambini che erano stati affidati al pastore. Ogni tanto uno diceva all’altro «bekos», senza comprendersi. Le loro esistenze passavano errando. Si indicavano le cose, se le scambiavano dopo averle riconosciute, sopravvivevano a gesti: a loro disposizione una parola di cui non comprendevano il senso. Capitava che provassero a farsi un’idea su cosa fossero tutti quei simboli sui resti della torre che doveva toccare il cielo, ma senza capire, senza neanche avvicinarsi a una risposta. Il mistero e la soluzione di tutto continuavano a essere quelle cinque lettere scritte su pergamena. L’uomo col cartello infatti restava in quella terra incompreso, senza espressione, lo sguardo vuoto, le labbra secche, la barba lunga, la pelle arsa, la tunica lurida, le braccia alzate e un cartello che diceva: «Bālal».

A illustrare, il dipinto Construction of Tower of Babel – Hendrick van Cleve.